Peres, la colomba cinica Nobel della pace impossibile Amato all’estero, assai meno in patria. Scaltro nelle intese di governo come negli accordi con i palestinesi. Abile oratore, amava lo shopping in Italia. È morto a 93 anni

Shimon Peres

Una volta Shimon Peres, durante un’intervista, mi sparlò di un vecchio rabbino ultraortodosso che guidava un partitino e disponeva di una manciata di voti alla Knesset, utili per consolidare la traballante coalizione di governo che Peres disperatamente cercava di mettere in piedi. Una situazione assai tipica della turbolenta democrazia israeliana. Shimon era molto rispettato all’estero, ma irrilevante in Israele se perdeva l’autobus del potere. Aveva gestito la pesante eredità politica di Rabin, dopo l’agguato del 4 novembre 1995, senza riuscire a farsi eleggere premier, battuto nel giugno del 1996 da Benjamin Netanyahu, il mastino della destra che per mesi aveva aizzato le folle perché si opponessero al processo di pace avviato, sia pure faticosamente e con mille ostacoli, da Rabin e Peres. Il risultato di quell’accanita campagna d’odio furono i due colpi sparati a bruciapelo da Yigal Amir: l’idea della pace coi palestinesi morì quella sera, assieme al suo mentore. Il memorandum d’intesa divenne spazzatura. Israele avrebbe affrontato la nuova Intifada ed edificato il muro che la divide dalla Cisgiordania. La blogger israeliana Amira Hass sostiene che Peres non è mai stato un vero uomo di pace, “negli anni Novanta, quale ministro degli Esteri, è stato artefice degli accordi di Oslo, che hanno consolidato la realtà delle enclave palestinesi. Gli insediamenti e le enclave sono due facce della stessa medaglia, a dimostrazione di quanto sia stata coerente la sua visione delle cose”. E ancora: “Solo quando la realtà delle enclave è diventata un fatto compiuto, Peres si è detto sostenitore di uno stato palestinese in Cisgiordania. Ma se restano le colonie non ci sarà mai pace. Avremo solo una variante dell’apartheid”.

L’intervista a Peres fu rilanciata dalla Afp, l’agenzia di stampa francese, ebbe una certa risonanza e subito venne ripresa dai siti e dai quotidiani israeliani. Due giorni dopo arrivò la smentita di Peres: “Non ho mai detto quelle cose”, tuonò, riferendosi a quel commento sul vecchio rabbino un poco rintronato (in realtà lui era stato ben più feroce...). Replicai ricordandogli che non ero solo, durante il colloquio nel suo ufficio, c’era con me un’interprete (una formalità: Peres parlava sia francese che inglese). Cioè una testimone. La cosa finì lì. Era infatti tutto un teatrino: l’indomani Peres raggiunse l’accordo con il partitino del rabbino che aveva dileggiato e la coalizione prese forma. Durò poco, tuttavia.

Peres era così: pragmatico, cinico. Conscio che la sua cultura politica socialdemocratica lo poneva sempre in mezzo al guado. Predicava la pace, faceva la guerra. Era stato falco, divenne colomba. Per tantissimi anni era stato un esecutore, poi capì che doveva cambiare la propria immagine, trasformarla in quella di un visionario. Di un “sognatore”. Un sognatore “inappagato”. Sino all’ultimo diceva: “Sento che l’opera della mia vita non è ancora compiuta”. Si riferiva alla pace? O al progresso d’Israele? Veniva spesso in Italia, adorava Parigi. A Milano faceva shopping: gli piaceva vestir bene. Era un abilissimo oratore: il suo ebraico, colto, elaborato; il francese, da ancien diplomatique. L’inglese, da fautore di una avanzata classe dirigente industriale, al passo con Silicon Valley, e forse pure avanti. Nei suoi discorsi, aveva la tendenza compulsiva ad essere “eccessivamente intelligente” (copyright del filosofo Avishai Margalit, che lo conosceva bene). Pur di restare nella piccola grande storia d’Israele, lui, l’ultimo dei fedelissimi di David Ben Gurion, il fondatore del Paese, lasciò un giorno del 2005 l’alleanza laburista in cui era entrato giovanissimo, a quindici anni, nel 1938. L’aveva arruolato Ariel Sharon come vicepremier affidandogli un ministero di basso rango: lui non solo accetta, addirittura entra nel partito (centrista) Kadima fondato da Sharon.

Un patto. Due anni dopo, infatti, Peres è il candidato unico alla presidenza (verrà eletto al secondo scrutinio). Resta in carica sino al luglio del 2014. Da presidente, Peres rilancia il tema “che mi sta maggiormente a cuore. Cioè la pace”. E’ il volto buono di un paese in eterno conflitto. Gira il mondo, incontra il Papa, “Continuerò a costruire il mio paese conservando la convinzione che un giorno conoscerà la pace”, ripete. Ha finanziato un suo centro per la pace, a Jaffa: il suo lascito etico. Disapprova la diffusione del film sulla morte di Rabin, “sotto l’aspetto di un innocente documentario, si fa circolare un messaggio destinato a legittimare un odioso assassinio!”. A giugno, in un’intervista collettiva concessa ad alcuni giornalisti italiani, ha ribadito le sue speranze di pace coi palestinesi: la porteranno i ragazzi innovatori (lui è sempre stato un gran sostenitore del progresso tecnologico), “mi hanno accusato di essere un utopista. A costoro dico: calcola quanti risultati hai raggiunto e quanti sogni hai avuto. Se i sogni superano i risultati, sei giovane”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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