Mariano Rajoy

Referendum Catalogna Barcelona

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha sessantadue anni e non fa nulla per mascherare l’età, anzi; ostenta un volto prelatizio, le guance leggermente paffutelle, gli occhiali da professore: in fondo è figlio e nipote di giudici popolari, lui stesso ha studiato Legge e nel 1979 ha vinto il concorso per conservatore delle Ipoteche. Ma non doveva poi piacergli così tanto questo lavoro, se all’inizio degli anni Ottanta abbandona i corridoi della burocrazia per quelli della politica. Aderisce infatti all’Alleanza Popolare, il partito di destra fondato dall’ex ministro franchista Manuel Fraga che in seguito diventerà il Partito Popolare, oggi al potere.

E’ in questi anni che tempera l’identità dell’hispanidad con quella autonomista galiziana di Santiago di Compostella, dove è nato il 27 marzo del 1955. Ha fortissime radici cattoliche, d’altra parte la sua città è il terminale del secolare Cammino che porta ogni anno decine di migliaia di pellegrini alla splendida cattedrale in cui, secondo la leggenda, riposano i resti di San Giacomo, uno dei dodici apostoli di Gesù.

Mariano non è un buon oratore, colpa della bocca breve da cui si diffonde una voce non grave: le parole scivolano lente, come richiede la sua figura istituzionale. Del resto, è noto che Rajoy preferisca il silenzio ai dibattiti, che sia uomo dietro le quinte, e non ami la ribalta. Nel 2015, per esempio, venne invitato dalla tv spagnola ad un dibattito coi più giovani leader di Podemos, di Ciudadanos e del Psoe: non si presentò. Nel 2012 non spiegò all’opinione pubblica i motivi che lo portarono a varare un severo piano di austerity, con tagli di 80 miliardi al bilancio, dopo che aveva sconfitto José Luis Zapatero alle elezioni del novembre 2011, proprio criticando la sua politica di estremo rigore. Non ne parlò in parlamento, evitò accuratamente i microfoni dei media, non reagì alle proteste di piazza. Quando l’Ue annuncia il maxiprestito da 100 miliardi, lui se ne va a Danzica per assistere a Italia-Spagna, piuttosto che affrontare le interrogazioni parlamentari. Preferisce lasciar sbollire le situazioni, e decantare il malcontento. Scaltrezza da dinosauro del parlamento, dove siede dal 1986: cinque volte ministro, per 8 anni capo dell’opposizione. Sconfiggendo Zapatero, intasca una schiacciante maggioranza parlamentare (186 seggi su 350). Dopo il frou frou di Zapatero, gli spagnoli vogliono una persona affidabile. Conciliante. Nella sua biografia “In confidenza”, si presenta appunto come padre di famiglia responsabile, sportivo: “Ho ereditato da mio padre un senso assai marcato di rispetto delle regole, il senso di giustizia e dello sforzo”.

In questi sei anni di grigio esercizio del potere, da uomo senza qualità della politica, si fa notare per le sue gaffes, per maltrattare di tanto in tanto il suo castigliano (capita a Di Maio con l’italiano, non a caso è un grande fan di Rajoy). Parla male l’inglese, come Renzi, ma sa difendere con successo le posizioni di Madrid. Governa senza esporsi troppo: la formula per durare. Meglio delegare ad altri le patate bollenti. Non è uomo da barricata. Però la crisi catalana lo obbliga ad uscire dal guscio. Magari tardivamente: una settimana prima del referendum, preferisce andare da Trump che incontrare i secessionisti. Lascia che siano i giudici della Corte Costituzionale ad agire: sono loro che autorizzano l’arresto dei 14 dirigenti del referendum. In Parlamento dichiara che “era l’ultima risposta possibile”, che “lo Stato deve reagire”. Si appiglia all’ormai famoso articolo 155 della Costituzione, quello che prevede la sospensione dell’autonomia. Spera nel buonsenso. Ma sa che il buonsenso è un’invenzione dei deboli.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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