Giulio testimone e vittima del volto feroce dell’Egitto

Caso Regeni FIUMICELLO

FIUMICELLO (Udine). Sedici luglio 1950, prima pagina de l’Europeo. Sono trascorsi dieci giorni da quando il bandito Salvatore Giuliano è stato ucciso a Castelvetrano, la notte del 5 luglio, in un conflitto a fuoco coi carabinieri. L’inviato Tommaso Besozzi inizia così il suo leggendario reportage: “Di sicuro c’è solo che è morto”. Chi era stato a tradirlo? Dove era stato ucciso? Come? Quando?

Ecco, sessantasei anni dopo, vale lo stesso per Giulio Regeni, il giovane dottorando in economia massacrato al Cairo, di cui venerdì è stato celebrato uno struggente funerale a Fiumicello, dove tutti hanno chiesto una sola cosa: la verità. C’era il pm dell’inchiesta italiana, Sergio Colaiocco, che ha interrogato sette amici e colleghi di Giulio venuti dal Cairo e da Cambridge. Regeni era “visiting researcher” dell’American University, prestigioso ateneo del Cairo. Tante domande e probabilmente parecchie risposte: per capire il contesto in cui può essere maturata la decisione di eliminare l’italiano. Risposte che, tuttavia, non sono prove, bensì indizi. Esili, purtroppo.

Di sicuro sappiamo solo che il cadavere di Giulio è stato ritrovato “casualmente” il 3 febbraio scorso, in un canale di scolo della strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria, nove giorni dopo la sua misteriosa scomparsa. Le circostanze di questo ritrovamento sono di per sé offensive, se dobbiamo ragionare in termini investigativi. Tale Mohamed Ahmed di anni 47 e di professione autista di minibus stava guidando quel giorno dalle parti della Città del 6 Ottobre (ai margini della Grande Cairo) quando un pneumatico gli esplode. Frena, accosta, si ferma. Mentre cambia la gomma, uno dei passeggeri si accorge che oltre la carreggiata c’è un corpo. Il conducente avvisa il proprietario del taxi collettivo che informa il commissariato locale. Arriva la polizia e questa riconosce nel cadavere dello sconosciuto “probabilmente” l’italiano la cui scomparsa era stata denunciata la notte del 25 gennaio: vittima, dicono, di un incidente stradale. E’ la prima versione. Anche la prima di una serie di grandi mistificazioni. Perché il primo a smentire è il procuratore del distretto di Giza, che riscontra nel cadavere del giovane evidenti segni di torture, amputazioni, 31 fratture provocate da botte. Non provocati da un incidente stradale. Maldestro negare l’evidenza: prima o poi gli italiani avrebbero avuto il corpo e avrebbero scoperto le sevizie. Così, si passa alla seconda versione: Giulio sarebbe stato vittima di un agguato della criminalità comune. L’ambasciata italiana insorge. Pretende esami autoptici in Italia. Il tiramolla dura un paio di giorni. La salma di Giulio arriva in Italia. I riscontri delle perizie legali sono chiarissimi: il ragazzo è stato vittima di torture abiette.

Nel 1950 Besozzi poté avvalersi dell’inconsapevole collaborazione degli abitanti della contrada di Castelvetrano in cui Salvatore Giuliano si era nascosto. Quelle testimonianze dimostravano che la versione dei carabinieri faceva acqua da tutte le parti. Che era insomma un cumulo di menzogne. Che c’era stata una messinscena. Più ombre che luci.

Con Giulio, il castello di bugie della polizia egiziana (e/o dei servizi di sicurezza) frana immediatamente. Reticenze, incongruenze, inesattezze. Roma invia una squadra di ottimi investigatori, alcuni parlano arabo: nonostante le difficoltà riescono a ricostruire i movimenti di Giulio che precedono la sua scomparsa. Gli indizi portano ad un deduzione politicamente durissima (che potrebbe pregiudicare le relazioni fra i due Paesi). A uccidere sono stati gli sgherri del regime militare di Al-Sisi, il presidente che guidò il colpo di Stato del 3 luglio 2013. Però manca la prova che inchioda, quella che gli inquirenti di tutto il mondo, scimmiottando i detectives americani, chiamano “pistola fumante”. Insomma, di sicuro c’è solo quel corpo martoriato, in modo sistematico, scientifico. Denuncia il modus operandi di certi settori della polizia e dell’intelligence egiziani. L’indagine egiziana viene affidata dalla procura di Giza al generale Khaled Shalaby, condannato a suo tempo (e poi amnistiato) per aver torturato sino alla morte un presunto “nemico dello Stato” che stava interrogando. Manca la volontà di una seria collaborazione, a dispetto di tante dichiarazioni ufficiali tra i due governi. Per esempio, la procura romana attende ancora i filmati delle telecamere della metropolitana del Cairo e i tabulati del cellulare di Giulio. Conosciamo il suo ultimo sms, perché lo ha reso noto chi lo ha ricevuto alle 19 e 40 del 25 gennaio: “Ciao Gennaro. Sto x uscire di casa. Ci vediamo al Gad di piazza Tahrir verso le otto. Poi prendiamo un taxi”.

Gennaro Gervasio, docente all’Università britannica del Cairo (dove vive da vent’anni), è colui che dopo aver inutilmente atteso Giulio, ha allertato l’ambasciata italiana. E’ il primo testimone chiave, ed è certo che il magistrato italiano lo riascolterà ancora, per ricostruire i cinque mesi egiziani di Regeni, e le reali implicazioni del giovane nell’insidioso ambiente dei sindacati indipendenti egiziani, l’oggetto della sua ricerca. Come ha spiegato lo scrittore Khaled Fahmy, professore di Storia all’American University, “è l’argomento più sensibile per l’Egitto, molto più della minaccia rappresentata dai Fratelli Musulmani: l’attivismo nel capo del lavoro”. I sindacati indipendenti rappresentano 25 milioni di operai ed impiegati, quelli filogovernativi appena sei milioni. Fanno paura, i sindacati indipendenti, perché riempiono le piazze. Giulio incontra due volte Kamal Abbas, il leader degli indipendenti. Voleva sapere quale fosse stato il ruolo del movimento operaio negli ultimi anni. L’11 dicembre assiste ad una vivace assemblea, sono coinvolte una cinquantina di sigle che orbitano nella galassia dei sindacati indipendenti, a Qasr El-Einy street, dove si trova il Centro dei servizi sindacali e operai. Quel giorno qualcuno lo fotografa. Un’intimidazione? Ne parla con gli amici. Con Gennaro. Forse, anche coi tutors (Anne Alexander e Maha Abdelrahman). Sa che da tempo il regime sta fobillando l’opinione pubblica contro gli stranieri, contro le ong “finanziate dai nemici del Paese”: i media egiziani (ormai tutti o quasi controllati dal governo) invitano i cittadini a denunciare gli stranieri come possibili spie, perché istigano rivolte e divisioni, per indebolire il Paese. Un po’ come fa Putin in Russia.

Inoltre Giulio parla arabo. Che è un’aggravante, in questo clima da caccia alle streghe. Frequenta personaggi del dissenso, parla inglese con accento americano (quindi potrebbe essere un agente degli Usa...), e va a far domande agli ambulanti, e c’è chi o mette in guardia, “attento che il capo del loro sindacato passa per essere un informatore della polizia...”. Giulio si fida. Pensa che il suo status di intellettuale made in Cambridge lo preservi dalle brutte sorprese. Il 18 gennaio assiste alla prima del film “Out on the street” di Philip Risk che negli ultimi due anni non ha potuto più filmare in Egitto. Quella sera del 25 gennaio, dice il professor Gervasio, dovevamo andare a trovare l’anziano sociologo Hassanein Keskh, ideologo della sinistra radicale, “era il suo compleanno”. Una data infelice: il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Il regime ha vietato ogni assembramento di più di tre persone. Cairo è presidiata dalla polizia e dalle squadracce paramilitari. Possibile che Giulio non avesse valutato i rischi?

Chi lo ha ingannato? Giulio viveva nel quartiere Dokki (distretto di Giza, sulla sponda sinistra del Nilo), al quarto piano di un condominio. Eddie Saade, un web designer che lavora al secondo piano per una tv internet, ha detto agli investigatori italiani che tre giorni prima, nel palazzo, c’erano stati due agenti di polizia, apparentemente per controlli dei documenti: “A un certo punto mi hanno chiesto se sapevo dove fosse Giulio, perché non rispondeva al campanello”. Uno dei due l’avrebbe rivisto dalle parti della stazione Metro Behook, a due passi dal condominio, la sera del 25 gennaio. Perché ha atteso così tanto, prima di andare all’ambasciata italiana? Un sito egiziano sostiene che l’ultimo segnale del cellulare di Giulio era stato registrato in via Sudan, lunga 7 chilometri, e che si trova a 200 metri dalla stazione Behook. Lì il segnale si sarebbe interrotto. Nel frattempo, la polizia egiziana avrebbe interrogato 230 amici di Giulio, quelli i cui nomi erano sulla sua agenda. Ogni giorno, spunta un tassello di falsa verità. Di sicuro, Giulio è stato ammazzato. Tutto il resto, è sabbia nel vento di quel deserto, ai margini del quale il corpo martoriato di Giulio è stato ritrovato.

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