Giulio, false piste e collaborazione in salita

Caso Regeni Il Cairo

Il Cairo Ambasciator non porta pena, dicono. Maurizio Massari, il nostro rappresentante al Cairo, deve essere un pragmatico perché è il primo a far capire che l’inchiesta congiunta (la tanto strombazzata “collaborazione trasparente” fra il team dei sette investigatori italiani spediti in Egitto e la polizia locale) non è così semplice come vorrebbero Renzi ed Alfano: “Non è da dare per scontata”, ha infatti dichiarato ieri Massari a In 1/2h su Rai 3. La cooperazione è “un banco di prova importante per non fare venire meno la fiducia che abbiamo nel Paese”. Tradotto: guai ad irritare i funzionari egiziani, gelosi della loro autonomia. POLIZIA ed intelligence sanno di essere sotto accusa, o comunque sospettati di aver fermato, torturato e ucciso il giovane studente italiano: non vogliono essere criticati dai loro impiccioni colleghi italiani. Perciò i tempi si dilatano. E poi, bisogna discutere sui limiti in cui può operare il team di Roma. Ieri un primo incontro: “Siamo alle prime battute”. Il presidente al-Sisi ha sollecitato gli apparati di sicurezza a collaborare con gli italiani, ma le resistenze burocratiche sono un problema e, magari, una scusa. Nel frattempo, la stampa filogovernativa continua a distillare notizie che contraddicono ciò che si era riusciti a ricostruire, la sera del 25 gennaio in cui Giulio svanì nel nulla. Secondo il quotidiano al-Ahram, che è il più allineato col regime, il ragazzo avrebbe partecipato ad una festa “in compagnia di un certo numero di amici”. Si sapeva che Giulio aveva un appuntamento dalle parti di piazza Tahrir verso le 20. E che però non era mai arrivato. L’avreb - bero riferito gli amici cairoti di Giulio durante gli interrogatori. Strano che non sia trapelato nulla. Se ne deduce che Giulio sarebbe scomparso più tardi delle 20. Oltre, cioè l’ora delle retate di polizia attorno a piazza Tahrir. Un dettaglio che riabilita l’ipotesi della pista “criminale ”, come insiste nel sostenerla Garir Mustafa, il capo del Dipartimento di Sicurezza Generale. La versione non incanta i nostri segugi. Vorrebbero parlare anche loro con gli amici di Giulio. È questo il primo scoglio procedurale. Circola poi l’ipotesi che Regeni sia stato rapito e torturato (31 fratture, una, letale, alla vertebra cervicale) per sabotare al-Sisi e destabilizzare le relazioni tra Roma e il Cairo (vedi il contratto Eni da almeno 7 miliardi di Euro). Un quadro complottista (spezzoni deviati di servizi e polizia legati ai Fratelli Musulmani) in cui si vorrebbe pure silurare le velleità renziane nei negoziati libici fra Tripoli e Tobruk. L’effe rate zza farebbe parte del piano: per questo il corpo seviziato di Giulio è stato fatto ritrovare. Siamo alle solite: tanto fumo per nessun arrosto.

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