Oggi siamo tutti Giulio Sono al Cairo. Tra poco andrò al sit-in organizzato dagli "The Januarians" davanti all'ambasciata italiana per ricordare Giulio Regeni, "uno come noi: è stato rapito, torturato e ucciso esattamente come tanti altri egiziani"

Caso Regeni Il Cairo

IL CAIRO. “Oggi siamo tutti Giulio”, dice commosso e indignato l’ambasciatore Maurizio Massari, e le sue sono quattro parole senza remissione: lasciano traspirare dolore, sdegno e rabbia. Vogliamo sapere la verità, continua, “è necessario fare chiarezza”, trovare e punire i responsabili di un atto così terribile. Niente compromessi. Niente soluzioni affrettate e comode: chiediamo un’inchiesta seria, approfondita, condivisa. Perché quello che è avvenuto è inaccettabile. L’ambasciatore non lo dice, non potrebbe del resto, ma dentro la piccola cappella dell’Ospedale Italiano Umberto I, dove gli amici cairoti di Giulio Regeni, i genitori, qualche dipendente dell’ospedale e i funzionari dell’ambasciata hanno voluto commemorare il giovane torturato, ucciso e abbandonato in un fosso della strada Cairo-Alessandria, chi ascolta capisce: nelle menzogne raccontate per occultare l’orrendo assassinio di Giulio, c’è il cuore di tenebre del potere.

E’ passato da poco mezzogiorno, le undici in Italia. E’ il venerdì musulmano, la capitale egiziana è sommersa dalle invocazioni dei muezzin, il traffico è un ingorgo mostruoso continuo, le strade brulicano di gente, le edicole espongono le prime pagine dei grandi quotidiani nazionali. Basta un’occhiata per capire che c’è stata una sorta di passaparola: in tutte è messa in evidenza la foto di Giulio e gli articoli non sono compiacenti con le autorità, raccontano come è morto Giulio, a forza di botte, pugni, bruciature, coltellate, tracce evidenti di sevizie, persino una frattura del cranio. Tutti riportano come l’autopsia del ragazzo contraddica le versioni della polizia: “Una lenta, crudele agonia”, e qualche testata non si limita alla cronaca. Al Masry el Youm, per esempio, dice chiaro e tondo che “la tragica morte di Regeni” porterà “tensioni diplomatiche e perdite economiche”, e pure al Sharouk insiste sulla possibile crisi tra i due Paesi mediterranei, in un momento assai problematico, con l’Isis nel Sinai, i flussi migratori che fomentano xenofobia, razzismo, paure, isolamento; e la destabilizzazione libica a rendere ancor più drammatico il quadro delle relazioni internazionali, in cui sino alla scoperta del corpo di Giulio, Roma e il Cairo parevano intrattenere un’entente cordiale, sostenuta da parecchie visite ufficiali.

E non convince più di tanto la notizia lasciata filtrare dai servizi di sicurezza che due persone sono state arrestate nell’ambito delle indagini sull’assassinio di Regeni, “abbiamo riscontri che comprovano il loro ruolo nell’uccisione. Sono stati raccolti indizi importanti sul caso: dimostrano che si è trattato di un atto criminale non collegato al terrorismo”. Infatti in quest’ultima frase c’è tutta la preoccupazione (più politica che investigativa) di banalizzare il contesto dell’omicidio, “i dettagli su questi indizi saranno resi pubblici entro alcune ore”, assicura la fonte rigorosamente anonima. Un po‘ troppo frettolosamente si vuole archiviare il caso Regeni e ricondurlo nell’ambito di una morte “criminale”.

e investigatori italiani (uomini del Ros e dello Sco) inviati da Roma per condurre un’inchiesta congiunta coi colleghi egiziani, sono arrivati ieri sera. Bisognerà contare sulla buona volontà delle autorità locali, sarà un lavoro difficile, complicato: il movente dell’uccisione di Giulio è certamente collegato al suo lavoro di analista dei modelli economici e delle lotte sociali (era un esperto), in particolare del sindacato egiziano. Uno degli obiettivi è ricostruire le ultime quarantotto ore di Giulio, prima della sua scomparsa, scoprire con chi ha avuto contatti, chi ha incontrato, con quali attivisti si incontrava. Verrà perquisito l’appartamento che condivideva con altri due coinquilini, saranno esaminati - sempre che qualcuno non li abbia fatti sparire - gli hard disk dei suoi computer. Si andrà nei luoghi che di solito frequentava. Come la birreria Hurryet (in turco, “libertà”), ritrovo alla moda dei giovani di Bab el Louk, in una zona abbastanza militarizzata, dove bazzicano un sacco di baltagheja, di informatori che allungano le loro orecchie spione nella piazze.

Povero Giulio, ucciso, “per aver guardato il regime negli occhi”. Qualcuno lo ha tradito. Ha spifferato che era lui a scrivere gli articoli sul Manifesto, così critici e implacabili. Lo ha attirato in una trappola. Un gioco facile, quando ogni sei mesi si lancia una campagna contro le cospirazioni straniere - Putin docet - e si demonizza chi escogita ogni trucco pur di carpire i segreti vitali del Paese. Regeni viveva a Dokki, quartiere come ha scritto ieri al-Ahram (la Pravda egiziana...) di gente mediamente benestante, dove ci sono parecchi stranieri e, quel che è peggio, un sacco di giovani egiziani laici e moderni. Regeni li frequentava, dunque andava punito. Poi, qualcosa è andato fuori controllo, questo dice oggi la gente che scrolla le spalle...meglio non approfondire la questione. Del resto, se lo fai, rischi la pelle. Chiedete a Ricardo Gonzales del Pais: qualche mese fa, dopo aver pubblicato inchieste ed articoli non graditi ai piani alti del potere, è rientrato di corsa in Spagna...

E povera Paola Deffendi, la mamma di Giulio. Ha ascoltato la breve omelia (non c’è stata una vera messa, la si farà in Italia) pronunciata da padre Mamdua, ha accolto con la disperazione nel cuore la benedizione, condivisa da Antonius Aziz, il vescoco copto di Giza, ha ringraziato chi le è stata vicino in queste ore al Cairo, “spero che le stesse parole che ho sentito qui vengano ripetute in Italia”. Tiene duro, mamma Paola. Serra forte le mani. Le mani che ha poggiato a lungo sulla salma del figlio. Fuori, il vento caldo del deserto porta leggera sabbia sulle strade del Cairo.

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