Ricchezza e paura: essere oligarchi oggi VITA SUL FILO DEL RASOIO DEI BUSINESSMEN EX SOVIETICI, SOLDI FACILI MA SPESSO A RISCHIO DELLA VITA

Putinstan

Oligarckh . Soldi e potere. Nei Paesi dell’ex Unione Sovietica sono tanti, l‘8 per cento dell’élite economica mondiale. Oligarca significa ricchezza estrema: in Russia oggi sono 95 i miliardari in dollari. Hanno un’età media di 50 anni, sono tutti self made men, agiscono principalmente nel settore dell’acciaio, del petrolio, dell’im - mobiliare, delle telecomunicazioni e del bancario. Il 71% delle loro attività hanno dimensioni sia locali, regionali e internazionali.

Ma la loro vita dorata è sempre sul filo del rasoio. Lo dimostra la vergognosa espulsione di Alma Shalabayeva, consegnata con la sua bimba di 6 anni alle autorità kazake, perché moglie di un oligarca dissidente ed ex ministro. Il destino di Mukhtar Ablyazov, ricchissimo banchiere marito di Alma e padre della piccola Alua, è la prova che certe improvvise, avventurose e spropositate fortune hanno origini spesso discutibili e che democrazia e oligarchia non vanno mai d’accordo.

Prima lezione: poiché l’oligar - chia è tollerata dai regimi, è la democrazia a rimetterci. Se dissenti, pensando d’aver guadagnato anche l’impunità, ti illudi. Rischi invece tutto quello che hai: persino la famiglia. Basta una piccola accusa. Finisci in galera. Sono ormai così tanti gli uomini d’affari a languire nelle infami “colonie penitenziarie” che la Duma russa ha votato, in prima lettura, il 2 luglio, una legge per amnistiarne 13mila. Lo scopo è che possano aiutare il rilancio dell’economia, una sorta di risarcimento. Prima il bastone. Dopo la carota.

Seconda lezione. Non basta flirtare col potere, assecondandone le derive autoritarie. E nemmeno serve aver condiviso le responsabilità politiche: Ablyazov è stato ministro dell’Ener - gia e dell’Economia kazaka, è stato a capo dell’ente elettrico nazionale. Appena ha messo su un partito diverso da quello del presidente Nazarbayev, è finito in manette.

Non ci sono vie di mezzo. Il potere vuol disporre sempre degli oligarchi. Sbagli, se credi poterti sganciare dal tuo mentore: hai firmato la tua condanna. Che arriva sempre, prima o poi. È successo al capostipite degli oligarchi, Boris Berezovskij, trovato cadavere nel bagno della sua residenza di Ascot, il 23 marzo. Boris è stato l’uomo più potente della Russia negli anni ‘90, ai tempi di Eltsin. Incarnava la potenza degli oligarchi, Aveva sognato d’essere il demiurgo della Russia. Sotto Putin, fu bandito. Il giornalista americano Paul Klebnikok lo definì “il padrino del Cremlino”. Paul dirigeva l’edizione russa di Forbes . Il 9 luglio del 2004 lo ammazzano per strada a Mosca. Aveva svolto inchieste sui “padrini” del Cremlino e sugli oligarchi arruolati da Putin.

Terza lezione. Vedere il film russo “Oligarchk ”, diretto da Pavel Lungin. Racconta la parabola di un giovane imprenditore, audace e spregiudicato. Sfrutta abilmente l’anarchia economica negli anni turbolenti della dissoluzione sovietica. Con spericolati metodi fraudolenti, diventa ricco e potente. E vuole di più: il Cremlino. Ma i nuovi boiardi lo bloccano. Scorre molto sangue. Morale: accontentarsi di arricchirsi e di restare al proprio posto. Nella realtà, è il consiglio di Putin ai magnati del suo Paese: voi pensate agli affari, io penso a gestire la Russia. Roman Abramovic, per 10 anni governatore-mecenate di una piccola regione della Siberia orientale, la Chukotka e ha fatto i miliardi nell’era delle grandi privatizzazioni eltsiniane, ha capito l’antifona. Vive tra Londra e Mosca, amministrando un ptrimonio di oltre 10 miliardi di euro. Ha reso felice Putin litigando con Berezovskij (pure in tribunale) ed evita di schierarsi.

Quarta lezione. Evitare di finire come Mikhail Khodorkovskij, sino a dieci anni fa l’uomo più ricco di Russia, proprietario allora della 5a compagnia petrolifera del mondo, la Yukos. Dal 25 ottobre del 2003 è detenuto. Giusto pochi giorni fa ha festeggiato dietro le sbarre il 50° compleanno. Era entrato alla grande in politica, aveva finanziato la campagna elettorale dei partiti di opposizione. Putin lo ha fatto arrestare, in modo drammatico, a Novosibirsk, con l’accusa di frode fiscale e appropriazione indebita: l’aereo della Yukos è stato circondato, mentre gli uomini dell’Fsb, i servizi eredi del Kgb, in tuta nera e armi spianate, irrompevano nel velivolo. Quinta lezione. Tra mazzette, tangenti, denaro riciclato e acquisti illegali, all’estero sono finiti 50 miliardi di dollari. Piuttosto che avere a che fare con tale devastante corruzione, i 400 clan mafiosi, i siloviki (gli uomini forti che fanno capo agli interessi dei servizi segreti, della polizia e dell’apparato militar-industriale) e soprattutto con gli umori di Putin, meglio emigrare. Globalizzarsi. La capitale della diaspora oligarchica è Londra, anzi Londongrad: sono 400mila i russi. Ultimo arrivo, la palazzinara Elena Baturina, moglie dell’ex sindaco di Mosca Yuri Luzkhov, sospettato d’aver accantonato miliardi. Caduti in disgrazia, eccoli “londinesi”. Come il giovane editore Evge nij Lebedev (London Evening Standard e The Independent). Figlio dell’oligarca Alexandr, proprietario insieme a Gorbaciov, del giornale d’opposizione Novaja Gazeta - ci lavorava la povera Anna Politkovskaja. Lebedev padre è finito sotto processo a Mosca per hooliganismo, un vecchio episodio di qualche anno fa riportato a galla per obbligarlo a vendere i suoi assets in Russia e levarselo dalle scatole. La vecchia ricetta stalinista

Fonte: ilfattoquotidiano.it

GUARDA ANCHE

Il Mediterraneo e la dottrina Putin: questa è cosa nostra 8/4/2017

Il Cremlino non farà passi indietro, ha bisogno delle basi navali siriane per espandere il raggio d’azione fino alla Libia
Continua a leggere

La morte come propaganda 6/4/2017


Continua a leggere

Le bombe di Pietroburgo 4/4/2017

La pista del Terrore e la strategia “zarista” tra paura e rabbia. Il regime pronto a sfruttare l’effetto mortale: nascondere le proteste dell’opposizione puntando su un nemico comune
Continua a leggere

Il sogno russo: “Senza Putin” 31/3/2017

Retate nelle scuole, agenti pronti a sparare sui manifestanti, sciopero dei camionisti e in tutto il paese torna lo slogan delle proteste del 2011 contro lo “zar”
Continua a leggere