C’È CHI INTONA E CHI STONA La vecchia Milano da cantare persa nel cafonal della città da bere

LO STIVALE ROVESCIATO Milano

A Milano, e sottolineo la mitica Milano celentaniana di via Gluck, quella dei musical al Lirico e al Nuovo, dei locali sui Navigli e della Banda degli Ottoni a Scoppio, se oggi vedi uno che cammina spensieratamente e canta per strada pensi: o è ubriaco; o è pazzo. Anche nei giorni sacri del festival di Sanremo, Milano ha dimenticato l’allegria di cantare in mezzo alla gente. La stessa Milano di Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, di Roberto Vecchioni e Casa Ricordi, delle manifestazioni studentesche scandite dalle strofe impegnate ma non impegnative (musicalmente) di Paolo Pietrangeli o Claudio Lolli. Davanti alla Scala, tempio della lirica, capitavano passanti intemerati che accennavano romanze, appena calpestavano il marciapiede scaligero. Ora vige il brusìo dei turisti cinesi...

Inutile negarlo. Abbiamo smesso d’urlare al cielo lassù le nostre canzoni, anche se stonate. Risuonavano nelle ringhiere della Milano popolare, nei cortili di periferia, ai mercatini rionali. Ancora nel 1982 intonavamo “che domenica bestiale/la domenica con te...” di Fabio Concato, leit-motiv dei sentieri urbani milanesi, quasi un inno. Il canto del cigno. La Milano da cantare è infatti sparita, inghiottita dal cafonal della Milano da bere. Adesso, ascoltare qualcuno che si mette a fischiettare mentre pedala, è più raro che imbattersi nell’ One cent Magenta del 1856 emesso in Guyana. La strenua resilienza si riduce a cantate “spontanee” in memoriam. Come la sera dell’11 gennaio, in ricordo di Fabrizio De André e David Bowie, davanti al Duomo. Un raduno “anarchico spontaneo”. Già. La musica è ribelle, cantava il milanese Eugenio Finardi, “ti vibra nelle pelle, ti urla di cambiare, di mollare le menate”. E “di metterti a lottare”. Ma cantare in strada è diventato un lavoro. Con patentino.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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