CI SONO BUFFONI E BUFFONI Alla festa per i 65 anni del cantastorie Paolo Rossi

LO STIVALE ROVESCIATO Milano

C’è la brava Roberta Carrieri. Canta Djelem djelem, l’inno del popolo rom. Voce struggente, addolorata. Orgogliosa.

C’è il milanese Cinaski, al secolo Vincenzo Costantino, classe 1964. Ha scritto piccoli grandi capolavori: “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”. “Clandestinità: mr Pall incontra mr Mall”, a quattro mani (e guantoni: come un incontro di pugilato) con il complice Vinicio Capossela.

Sfoglia le pagine del suo “Nati per lasciar perdere”. Premette e promette: “Stasera vi dico ciò che mi piace. Dire quello che non mi piace, invece, sarebbe fin troppo facile, di questi tempi”.

E’ la sera di venerdì 22 giugno. Siamo al circolo Arci “Ohibò”, dietro lo scalo di Porta Romana e corso Lodi: sopra c’erano una volta le celle del commissariato locale, il posto del circolo era occupato dall’archivio della polizia. Le celle sono diventate camere di un hostel.

Festeggiamo Paolo Rossi. Compie 65 anni. Mestiere: attore. Cantastorie. Anarchico e rivoluzionario. Rompe le scatole agli ipocriti. Denuncia questa società incattivita. Irride la politica dell’odio e dell’esclusione. Trafigge “l’ignoranza al potere”. Ed è subito Paolo Rossi: “Io farò un numero di circa due ore e 45 minuti. Perché la torta è poca e quindi la mia missione è quella di fare andar via più gente possibile...l’economia non è una cosa...siamo in tanti, si divide in tanti; siamo in pochi c’è tanta torta...io non lo so se c’è. Mi han detto che c’è...sembra il governo...”. Un’ora dopo conclude con un blues sulla libertà. Un bimbo compulsivo, cattivo ed impaziente arriva alla cassa del supermarket. C’è coda. Inizia a insultare la cassiera. Che è lì da 8 ore. Chiede alla mamma di calmare il figlio. La madre dice che non può, gli ha dato un’educazione libertaria. Senza divieti. Un tizio che le sta dietro, afferra uno yogurth, lo apre e lo rovescia sulla testa della donna: “Anche la mia mamma mi ha cresciuto libertario”. Il terzo in fila dice: “La mia mamma mi ha fatto studiare dai gesuiti. Però lo yogurth lo pago io”. Caro Enrico, Salvini è di Milano. Pure gli yogurth della Centrale del Latte.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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