L’Egitto torna in piazza. Retata di giornalisti stranieri

Caso Regeni Il Cairo

Non arresta i torturatori e gli assassini di Giulio Regeni, però il regime del presidente Abdul Fattah al Sisi è assai sollecito coi giornalisti che si ostinano a voler fare il proprio mestiere: ieri la polizia egiziana ha caricato, lanciato lacrimogeni, compiuto rastrellamenti e fermato almeno 25 cronisti egiziani, 4 francesi, un danese e un ungherese che stavano seguendo le manifestazioni delle opposizioni contro la cessione della sovranità all’Arabia Saudita sulle isole (strategiche) del Mar Rosso, Sanafir e Tiran, davanti a Sharm el-Sheikh, all’imbocco del Golfo di Aqaba.

I giornalisti stranieri e 15 dei 25 egiziani sono stati rilasciati in serata. Tra di essi, Basma Mostafa e Mohamed El Sawi, fermati in mattinata vicino piazza Tahrir, sono stati rimessi in libertà. La notizia è stata diffusa su vari siti. Basma Mostafa è la cronista che aveva intervistato la famiglia presso la quale erano stati trovati i documenti intestati a Giulio Regeni.

Il clima politico e sociale è teso e il disagio nella popolazione palpabile. La società egiziana comincia a a dar segni sempre più evidenti di indignazione. Gli stessi media sono restii ad accreditare le veline governative. La commissione egiziana dei diritti e delle libertà ha recensito 544 persone scomparse e incrimina i servizi di sicurezza: lo fa apertamente, ormai.

Mentre gli aguzzini di Giulio continuano a restare impuniti, si intimidiscono i giornalisti che hanno indagato sulla sua morte, come i reporter dell’agenzia Reuters. Giovedì scorso, infatti, ha rivelato – basandosi su informazioni di sei fonti dell’intelligence e degli apparati di sicurezza – che il ricercatore italiano era stato catturato lo scorso 25 gennaio, vicino alla stazione metro Gamal, da poliziotti in borghese. Condotto nella stazione di polizia di Izbakiya dove è rimasto per mezz’ora, era stato infine trasferito a Lazoughli, in un complesso gestito dal controspionaggio.

Secondo il Guardian, il capo della stazione di polizia di Izbakiya ha presentato un esposto contro Michael Georgy, caporedattore dell’agenzia anglo-canadese, con l’accusa di aver pubblicato “false notizie tese a disturbare l’ordine pubblico” e a “diffondere voci per danneggiare la reputazione dell’Egitto”. Ahmed Hanafy, capo della procura dell’area di Qasr el-Nile (dove si trova il commissariato di Izbakiya) avrebbe precisato che “sinora Reuters non è stata accusata di nulla.

Stiamo solo raccogliendo informazioni sul caso dopo le accuse mosse al capo del commissariato”. Georgy rischierebbe fino a un anno di carcere e una multa di 20 mila lire egiziane (2.050 euro), se venissero accolte le accuse contro di lui.

Per impedire le manifestazioni di protesta annunciate dalle opposizioni, il Cairo ed altre città dell’Egitto, come Alessandria, erano state presidiate sin dall’alba con ingenti forze di polizia antisommossa e reparti meccanizzati: blindati di polizia ed esercito controllavano i luoghi più noti e le strade principali, a cominciare da piazza Tahrir.

Un clima da stato d’assedio. L’alibi del pugno di ferro? Il solito: la legge vieta le manifestazioni di protesta se non sono autorizzate (con notevole anticipo). Soprattutto quella sulle isole Tiran e Sanafir (l’Arabia Saudita ha ottenuto la restituzione dopo 66 anni: nel 1950 aveva chiesto all’Egitto di proteggerle da possibili assalti di Israele): decisione considerata “tradimento”, “svendita”, “vergogna”.

Per di più, ieri ricorreva un anniversario patriottico, volutamente enfatizzato da al Sisi: la restituzione del Sinai all’Egitto (25 aprile del 1982). Il regime ha autorizzato i cortei che festeggiavano la liberazione dalle forze israeliane, inneggiando al presidente, sventolando bandiere egiziane e saudite, mentre in cielo i jet della pattuglia acrobatica nazionale lasciavano scie coi colori della bandiera egiziana. Chiaro il messaggio: chi pretende le dimissioni del governo e nuove elezioni sa cosa l’attende.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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