“Giulio mi ha insegnato molto”

Caso Regeni FIUMICELLO

FIUMICELLO. Ma è davvero Italia questo remoto pezzo di bassa friulana che si chiama Fiumicello, antico borgo agricolo dove tutto ruota attorno alla coltivazione delle pesche ma anche a quella della cultura e delle associazioni, nutrimento della meglio gioventù locale? Dove la memoria antica delle emigrazioni ha sviluppato poderosi anticorpi contro xenofobia e contro irrazionali paure dell’altro: è davvero Italia questa comunità di cinquemila abitanti uniti e socialmente coesi come è difficile trovare altrove che non chiede vendetta per la barbara uccisione di un suo figlio modello, ma soltanto giustizia? Certo che sì. E chissà quante altre ce ne sono come Fiumicello. La colpa, semmai, è nostra: non sappiamo guardare, o cercare. La scopriamo adesso, incidentalmente: Giulio Regeni, 28 anni, ricercatore per conto dell’università di Cambridge, è stato infatti barbaramente torturato ed ucciso in Egitto, ma nessuno, dico nessuno, in questo paesone tra Palmanova ed Aquileia, ha parole di rabbia e rivendica crociate. No, qui la password è “verità”, anticamera della libertà e della democrazia, “senza giustizia non si costruisce pace” dice il parroco don Luigi Fontanot, durante il funerale del povero Giulio Regeni che si è svolto ieri pomeriggio nella palestra polifunzionale del paese, mille persone dentro e duemila fuori, in un profondo rispettoso silenzio d’altri tempi. Politici solo a titolo privato. Sindaco senza fascia tricolore. Niente applausi. Né bandiere. Feste di carnevale sospese. Solo memoria. Gli amici del Cairo e di Londra. Il giudice Sergio Colaiocco di Roma che indaga sull’uccisione di Giulio.

L’omelia di don Luigi è accompagnata da quella del padre copto Mamdua, lo stesso che aveva benedetto la salma di Giulio nella cappella dell’ospedale italiano Umberto I del Cairo, “credete nella provvidenza? Ecco, io sono qui per pura provvidenza...la mamma di Giulio mi ha chiesto di ripetere in Italia le parole che ho detto quel giorno”, quando la preghiera cristiana di padre Mamdua e del vescovo Antonius Aziz per chissà quale gioco dei destini incrociati era risuonata nello stesso momento in cui lo sceicco della moschea limitrofa innalzava la sua, “due preghiere diverse hanno raggiunto lo stesso Dio”, non importa come venga chiamato, ed è un messaggio di comprensione, non di contrapposizione. Gli stessi messaggi che Giulio aveva fatto suoi nella sua breve ma avvincente esistenza, cittadino del mondo, anzi, “cittadino cosmico”. Giulio, infatti, aveva un mantra: “Pensate indipendentemente e impegnatevi per ottenere quelli che voi pensate siano gli obiettivi più giusti”, e nella liturgia della parola - tutto ieri è stato parola, cioè politica - c’è spazio per le preghiere contro “gli orrori delle guerre”; in misericordia, per i “nostri fratelli affamati, disoccupati e senza tetto”. Gli amici di Giulio vogliono che “i suoi valori, la sua intelligenza e il suo desiderio di verità possano illuminare la strada della nostra vita”. Giulio era tante cose: rock, fan di Pasolini, di sinistra, pacifista, contro i regimi.

Ecco Giulio, “classe 1988” come Regeni. Ecco due amiche che si chiamano Giulia entrambe: scivolano nella commozione ricordi adolescenziali, ideali condivisi, “era dolcissimo”. Ecco i docenti di Cambridge, a testimoniare il valore di Giulio e la sua grande “curiosità” per le culture di società “difficili”, come quella egiziana di questi ultimi anni: “Era brillante, il cuore del gruppo. Ci aggiornavamo ogni venerdì per il dottorato. Non posso immaginare che venerdì prossimo non lo sentirò più...ma per me ci sarà sempre”, dice il professor Peter Nolan. “Chiedeva molto, sapeva dare molto”, completa una collega di Nolan, “si poteva avere opinioni diverse, ma il confronto non diventava conflitto”. L’insegnante di teatro ricorda con tormento che gli affidò la parte dell’Aviatore, precipitato nel deserto, quando Giulio voleva essere il Piccolo Principe: “Alla fine ti hanno ritrovati ai margini del deserto...”. La gente di Fiumicello mitiga il dolore con l’orgoglio di avere figli che non vogliono fili spinati ma un mondo da esplorare, come spiega Veronica Boldrini che fu vicesindaco quando Giulio era sindaco e fulcro del Comune dei Giovani, “perché siamo la prima generazione che non ha paura di esprimersi in giro per il mondo, non abbiamo paura di cambiare, sapendo bene quali sono le nostre radici”. Mamma Paola affida a un amico del figlio il suo ultimo messaggio: “Grazie Giulio per avermi insegnato tante cose. resta nel mio cuore l’energia del tuo pensiero. Il tuo pensiero per amare, comprendere, costruire tolleranza”. Fuori, smette di piovigginare. Un raggio di sole buca il cielo plumbeo. Ed è subito arcobaleno: come la sciarpa multicolore che porta mamma Paola. Gliel’aveva regalata Giulio.

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