ALTRE ESTATI CITTÀ VUOTE E PAESI PIENI Sapessi com’era strano a Milano innamorarsi a Ferragosto

LO STIVALE ROVESCIATO Milano

Negli anni dell’euforia consumistica e dei colossali esodi estivi, quando ancora non esistevano le “partenze intelligenti”, la massima libidine - raffinatezza, in fondo, da due soldi - era restare a Milano il giorno di Ferragosto, quando non c’era più nessuno, quando il silenzio avvolgeva la città in un’atmosfera rarefatta, magica, surreale: potevi immaginare d’essere piombato sul set di un film catastrofico, post-apocalittico, e sentirti un naufrago metropolitano. Ti aggiravi, infatti, come in un sogno, vagando stupefatto nel deserto urbano: splendida sensazione, sebbene un pizzico inquietante, di una simbiosi con una realtà che sapevamo essere dissociata. Sarebbe durata, infatti, appena un giorno, forse due. Poi, lentamente, Milano sarebbe ritornata Milano. Fine dell’idillio.

C’erano poi gli aspetti pratici ad esaltare il sentimento della suggestione ambientale: finalmente potevamo spadroneggiare circolando spavaldi lungo strade svuotate, divenute improvvisamente più larghe perché erano sparite le auto parcheggiate. Acceleravi senza l’incubo degli agguati autovelox (allora non c’erano), coi semafori non più ostili, svanite le code e scomparsi gli ingorghi. Milano diventava più amica, più complice delle nostre pulsioni infantili, senza lo spettro del traffico, orfana del suo frastuono. Ci sentivamo come Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure: perlustravi Milano con addosso il piacere (non più proibito) dell’illimitatezza. Vagavi alla ricerca di un bar aperto, ed era un’impresa scovarne uno, mica come oggi che è sempre movida...

Il Ferragosto meneghino della diserzione estiva spianava la strada ai nostri desideri più stravaganti, arena ideale di una ingenua e forse rozza dinamica sociale: capitava d’incontrare qualcuno, smarrito come noi. Ci si scambiava subito, magari un poco imbarazzati, un sorriso, seguito da un saluto, come fossimo in un ripido sentiero di montagna. Capitava di insistere, perché la solitudine non era poi il nostro stile di vita, in questo mondo governato da mille fantasie. Fu così che il mio più caro amico conobbe, in piazzale Lotto, quella che sarebbe diventata sua moglie. Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano, senza fiori, senza verde, senza cielo, senza niente. Senza gente. A Ferragosto.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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