Cronache della post-opposizione russa, nell’era Trumputin

Putinstan

Giovedì 26 gennaio, Centro Sakharov di Mosca, ai margini di un piccolo delizioso parco lambito dal fiume Yauza. Si commemora il primo anniversario della scomparsa di Vladimir Pribylovsky, storico dissidente al tempo dell’Urss, scrittore e politologo, autore dello scottante saggio Corporazione: la Russia e il Kgb nell’era di Putin (scritto con Yuri Felsthinsky) che fece infuriare il Cremlino. Pribylovsky è scomparso il 13 gennaio 2016, aveva 59 anni: suo figlio s’affrettò a chiarire che era morto “per cause naturali”. Già questa premura la dice lunga sul clima di paura e sospetto che aleggia in Russia. Pribylovsky fu tra i primi a indagare sui legami finanziari e criminali del clan putiniano. La Russia, diceva, è ormai una srl. Comanda un numero chiuso di dirigenti, quasi tutti ex uomini dei servizi segreti. Era stato presidente di Panorama, centro d’informazione e ricerca, aveva fondato il sito Anticompromat.ru, che denunciava la corruzione dell’élite politica. Il sito è stato oscurato. Era un pilastro dell’intellighenzia all’opposizione. Dava fastidio al potere, con le inchieste su Putin prima che divenisse presidente.

E fastidioso sarà per il Cremlino l’evento in calendario martedì, sempre al Sakharov, quando verrà presentato un dossier sulle torture e le violazioni dei diritti umani da Igor Kaliapin, presidente del Comitato Antitortura, e da Stas Dmitrievski, due rocce della società civile: di questi tempi, un atto coraggioso. Negli ultimi vent’anni sono stati assassinati in Russia 315 giornalisti. Indagatori scomodi, da eliminare. Come Anna Politkovskaja. O da cacciare.

Ne sa qualcosa Evghenija Chirikova, l’eroina della foresta di Khimki che voleva salvare dalla speculazione edilizia (ricevette nel 2012 il premio Goldman, sorta di Nobel dell’Ambiente). Dopo arresti e minacce sempre più pesanti, anche verso i figli, la bionda paladina della foresta è stata costretta ad espatriare. Vive ora a Tallinn. Il 3 febbraio parteciperà al Forum di Helsinki dedicato alla corruzione. Che è il cavallo di battaglia del carismatico avvocato e blogger Aleksej Navalny, leader del Partito del Progresso. Qualche giorno fa è stato protagonista di un acceso confronto a Tv-Dozdh, forse l’unica emittente ancora indipendente, con il celebre web designer Artemij Lebedev, idolo della geek generation moscovita, figlio dello scrittrice Tatiana Tolstoj. Navalny ha rinfacciato a Lebedev di intascare lucrosi contratti statali, quindi di stare dalla parte di Putin.

Ma l’impegno di Navalny è incentrato sulla sua personalità. Con lui, difficile andare d’accordo. Gli altri oppositori ci litigano spesso. Gli accordi durano pochissimo. Poi, ognuno tira diritto per la propria strada. Anzi, stradina. Si disputa persino su chi deve reggere la prima delle bandiere per il corteo in memoria di Boris Nemtsov, ammazzato a pochi passi dal Cremlino il 27 febbraio del 2015. Nemtsov guidava Parnas, partito che aveva ottenuto la licenza per le candidature. Non l’ha 5 Dicembre, altro partitino d’opposizione. Troppa burocrazia e troppi costi: “Per questo, bisognerebbe trovare il modo di mettersi d’accordo e non litigare”, dice Denis Bilunov, uno dei fondatori.

Alla Duma, per esempio, si fa notare Lev Schlosberg, deputato di Jabloko (“La mela”, partito liberale), quando perora la causa dei diritti umani, che potrebbe essere un fronte comune, una base di partenza e di convergenza. C’è Memorial, l’associazione che ha documentato gli orrori dei gulag e della repressione stalinista: “Tutti abbiamo il diritto di conoscere il nostro passato”. Ma le autorità la vogliono imbavagliare con l’accusa di difendere gli interessi antirussi. Come è successo al centro Levada, unico istituto demoscopico indipendente, finito nell’elenco degli “agenti stranieri”.

Le sue indagini descrivevano una Russia diversa da quella delle imposture ufficiali. Interrogava i russi su sogni e aspettative. Chiedeva in cosa credevano e in cosa si identificassero. Definiva i confini di un Paese che aspirava alla libertà. Dava materia e argomenti all’opposizione. Così, è cominciata la campagna di denigrazione. In un sito chiamato Quinta Colonna-Nemici della nazione, il bisettimanale Novaja gazeta, dove lavorava la Politkovskaja guida la classifica delle “organizzazioni traditrici”, al 4° posto c’è Levada. Garry Kasparov, per dieci anni critico feroce del Cremlino, vive tra New York e Londra.

I nemici politici di Putin son sempre di meno, allo stremo. Fare opposizione in Russia aiuta a legittimare Putin, bisogna agire altrove, influenzare il mondo occidentale, denunciare un regime che rischia di diventare un pericolo globale e sta frantumando l’Europa.

Ovviamente gli oppositori in Russia non la pensano così. Anche se sono consapevoli dell’insormontabile disparità di forze. Gioca contro di loro la popolarità di Putin tra gli strati sociali più bassi. C’è molta autocritica, comunque. Lo scrittore Vladimir Sorokin non chiede sconti: “Noi intellettuali siamo come Oblomov, facciamo tanti sogni sdraiati sul divano”. Il sulfureo scrittore e attivista Limonov, fondatore del Partito Nazional Bolscevico, aveva partecipato alle grandi manifestazioni di 5 anni fa. Ora è un fervente patriota e ammira Putin.

Resta l’incognita (politica) di Mikhail Khodorkovskij, l’oligarca che osò sfidare Putin e finì per dieci anni nelle galere siberiane. Da Londra, ha varato un brand politico via web: Open Russia. Ha assoldato qualche decina di giovanissimi attivisti in Russia, dove finanzia circoli, attività sociali, gruppi di volontari. Prepara una nuova generazione di politici. Ha aperto un club dalle parti di Oxford street, ospita dibattiti e conferenze. Il suo pensiero? “Non tocca a noi buttar giù Putin, dobbiamo essere preparati per dopo”. Il post-regime.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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