Piqué, Alì e Owens. Non basta un gesto a cambiare la storia

Referendum Catalogna Barcelona

Lo sport è vita, il calcio di più. Domenica pomeriggio Barcelona-Las Palmas è finita 3 a 0, ma si è giocato a puertas cerradas. Sull’enorme tabellone del Camp Nou campeggiava l’immagine di un’urna e sotto l’enorme scritta democracia, ma non c’era nessuno a sventolare le bandiere di Catalogna perché così ha voluto la dirigenza: “Tutto il mondo si renderà conto dell’anomalia”, ha detto Josep Maria Bartomeu che è il presidente della squadra mes que un club, più di un club. Oggi questo motto è diventato una parola d’ordine della resilienza catalana.

Gerard Piqué, il grande difensore del Barcellona e della nazionale spagnola con la quale ha conquistato il Mondiale del 2010 e l’Europeo del 2012, è il più politicizzato dei giocatori catalani. A tal punto che è diventato il testimonial del referendum: “Sono catalano e sono orgoglioso della mia gente”, ha ripetuto domenica nel tormentato dopo partita, assediato dai giornalisti di mezzo mondo. Ha rivendicato la volontà di votare, ma la voce gli si è incrinata quando ha precisato che “non siamo cattivi”, e che vogliamo soltanto esprimere la nostra identità. Le sue lacrime ci hanno commosso. Come le canzoni di Bob Dylan e Joan Baez. Una presa di coscienza. Non la presa del potere: che è ciò che vorrebbero gli indipendentisti catalani.

Piqué, in questa dimensione, è diventato l’eroe, il difensore non solo del Barcellona ma dell’intera Catalogna. Il campione di uno sport universale: il calcio infatti non ha frontiere, è più diffuso della democrazia e dell’economia di mercato. Capace, prima dell’Onu, di far sedere nello stesso emiciclo la Cina Popolare e Taiwan, e di portare ai mondiali la Corea del Nord (che ci eliminò clamorosamente in Inghilterra nel 1966, ahinoi...). Il sole non tramonta mai sull’impero del football. Il gesto simbolico ed intensamente patriottico di Piqué, dunque, è destinato a diventare un tassello nel mosaico della storia di Catalogna. Ma quanto influirà, nella complessa partita geopolitica che sta squassando la Spagna?

Emotivamente, tanto. In concreto, poco. Lo scrittore spagnolo Quique Peinado sostiene come il calcio sia una cosa seria, “molto più spesso vicina alla politica di quanto si possa pensare”. In un suo libro racconta qualche storia di calciatori che non hanno avuto paura di svelare il proprio impegno. Coraggioso fu, per esempio, Carlos Humberto Caszely, il bomber della nazionale cilena, che si rifiutò di stringere la mano a Pinochet. Rischiò la vita.

In modo diverso, ebbe grande influenza - in parte, ne ha ancora oggi - Diego Armando Maradona. Una vita esagerata, certo. Ma anche uno che ha gridato al mondo la rabbia degli esclusi, degli emarginati. Lui ha (in parte) vinto la partita della vita e vuole spiegare come: “So di non essere nessuno per cambiare il mondo, però non voglio che qualcuno entri nel mio a condizionarlo”. Ha ammesso i suoi errori “nella droga e negli affari”: il suo nome riecheggia tuttora nei barrios e nei vicoli, tra le ramblas e le periferie metropolitane, en la cancha, in campo, forse è stato il più grande. Quanti ragazzini inseguono il pallone ed un’altra vita?

E non è solo il calcio a stemperarsi nella politica. Ci sono i pugni di Muhammad Alì (geniale la sua arroganza: “Io sono il più grande. L’ho detto persino prima di sapere di esserlo”). O la corsa dell’eroe perdente, come il maratoneta Dorando Pietri che ai Giochi di Londra 1908 fu squalificato sul traguardo perché l’avevano sorretto: “Ho vinto la gara, ma ho perso la vittoria”, disse, sfinito. Era un garzone fornaio. Il talento nelle gambe, l’astuzia popolana - giammai populista - di capovolgere la sconfitta in un successo duraturo. Ci campò, infatti.

Ecco, è in questo incidere nella memoria, l’effetto imperituro del campione e delle sue scelte. L’archetipo di questo “far politica” l’abbiamo nelle quattro medaglie d’oro a Berlino di Jesse Owens, il nero che batte i perfetti ariani di Hitler. O nell’immagine dolorosa di Tommy Smith e John Carlos, oro e bronzo dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico, il 16 ottobre 1968: levano il braccio col pugno guantato di nero del Black Power, i piedi scalzi (segno di povertà), la testa china e una collanina di pietruzze (“ognuna è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”). I due fanno parte dell’Olympic Project for Human Rights. La protesta divenne emblematica. La sfida sportiva era diventata immensamente politica. Storie di vittorie che sapevano sovente di sconfitte: nell’anno dell’assassinio di Martin Luther King, di Bob Kennedy, dei carri armati sovietici a Praga, del massacro di My Lai, della strage di piazza delle Tre Culture, alla vigilia dei Giochi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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