Soraya Saenz de Santamaria Soraya, la “cocca” di Rajoy viceré della normalizzazione

Referendum Catalogna Barcelona

Cavoli amari per i catalani che sognano la secessione. Perché alla guida della Catalogna si è installata la quarantaseienne vicepresidente del governo Maria Soraya Sáenz de Santamaria Anton, più conosciuta come SSDS, cioè Soraya Sáenz de Santamaria, la Margaret Thachter di Valladolid, roccaforte della Spagna conservatrice e monarchica (tanto che viene chiamata Fachadolid...). Donna spigliata, parlantina secca, look manageriale. Ministro dell’Amministrazione Territoriale; dunque, la sorvegliante dell’unità nazionale. Fan dello scrittore Miguel Delibes, suo concittadino: “Mi identifico nella sua prosa: soggetto, verbo, predicato. In politica la subordinata e il congiuntivo non valgono”. Tutti la temono, perché non le manda a dire. Si fida di pochi, pochissimi. La madre Pedra Anton. Juan Vicente Herrera, presidente della Junta di Castiglia e Leon, la regione di Valladolid. Il marito, sposato in Brasile. Dice di vivere “una professione di rischio”. Ma i rischi, sussurrano i colleghi del Partito Popolare, li fa correre lei agli altri.

E’ Soraya che ha convinto Mariano Rajoy a togliere ogni indugio, “a ripristinare la legalità costituzionale”. Ha spodestato Carlos Puigdemont il presidente della Generalitat. Ha promesso di far rigare dritto il Parlament catalano, che “non sa cosa sia e cosa non sia la democrazia”. E’ lei che propugna una linea inflessibile contro chi ha chiesto l’indipendenza perché lo considera un atto sovversivo. Tanto Rajoy è stato criticato per le sue indecisioni, quanto invece Soraya è apprezzata per la sua determinazione. Qualcuno la considera un’emula di Torquemada della politica iberica, una che concede poco agli avversari, che siano esterni od interni. Infatti un altro nomignolo la perseguita e la qualifica, in un certo senso: “Killer silenzioso”.

Un osso duro, insomma, la vice di Rajoy, del quale è fedelissima. O, almeno, lo è stata sinora. Già si sussurra che possa succedergli. Era entrata nel suo staff come consigliere giuridico, quando lui era il vice di José Maria Aznar, agli inizi del Duemila. Si era laureata a ventitré anni - prima del suo corso, vincitrice di un premio “straordinario” - ed aveva ottenuto il titolo di avvocato dello Stato a Léon, non trascurando la carriera universitaria, trampolino indispensabile per far breccia nelle stanze del potere. Infatti diventa docente di diritto amministrativo all’università Carlos III di Madrid e, contemporaneamente la beniamina di Aznar. A trentasei anni è nominata portavoce del Partito Popolare in parlamento, un ruolo chiave, di grande visibilità e prestigio. Ha scalato in fretta i vertici del Partito Popolare. E una deputata che non spreca parole. Ma anche membro della segreteria del Partito che cerca di svecchiare. E‘ il volto nuovo, dinamico della destra spagnola, piacciono le sue radici castigliane, ed essere figlia di “pane e mattoni”. La famiglia paterna, da secoli proprietaria a Valladolid di una fabbrica di mattoni nella calle Ferrocarril. Il ramo materno, originario di Berlanga de Duero, dove il nono aveva una panetteria. Insomma, Soraya si vanta spesso e volentieri di essere figlia unica di genitori lavoratori che “mi hanno dato un plus di indipendenza e responsabilità”.

Non l’indipendenza determinata da un referendum che Soraya ha definito “vergognoso e imbarazzante”. Peggio: “Un’atrocità costituzionale”. Non l’irresponsabilità di Puigdemont, “colpevole del terremoto politico più esplosivo della storia recente di Spagna”. Di sé disse una volta: “Se sei giovane, donna e alta appena un metro e mezzo, come lo sono io, ecco, tutti pensano che sei vulnerabile”. Invece, è il sottinteso, sono la donna più forte del mio Paese. La crisi sovranista la situa ora capo del governo catalano sino alle elezioni del 21 dicembre. Ha due mesi per puntellare la sua ascesa e diventare la prima donna premier della Spagna.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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