Batman e Robin nella Terra di Francesco Giuseppe

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MOSCA. Giovedì 30 marzo Dmitri Medvedev si è recato con il suo mentore Putin in visita alla Terra di Francesco Giuseppe, un arcipelago che si trova nel mare di Barents, al confine con l’Artico e con il Mare di Kara, dove sono state individuate riserve sottomarine di petrolio pari alle riserve dell’Arabia Saudita. Batman e Robin, così li chiamano in Russia, sono andati a verificare i risultati del progetto ecologico “pulizia generale”, e già il nome avrebbe dovuto suggerire il forfait di Medvedev...Essendo assai fragile l’ambiente artico, la Società geografica russa aveva sollecitato il governo a varare un progetto innovativo per tutelare le risorse naturali: Putin l’aveva ordinato nel 2010, quando era primo ministro, e il presidente era appunto Medvedev. Molte foto, reportage in tv, un convegno ad Arcangelo il giorno dopo coi presidenti di Finlandia ed Islanda: l’Artico, nella narrazione del Cremlino, è l’ultima frontiera dell’impero, è l’Eldorado del futuro, la base per lo sviluppo di una forte innovazione industriale russa.

Ma quel che conta, è il messaggio ribadito: eccoli, lo zar e lo zarino, sempre e ancora insieme. Complici, più che amici. Putin, sempre nell’iconografia ufficiale, ha risvegliato l’Orso, ossia la Russia. Nella logica putiniana l’Orso deve avere un atteggiamento tracotante, anche aggressivo. Deve farsi rispettare dal resto del mondo. Tenere lontano i nemici. Un concetto rozzo, patriottico che però trova vastissimi consensi. Anche perché la propaganda batte solo in quel senso. E nella propaganda putiniana c’è Dmitri. Guarda caso, Medvedev in russo è il genitivo di orso (o anche “figlio di orso”). Benché, a guardarlo, di orso ha ben poco: casomai, sembra un orsacchiotto. Ha infatti un’espressione mite, da bravo e leale ragazzo, che ha conservato negli anni (ne ha cinquantuno). Un’aria da eterno secchione. Come è stato, infatti, a scuola e a casa, figlio di due docenti universitari. Pare innocuo, persino sprovveduto. Invece, Putin e il suo clan l’hanno addestrato all’esercizio del potere, e, a quanto pare, anche a quello dell’arrichimento: così fan tutti...

Sul trono del Cremlino, Medvedev c’è stato tra la seconda e la terza presidenza di Putin. Lo zar “uscente” l’ha designato nel 2008 suo erede ad interim. Ha consigliato gli elettori di votarlo. L’ha presentato per quello che è: abile giurista, bravissimo avvocato d’affari. Dmitri in effetti ha insegnato diritto romano all’Università Andrej Zdanov di Leningrado, la città dove è nato. Antropologicamente è diverso da Putin: non ha alle spalle, cioè, una carriera marcata dall’ideologia sovietica. L’Urss è un ricordo giovanile. Tutte le esperienze professionali appartengono alla nuova Russia. E’ un fan della musica rock, parla inglese, ama l’Italia, sua moglie Svetlana ogni tanto fa shopping in via Montenapoleone, a Milano. Sfoggia spesso tenute assai informali e sportive (ha un trip per le scarpe da jogging). E’ tecnologico. Ogni mattina, dicono, nuota per un’ora. Pratica sollevamento pesi, forse per far capire che se il Capo è un valente judoka, lui non è da meno. Anche lo sci alpino è d’ordinanza: sciano Putin e gli oligarchi, può esentarsene lui, “il delfino”?

No. Di Putin è l’ombra fedele, ne condivide i segreti, talvolta gli atteggiamenti. Ogni tanto, si distingue. Non approva le scelte anti-occidentali, e questo irrita gli uomini di Putin, perché in fondo Dmitri non è inquadrato, non è un cekista, né fa parte delle truppe dei siloviki, gli “uomini della forza” (intelligence, ministero degli Interni, forze armate). L’accusano di avere legami stretti con gli oligarchi che trafficano in Europa e in America. Di essere un liberal. In verità, Medvedev è un falso liberal: altrimenti perché Putin l’avrebbe arruolato?

E’ dal 1990 che i due si conoscono, fin dai tempi in cui Vladimir era il vicesindaco di Pietroburgo con delega agli affari “esterni”. Sindaco era il potente democratico Anatolij Sobčak. Quando Sobčak non è più sindaco, e Putin va a Mosca, Medvedev si getta nel settore privato. Diventa un abile (e ricco) uomo d’affari. Nel novembre del 1999, Putin che è premier, gli offre il posto di vicedirettore dell’apparato del consiglio dei ministri. Due mesi dopo, gli affida il ruolo di vicecapo dell’amministrazione presidenziale. Poi, lo insedia presidente della Gazprom, il core business della Kremlin spa. In cambio della lealtà, Medvedev prosegue la sua ascesa: enterà nei governi, guiderà Russia Unita. Quanto alla sua presidenza - 2008/2012 - sarà notarile: nel solco tracciato da Putin.

In terra di Putinia, si scialano parole. Putin, il maestro. Medvedev, il socio. I russi ascoltano, rassegnati: hanno capito l’antifona. Il Cremlino garantisce la stabilità. Poi, la sicurezza. A scapito delle libertà. E glielo dicono, anche. Il 22 gennaio del 2008, al Forum civile panrusso delle Ong (quando ancora non erano nel mirino del Cremlino), Dmitri ammette che lo stato delle cose, sul fronte della giustizia in Russia, è drammatico: “Il nostro, senza alcuna esagerazione, è un paese di nichilismo giuridico. Nessun altro paese europeo può vantare un tale livello di negligenza del diritto (...). Oggi, lo spirito della negligenza giuridica è onnipresente. Si esprime in forma di corruzione tra gli organi del potere. Una corruzione che oggi assume dimensioni enormi: e la lotta per combatterla va trasformata in un programma nazionale. Se vogliamo diventare un Paese civile abbiamo bisogno innanzitutto di diventare uno Stato di diritto”. Nove anni dopo, vediamo come.

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