I soliti sospetti sono già liberi Fumonegli occhi Rilasciati i due fermati “sicuramente coinvolti ” nella morte del ricercatore. Dinanzi all’ambasciata in cento sfidano la congiura del silenzio

Caso Regeni IL CAIRO

IL CAIRO. La decadente e un tempo elegante ambasciata italiana del Cairo al 15 della Abdel Rahman Fahmi è protetta sul lungo Nilo da una poderosa barriera di cemento alta tre metri. Si entra nel compound da un ingresso laterale, dove due robuste barriere mobili filtrano l’accesso delle auto e quello dei pedoni. Tutto intorno pullula di poliziotti, quasi tutti in borghese. Nuvole scure come la pece incombono sulla città, il khamsin soffia forte dal deserto e nebulizza le gocce di pioggia. Quando ci sono tanti poliziotti in giro, dicono al Cairo, significa che succederà qualcosa. Ma per quel che riguarda la barbara uccisione di Giulio Regeni, non è successo ancora nulla: i due fermati di venerdì sera “sicuramente coinvolti” nella morte del giovane italiano sono stati scarcerati. L’ennesimo depistaggio. Sabbia negli occhi di chi chiede la “verità”.

Come chi sta per arrivare davanti all’ambasciata italiana. E’ stato infatti annunciato per le quattro del pomeriggio un sit-in in memoria di Giulio. In realtà, tutti sanno, a cominciare dalla polizia egiziana, che è qualcosa di diverso: un modo per esprimere il proprio dissenso contro le intimidazioni, la repressione, gli arresti arbitrari, le sparizioni, le torture, le uccisioni. La situazione dei diritti civili in Egitto è drammatica. Il sit-in l’hanno organizzato in Rete i “The Januarians per ricordare Regeni, “uno come noi, rapito, torturato e ucciso, proprio come tanti altri egiziani”. Si riconoscono nella “rivoluzione del Nilo”: il 25 gennaio di cinque anni fa 25mila giovani - in gran parte figli della classe media - manifestarono in piazza Tahir, per rovesciare il regime trentennale di Hosni Mubarak. Speravano nella “primavera egiziana”. Che non ci fu.

Accanto all’ingresso posteriore, appoggiati al muro, c’è un mazzo di fiori. L’hanno portato Elena, Aldo e Azia: una rosa rossa in mezzo a tante rose bianche “a Giulio che amava il mondo”. E un foglio su cui hanno riportato undici versi di un canto Navajo: “Non avvicinarti alla mia tomba piangendo/Non ci sono. Non dormo lì/Io sono come mille venti che soffiano/Io sono come un diamante nella neve, splendente..(...) Perciò non avvicinarti alla mia tomba piangendo/Non ci sono. Io non sono morto”.

Poi, il miracolo in nome di Giulio. Perché le autorità di fatto hanno proibito le proteste ed imbavagliato il dissenso, decine di migliaia di persone sono finite in prigione dopo processi iniqui. Dunque, vedere cento persone sfidare, con indubbio coraggio, paura e minacce al Cairo non è tanto scontato. C’è la professoressa Hoda Kamel dell’American University, che lavora all’Egyptian Center for Economics and Social Rights (una ong egiziana per la tutela dei diritti umani). Regge un mazzo di fiori, candidi come i suoi capelli. Ha assistito Giulio nel lavoro di ricerca per la sua tesi: “Era cordiale con tutti, generoso, aperto. Non era impaurito. Sapeva però essere cauto. Quattro mesi fa venne da noi, gli interessava capire quali difficoltà avevano incontrato i rappresentanti sindacali dei negozianti nel creare un sindacato indipendente. L’abbiamo aiutato a mettersi in contatto con qualcuno di loro. Le interviste gli servivano per la sua tesi. Si era messo a studiare l’arabo. Io gli dicevo: parla pure in inglese, fai prima. Lui, testardo, continuava in arabo. Due volte al mese incontravamo i sindacalisti. Lo interessavano le condizioni dei venditori ambulanti più poveri”. Cosa pensa di quel che è successo? “Non so...”, è chiaro che non vuole esprimere pubblicamente la sua opinione. Troppi sbirri, intorno.

C’è Tarib che resistette diciotto giorni in piazza Tahir e continua a battersi per gli ideali abortiti di quei giorni. Qualcuno sorregge dei piccoli cartelli scritti in arabo ed italiano: “Sono qui per Giulio e per tutti i giovani che hanno perso la vita in cerca della libertà”. C’è Khaled, un attivista del partito della Costituzione (al-Dostour). C’è la vulcanica giornalista tv Shahira Amin che nei giorni di piazza Tahir mollò il primo canale di Stato stufa delle balle costretta a raccontare: “Sono triste e indignata per quello che è successo al giovane italiano”. Solidarietà di chi sa cosa vuol dire essere perseguitata. Sette mesi fa è stata denunciata per diffamazione: “Ma ho vinto il processo”. L’ennesima provocazione. Forse questo raduno sarebbe piaciuto a Giulio. Gli amici più stretti del Cairo non si vedono. Dieci di loro sono stati torchiati dalla polizia l’altra sera.

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