Zar Putin ha “bannato” il blogger che lo insidia Navalny, condannato per appropriazione indebita, non si potrà candidare

Putinstan KIROV

KIROV. La moglie Julia aveva preparato la valigia per il carcere, su consiglio dell’avvocatessa Olga Mikhailova, perché aveva avuto sentore di condanna. Alexei Navalny si è presentato così, ieri mattina, alla corte del tribunale Leninski di Kirov, con la valigia in una mano e la certezza che l’avrebbero spedito in galera per l’ottava volta. Già nel 2013 c’era stato un processo analogo - appropriazione indebita organizzata dall’azienda statale Kirovles di cui Navalny era consulente - conclusosi con una condanna di cinque anni, ma poi, lo scorso anno, la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo aveva giudicato quel processo “non equo”, ne aveva denunciato “l’arbitrarietà” e la “natura politica”, condannando la Russia a risarcire Navalny per averne offeso la reputazione e averne calpestato i diritti. La Corte Suprema russa nel novembre del 2016 annullò la sentenza ma dette ordine di allestire un processo Kirovles-bis.

Invece, Navalny dietro le sbarre non c’è finito, grazie alla condizionale. Ma si è beccato cinque anni per appropriazione indebita, in una vicenda dai contorni oscuri e in un processo a senso unico, lontano dai riflettori della capitale russa, nella provinciale oblast di Kirov, una grossa città sul limitare degli Urali, 800 chilometri da Mosca, dove fa sosta la Transiberiana, prima di proseguire verso Est. Ovviamente, Navalny ha annunciato che farà ricorso. E però, proprio a Kirov rischia di impantanarsi la sua carriera politica. Putin non può che rallegrarsene. Il quarantenne Alexei Navalny, avvocato d’affari e blogger carismatico, è stato e resta l’oppositore più carismatico del regime putiniano, colui che riuscì ad ottenere il 27,2 per cento alle elezioni municipali della capitale russa nell’ottobre del 2013, nonostante le pesanti intimidazioni, gli arresti, e tutto l’apparato dello Stato mobilitato contro di lui. Vinse il candidato del Cremlino, ma per Navalny fu una sorta di consacrazione, leader dell’opposizione, pur se litigiosa e sparpagliata: Navalny era riuscito a far superare divergenze e diffidenze. Nel 2007 Jabloko, il partito liberale d’opposizione, non l’aveva accettato, perché fervente nazionalista. Aveva persino partecipato alla Marcia Russa xenofoba. Ma piaceva ai giovani, ai nerd, alla nuova borghesia, ai manager. Il voto allarmò lo zar che non poteva tollerare qualcuno in grado di contrastarlo. O, comunque, da metterlo in discussione. Da allora, Navalny ha subìto ogni possibile persecuzione.

Ora la questione politica si fa complicata. La condanna sospesa è infatti non soltanto una spada di Damocle, è un modo accorto per sbarazzarsi di Navalny usando l’arma della legge. Quella elettorale russa, infatti, più volte arrangiata dalla Duma per favorire il partito al potere (Russia Unita, lo schermo politico di Putin) prevede l’esclusione dalle liste dei candidati di chi non abbia scontato sino in fondo le eventuali pendenze con la giustizia. Guarda caso, le elezioni presidenziali sono previste nella primavera del 2018. Mentre il carico penale nei confronti di Navalny, secondo i calcoli della sua legale, sarebbe annullato solo fra diciotto mesi: “La mia condanna - ha commentato Navalny davanti al gruppo dei giornalisti (soprattutto stranieri) - è un telegramma del Cremlino”. Sembra il titolo di un romanzo di Martin Cruz Smith. Il protagonista, di solito, lotta solo contro il Potere che è il Male: “Ormai difendere le proprie idee diventa sempre più difficile”, ha scritto ieri Navalny nel suo blog, “ma per una persona onesta questo non porta che a una sola cosa: a difendere le proprie idee e i propri diritti ancora con più convinzione”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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