Putin, il nuovo Zar e i suoi cavalieri neri Il caso Litvinenko evoca i fantasmi del Kgb, quello che fu il servizio segreto più temuto del mondo. Ed è facile, guardando la mappa del nuovo potere, ricostruire l’irresistibile ascesa di un clan di ex 007, amici e colleghi dell’attuale presidente della Russia Occupano tutte le posizioni che contano. Perché quando cadde l’Urss erano i soli in grado di trattare con quell’Occidente che avevano spiato

Putinstan Mosca

La Russia del nuovo zar Vladimir Putin che fu tenente colonnello nel Kgb e direttore dell’Fsb, i servizi federali di sicurezza, è sempre più in mano ai siloviki, a coloro che hanno «la forza»: quella dei militari, della polizia, della magistratura. Soprattutto, dei servizi segreti. Quasi tutti i membri dell’informale politburo di Putin sono stati spie. La sociologa Olga Kryshtanovskaja dirige un think tank, un centro di ricerca sulle élite russe presso l’Accademia delle Scienze. Ha calcolato che sotto Gorbaciov l’entourage presidenziale era composto da ex esponenti dei servizi segreti e militari in misura modesta: appena il 4,8 per cento. Nel 2004, sotto Putin, questa percentuale era schizzata al 58,3 per cento. Oggi è al 77,3. Significa che la democrazia non è nemmeno incompiuta, è appena una pennellata superficiale. È oltre, è peggio della «democratura » come scrive Garton Ash. Infatti, appena gratti la vernice, esce fuori il grigio dell’illusione e dell’inganno, perché chi comanda sono quelli che facevano gli spioni: che sapevano tutto di tutti; e ne controllavano l’esistenza. E grigio, quasi in ideale simbiosi con l’anima oscura di questo potere, da venti giorni è il cielo di Mosca: basso, opprimente, color del piombo. Così, la grande piazza della Lubianka, nel cuore della capitale russa, è ancor più cupa dei ricordi che le stanno addosso, che non abbandonano le mura giallastre di un palazzo dove il portone non si apriva mai e continua a non aprirsi. In un angolo della piazza c’è una grossa pietra: l’hanno trasportata dalle cave di Solovki. Per non dimenticare che la Lubianka era il luogo della paura, della sofferenza, dell’inquisizione, delle prigioni sotterranee, delle torture: del Kgb. Ogni anno, al 30 ottobre, ostinatamente, si riuniscono attorno a quella pietra i reduci dell’Arcipelago Gulag, i loro figli, i loro parenti e amici, i difensori dei diritti dell’uomo. Un modo per protestare contro la restaurazione dei poteri occulti, dei legami tra politica e affari sotto la regia degli ex agenti segreti. Solovki, da dove arriva la pietra, è anch’esso un arcipelago. Della memoria. E della geografia. Remoto, estremo: isole gelide e sperdute nel Mar Bianco dove Stalin volle che sorgesse il primo campo di concentramento destinato ai nemici del popolo sovietico. Erano gli anni Venti. Già anni di speranze eluse e deluse.

Il Kgb non c’è più: alla Lubianka c’è il suo surrogato, il Federalnaja Sluzbha Bezopasnosti, l’Fsb, i servizi federali di sicurezza nati nell’agosto del 1991 sull’onda della collera popolare che indusse il Cremlino a sciogliere le vecchie strutture e a crearne di nuove, sulla carta più democratiche. La sostanza resta la stessa. La mafia dei servizi segreti di prima e di poi detiene ancora e molto più di prima le leve del potere. In fondo, anche il loro emblema è mutato di poco, pochissimo.

Lo stemma del Kgb mostra lo scudo per difendere la rivoluzione, il gladio per colpire i suoi nemici, la stella rossa con falce e martello e il motto: «Cavalieri della sicurezza dello Stato». Oggi l’emblema dell’Fsb è identico. È sparita soltanto la stella rossa con la falce e il martello. Al suo posto, l’aquila zarista bicefala. La gente ha subito recepito il messaggio trasversale: tutto è cambiato, perché non si cambiasse nulla. Il gattopardismo non ha frontiere né di terra né di tempo. I gattopardi russi stanno al Cremlino, governano, sono gli oligarchi di regime, è la stampa asservita, sono le tv di Stato, sono i nuovi ricchi: la galassia aggiornata e riveduta di un sistema che per garantire stabilità è diventato piovra. I posti chiave sono strategicamente occupati dai «vecchi amici». I più fidati. Svoi-ciuzhoi, i «nostri e gli altri». Come Sergei Ivanov, 53 anni, ministro della Difesa (il primo in borghese dal 1917). Sergei è uno dei più influenti alleati del presidente. Ha studiato lingue all’Università statale di Leningrado prima di arruolarsi nel Kgb, che lo ha spedito in Svezia, in Gran Bretagna e da qualche parte in Africa. È abile, cosmopolita, intransigente di fensore dell’attuale status quo. Nel 1998 divenne il vice di Putin all’Fsb, incaricato della Pianificazione strategica e delle Analisi. Tre anni dopo, Putin lo promuove al dicastero chiave della Russia, cruciale nei giochi incrociati delle lobby al Cremlino: non tanto per i fondi (la Russia spende molto meno degli Stati Uniti in armamenti), quanto per il ruolo che riveste ancora l’esercito, un milione di soldati, un peso determinante nel voto e nella società, specie fuori Mosca e San Pietroburgo; e nella lealtà al potere. C’è un altro Ivanov a svettare in questo organigramma dei fedelissimi. Si chiama Viktor, ha 55 anni, è stato uno 007 operativo, temerario e capace: il Kgb lo accolse nel 1977 e sfruttò le sue qualità inviandolo in Afghanistan per preparare l’invasione sovietica (1979). Ora ha un ruolo fondamentale al Cremlino: è il consigliere più ascoltato di Putin. Viktor Ivanov è di Novgorod, vicino San Pietroburgo: pure lui appartiene alla “lobby di Peter”, lo zoccolo duro della presidenza. Putin lo ha nominato presidente del consiglio di amministrazione di uno dei consorzi più importanti, una carica delicata perché l’Almaz-Antej produce armamenti. Il progetto di Putin appare chiaro, già in queste due brevi accenni di biografia politica degli Ivanov: circondarsi di ex funzionari dal curriculum omogeneo al suo: possibilmente stessi studi, stesso lavoro al comune di San Pietroburgo, militanza nell’intelligence. Una sorta di clan, come ai tempi di Pietro il Grande. Gente che se non sta al Cremlino, la si trova ai piani alti dei grattacieli dell’economia di punta. Come Valeri Golubev, neo vicepresidente del gigante energetico statale Gazprom ed ex keghebeista, che ha sostituito due settimane fa Alexsandr Riazanov, troppo “indipendente” nella gestione del colosso. O il viceministro degli Interni Andrei Novikov (ha appena preso il posto di Oleg Safonov), ex alto funzionario del Kgb dal 1982 al 1991.

Qualche altro esempio? Igor Secin, vice capo dell’amministrazione presidenziale, 46 anni, detto «eminenza grigia» nel giro dei servizi segreti. È di San Pietroburgo. Ha lavorato con Putin quando il presidente era responsabile della direzione dei rapporti economici municipali di quella città con l’estero. Oggi è il presidente della Rosneft, il gigante petrolifero che ha in parte inglobato la Yukos dell’oligarca dissidente Khodorkovskij, brutalmente esautorato e sbattuto in galera a Krasnokamensk, in Siberia ai confini con la Cina. Altro amico di Putin è Dmitrij Medvedev, primo vice premier, 41 anni, di San Pietroburgo, indicato come potenziale successore del presidente, responsabile dei progetti sociali: si è laureato presso la stessa facoltà di legge che ha frequentato Putin e lo ha affiancato nel lavoro in municipio.

Continuiamo, l’elenco è lungo come quello delle donne di don Giovanni. Nikolaj Patrushev, direttore dell’Fsb. Altro pietroburghese che ha prestato servizio nel Kgb assieme a Putin e suo vice alla direzione dell’Fsb (1998-1999). Aleksej Kudrin, ministro delle Finanze, nato in Lettonia ma laurea a San Pietroburgo e tirocinio in Comune con... beh, è difficile sbagliare. Putin sembra la chioccia di una nidiata di burocrati allevati per pigliare possesso dello Stato russo. Ecco Gherman Gref, ministro dello Sviluppo economico, uno dei “pulcini”. Il fido Viktor Cerkesov, direttore del Servizio federale per il controllo sul traffico della droga, due anni più anziano di Putin: stessa facoltà, stessa laurea, stesso lavoro al Kgb di Leningrado. Dicono sia il più caro amico del presidente, ma anche quello che meno si fa notare. Le vecchie abitudini sono dure a morire. Lo sanno bene i vecchi compagni di affari e di avventura chiamati a raccolta. Uno per tutti e tutti per Putin: Serghej Pugaciov, il capo della Mzhprombank, o il banchiere di San Pietroburgo Vladimir Kogan.

Insomma, sia a piedi e sia in politica il tragitto dalla Lubianka al Cremlino è stato breve. Si sfiorano i negozi dell’iperlusso, come se le Ferrari e le Lamborghini esposte nelle vetrine fossero simulacri e garanzie della libertà. All’angolo con la Piazza Rossa si costeggia il Gum, i grandi magazzini che hanno attraversato indenni gli sconquassi della Storia: dal comunismo al consumismo, la differenza è la semplice consonante “esse” in più.

La nuova nomenklatura ha camminato poco, dunque, per spostare le stanze dei bottoni. Ha gettato la maschera. Gli uomini del Kgb, degli altri servizi e del “clan di Peter” (inteso come lobby di San Pietroburgo, la città di Putin) erano i più preparati ad affrontare le trasformazioni, a gestire il trapasso dall’Urss alla Russia, a negoziare con l’Occidente dopo che per decenni l’avevano sorvegliato, analizzato e sviscerato. Avevano viaggiato fuori del Paese; conoscevano le lingue. Possedevano un tesoro inestimabile: il frutto del loro lavoro. Cioè i segreti, capitale inesauribile. Potevano essere monetizzati, scambiati, manipolati. Il mercato delle informazioni riservate e delle protezioni eccellenti — la gran parte degli ex agenti si è riciclata in società che forniscono servizi di sicurezza e prevenzione ai privati — ha orchestrato il violento passaggio dall’economia sovietica all’economia capitalista selvaggia. In soldoni, questa è la trama che ha portato nel mondo degli affari l’ingombrante Kgb e i nuovi servizi d’intelligence. Qualcuno, come l’ex dissidente russo Vladimir Bukovski, sostiene che tutto ciò non è avvenuto per caso, che si è trattato di un disegno politico ben preciso, architettato dai vertici del Kgb quando era chiaro che l’Urss stava agonizzando e che bisognava infiltrarsi nei nuovi partiti, nelle aziende di Stato messe all’incanto. Ma questa storia, nessuno a Mosca può scriverla.

Fonte: La Repubblica