Quel manovale a Nizza, un giorno eletto presidente degli italiani

Sandro Pertini Nizza

NIZZA. Le tristi circostanze del mestiere mi riportano alla Promenade des Anglais, sul percorso della strage. Il sole abbacinante del giorno dopo illumina il profilo arabesque dell’Hotel Negresco, il simbolo Belle Epoque di una Nizza che forse non c’è più dalla maledetta sera del 14 luglio. E subito mi viene in mente quando andavo a spasso qui davanti con Sandro Pertini. Come nell’aprile del 1984, venivamo da place Massena, quando si soffermò dalla parte del ristorante Le Chanteclair, mentre un portiere in livrea, calze blu e ghette come le portavano nel 1913 (l’anno in hanno aperto questo palazzo incredibile), si spostava indietro, con sussiego: aveva riconosciuto il presidente italiano.

“Lo sai, nevvero (il suo intercalare, ndr.), che durante l’esilio a Nizza facevo anche l’imbianchino? Arrotondavo la misera paga che rimediavo in un garage, vicino alla stazione ferroviaria. Dovevo venire proprio lì, a lavorarci”, mi disse, indicandomi la porta laterale, “poi non se ne fece più nulla...questo albergo fu acquistato da un avvocato di Nizza. Costui ristrutturò un’ala, trasformandola in residence e vendendo gli appartamenti così ricavati. Guadagnò più di quel che aveva speso per acquistare tutto l’albergo”. Riaffiorava l’animo ligure, accorto, del nostro presidente. Poco prima, di fronte al casinò de la Méditerranée - allora chiuso dalla polizia - si era indignato, “come in Italia, anche qui scandali a ripetizione, furti, ruberie di ogni genere”, case da gioco, la mafia, la corruzione...le sue bestie nere. Per battersi efficacemente contro tutto ciò, c’è un solo modo, disse: “Bisogna essere rigorosi, implacabili”.

Quando la paura sottomette la ragione, la verità si smarrisce. Sbottò, infatti, come gli capitava spesso: “Io ho il diritto di parlare alla gente, di esprimere quel che penso sulla disoccupazione, sui giovani, sul dramma della Palestina, sulle violenze, sulle guerre inutili. Altrimenti che ci sto a fare? A dire soltanto il Pater Noster e l’Ave Maria?”. Erano i tempi del terrorismo, della P2, delle stragi di Stato. Della politica marcia, ieri come oggi. Pertini piaceva, era amato: su questa Promenade des Anglais era costretto a fermarsi quasi ad ogni passo, tante erano le persone che gli chiedevano una stretta di mano, che volevano abbracciarlo, ringraziarlo, persino baciarlo. Rammento un’auto con la targa di Parigi che suonò il clacson per attirare l’attenzione, “Vive le président! Vive l’Italie et la France!” gridarono gli occupanti.

Certe volte, è il destino a governare la nostra vita: il 9 luglio del 1978 mi trovavo in Cornovaglia, stavo guidando la mia spider gialla verso Stonehenge. D’un tratto l’autoradio gracchiò qualcosa, aveva captato una trasmissione in italiano, anzi, era il giornale radio. Annunciava l’elezione di Pertini a presidente della Repubblica. Poi, altrettanto d’improvviso la radio smise di gracchiare e il collegamento si perse nell’etere. Marina M., che stava con me, batté le mani: era felice perché Pertini rappresentava una figura di politico per bene. Un socialista che non rubava. Mai avrei immaginato di diventare il cronista che l’avrebbe seguito per tutto il settennato. Di più: mi prese in simpatia. Diventammo amici. Come lo può essere un uomo di 82 anni, l’età che aveva quando salì al Quirinale, e un trentenne che lo ascoltava cercando di non dimenticare una sola parola, che giocava con lui a scopa, magari in un caffè della Val Gardena, e guai se vincevo; che scherzava e discorreva di donne: Pertini ci teneva a sottolineare come “le belle signore” lo guardassero con molto interesse (“perché sono ancora un bell’uomo...”, e lo era, a dispetto dell’età). Accendeva la pipa, e guatava attorno, quando si trovava in un locale e voleva “staccare”.

La sera del 2 agosto 1980, in un ristorante sotto i portici di Bologna famoso per le sue minestre, una donna piuttosto belloccia e dal seno generoso gli si avvicinò, per ringraziarlo d’aver portato conforto alla città. Una bomba aveva devastato la stazione centrale, quel sabato mattino, alle 10 e 25: 85 morti, oltre duecento feriti. L’atto terroristico più grave dal dopoguerra. Il presidente era arrivato in elicottero dall’Alpe di Siusi, dove si trovava in vacanza e dove gli tenevo compagnia, giocando l’immancabile scopetta. Appena gli riferirono dello scempio, inveì furioso: “Maledetti!”, scaraventando le carte sul tavolo. L’ennesimo atto della strategia della tensione. Cominciò a dare disposizioni. Mi passò una mano sulla spalla: “Dobbiamo farci coraggio”. Aggiunse: “Non devono averla vinta, quei fascisti!”. Era sicuro che l’attentato fosse frutto del terrorismo nero. Come Piazza Fontana. Come l’Italicus. Il governo presieduto da Francesco Cossiga e la polizia, avevano frettolosamente attribuito lo scoppio ad una vecchia caldaia nel sotterraneo. Giovanni Spadolini, addirittura, ipotizzò la pista libica. Un giorno Pertini mi confidò che aveva pensato subito al solito ballo “del depistaggio”. Ma si trattenne dal dirlo ad alta voce, altrimenti l’avrei scritto. Sapeva di affrontare la rabbia dei superstiti, il dolore e l’ira dei familiari delle vittime. Non ebbe un attimo d’indecisione.

La folla fischiò gli altri politici. Ma applaudì Pertini, che aveva sincere lacrime agli occhi. Gli chiesero cosa pensasse di fronte a quell’orrore: “Non ci sono parole che possano esprimere lo stato d’animo mio...ho visto i bambini in sala rianimazione, due stanno morendo, una bambina e un bambino, una cosa straziante”. La voce gli si ruppe in gola, lacerata dalla commozione. La mossa di quella donna, in una cena di desolato silenzio, lo destò dalla cupezza dei suoi pensieri Come un gentiluomo di altri tempi si alzò dalla seggiola, le baciò la mano. Poi, tornando a sedersi, facendomi l’occhiolino, mi sussurrò, in modo che nessuno lo sentisse: “Hai visto? Piaccio ancora...”. Un sussulto di vanità. E di malcelato orgoglio: lo consolava l’affetto della gente. Si sentiva il custode della legalità e interpretava con veemenza i sentimenti popolari. Con noi, a tavola, sedeva anche la fedelissima scorta: il capitano dei carabinieri Fabio Fabbri e il funzionario di polizia Dioniso Spoliti, futuro questore ed ispettore generale del Sisde, poi amministratore regionale di Gnijlane, nel Kosovo. Lo vegliavano, lo accudivano. Lo ammiravano.

Qui a Nizza, aveva un piccolo appartamento in rue Pastorelli, una delle prime traverse dell’avenue Medécin, la strada principale della città. L’aveva acquistato col mutuo praticato ai senatori, mi disse, “un’occasione”. Era una residenza modesta, un minuscolo appartamentino al quinto ed ultimo piano di una casa del primo Novecento. C’era un terrazzino, dove scrutare un orizzonte di tetti.

“Che fai lì impalato, entra, la casa è tutta qui”, mi disse, con quel tono burbero di chi è abituato spesso a star solo. “Hai trovato subito il citofono giusto? Sai, accanto c’è il night Frou-Frou. Luci rosse, incontri piccanti, giusto sotto il mio appartamento. La polizia l’ha chiuso. Una volta ho confuso il portoncino d’ingresso della mia abitazione con quello del night, “ma mi accorsi subito d’aver sbagliato. Sai come?”. “No”. “Perché mi venne ad aprire una biondona molto svestita...”.

In un angolo, c’era un appendino con dei calzini e un paio di mutande ad asciugare. Lui intercettò il mio sguardo: “Li ho appena lavati, sai, un’abitudine che ho preso in carcere”. Diciassette anni di galera e confino. Stava preparando una minestrina. Aprì le serrande: “Annusa l’aria: ha lo stesso profumo del mare, sembra di stare sulla Promenade...”. Era la vigilia di un Capodanno, il clima incredibilmente mite: “Senti che aroma? Lo porta il vento dei sogni”. Pertini romantico...Puntiglioso, continuò: “Cambia secondo le stagioni e gli umori del tempo, ma a Nizza il sole c’è 285 giorni l’anno”. Vantò: “E’ la capitale d’inverno. Così l’ha definita un celebre cronista della Belle Epoque”. Che si chiamava Robert de Souza. Ci sedemmo a tavola. Piccola, semplice. La minestra era buona, al pistou. Il pesto di Nizza. Cominciò a raccontarmi di quando scappò da Savona e raggiunse fortunosamente la Francia, beffando i fascisti. Di quando, giovane avvocato, scendeva a Savona da Stella in bicicletta per risalire la sera: “Avrei potuto fare il corridore ciclista. In bicicletta ho fatto la Grande Guerra...”. Piccoli, ma significativi retroscena che ne rivelavano il carattere, l’ostinazione, la tempra. Appena dopo la Liberazione, mi confessò, durante i comizi affibbiava perfidi calci agli stinchi degli oratori che lo precedevano, per farli smettere. Gli rubavano la scena. Mi ripeteva: quando non sarò più presidente, verrò a vivere a Nizza. Bugia. Sperava di essere rieletto. Mi raccontava: ci vorrebbe un libro, non un articolo. Capivo, comunque, il tormento della memoria. Dell’essere stato non testimone, ma protagonista. Ascoltavo in diretta la Storia.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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