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Referendum Catalogna Barcelona

Tutto è cominciato ad aprile. Quando a Barcellona viene arrestato il trentaseienne programmatore russo Piotr Levashov su richiesta degli Stati Uniti perché accusato di cyberspionaggio nel caso Russiagate. Che ci faceva in Catalogna questo misterioso hacker, il re dello “spam”, capo del motore spam Kelikhos, creato nel 2010, ex militare ed ex membro di Russia Unita, il partito di Putin?

Kelikhos, secondo il sito KrebsOnSecurity, avrebbe infettato dai 70 ai 90mila computer, capace di inviare ogni giorno un miliardo e mezzo di messaggi. Inoltre, Levashov è di San Pietroburgo, come Putin. E’ diventato miliardario, secondo il New York Times, anche grazie alle commissioni che gli ha versato il Cremlino. Lo scopo? In America, favorire la vittoria di Donald Trump. In Europa, seminare dubbi nell’opinione pubblica sulla legittimità del processo democratico, favorendo partiti e movimenti euroscettici, populisti ed indipendentisti. Levashov, altro dettaglio significativo, girava sempre con un paio di guardie del corpo e cercava di non mettersi mai troppo in evidenza. Come una spia.

Settembre 2016. Ora si capisce perché Levashov fosse in Catalogna. Per organizzare disinformazione a favore dei separatisti. La macchina delle ingerenze russe ripete lo schema già sperimentato con Brexit e poi con Trump, in Olanda (a favore di Geert Wilders, il leader xenofobo ed anti Bruxelles), in Francia (Front National di Marine Le Pen), in Austria e in Germania, con l’ultradestra tedesca di Afd. In Catalogna, il Cremlino ha visto un’altra opportunità per accentuare le fratture europee e indebolire l’Ue.

Non sono sospetti. Ma certezze. L’offensiva, segnalano le piattaforme di analisi sociali come Audiense, è documentata da un incremento massiccio di tweet, email, articoli, trasmissioni tv schierati a favore del separatismo. La Tv di Stato russa ha commentato due giorni fa la situazione come fosse frutto di una ineluttabile crisi: “Il mondo occidentale sta cadendo a pezzi, non siamo solo noi ad esserne colpevoli”. Si citano anche i referendum leghisti sull’autonomia. RT, network satellitare globale finanziato dal Cremlino, diffonde 42 servizi dal 28 agosto al 24 settembre, parecchi i titoli scorretti, come “la Ue rispetterà l’indipendenza catalana, però bisognerà aspettare il processo di adesione”. Fake. Sulla scena irrompe Julian Assange. Il 12 settembre twitta: “La nascita della Catalogna come Paese o guerra civile”. Il web è sobillato. Il 15 settembre (ore 6.46 pm): “Invito tutti ad appoggiare il diritto della Catalogna all’autodeterminazione”. Il tweet, rilanciato dai media e dal web russo, diventa virale. Quasi una parola d’ordine. Per NewsWhip, quel giorno è il tweet che ha avuto maggiore influenza nel mondo. Il 21 il testimone passa a Edward Snowden: “La repressione della Spagna è una violazione dei diritti umani”. Infine, ecco Justin Raimondo, direttore del sito AntiWar, attivista no global che ha appoggiato Trump. Assange e i soldatini del web russo diffondono l’articolo: “Catalogna? Una piazza Tienanmen spagnola”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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