Mosca, l’auto di Putin diventa un’opera d’arte La prima macchina di Putin è trattata come un’opera d’arte ed esposta al grande pubblico

Putinstan Mosca

L’arrivo a Mosca della “prima macchina di Putin”, una Zaporozhets 968 di 36 anni fa trattata come fosse un monumento nazionale, ha sollevato il coperchio di un inaspettato vaso di Pandora: la riscoperta da parte dei russi delle forme automobilistiche del passato, quando le auto non erano disegnate dai computer e avevano una loro decisa personalità. Persino la piccola e modesta Zaporozhets è diventata un’auto di culto e le sue linee sono considerate “classiche”, piacevoli, degne d’essere celebrate: la moda delle vetture d’epoca sta ormai dilagando anche in Russia. E colpisce trasversalmente. Dai giovani trendy al Cremlino e dintorni. Perché in Russia le vecchie automobili raccontano, in fondo, la storia difficile di un Paese difficile in tempi molto difficili.

Come racconta lo stesso Putin nella biografia autorizzata «In prima persona» ed uscita in forma di colloquio nel 2000, la gloriosa e ormai mitica Zaporozhets 968 che fu la sua prima automobile venne vinta alla lotteria da mamma Marija Ivanovna nel 1972: «Le dettero per resto, al posto dei soldi, il biglietto di una lotteria. Risultò vincente». Allora Vladimir Vladimirovic aveva ventidue anni e frequentava con successo il terzo anno di Giurisprudenza all’università di Leningrado.

Benché la famiglia avesse pochi quattrini da parte, la vetturetta venne regalata al ragazzo: «Avremmo potuto venderla ed incassare 3500 rubli, però i miei genitori decisero di viziarmi». Fin dall’inizio, Putin al volante dimostrò d’essere un guidatore spericolato, «sfrecciavo dappertutto, ma avevo sempre paura di scassare la macchina: come avrei potuto permettermi poi di ripararla?».

Ed infatti non sempre gli andò liscia. Gli capitò d’investire persino un uomo: «In seguito chiarirono che non era stata colpa mia. Pare che si fosse buttato volontariamente sotto le ruote. Voleva suicidarsi. Non so cosa combinò quell’imbecille, ma scappò via subito», spiegò una volta l’ex presidente russo ai giornalisti che gli chiedevano: è vero che lei tentò di inseguirlo? «Che vuol dire? Pensate per davvero che dopo averlo investito avrei anche cercato di acchiapparlo? Non sono mica un mostro: sono semplicemente sceso dalla macchina».

Motore posteriore raffreddato ad aria, 1197 cc di cilindrata e una potenza di 42 cavalli, questa era la «Zapor» alias Zaporozhets costruita dalla fabbrica ucraina ZAZ (Zaporozhskij Avtomobilny Zavod) in vari modelli dal 1960 al 1994. L’auto più economica in circolazione: costava sui 3 mila rubli, ma a quei tempi gli stipendi medi si aggiravano sui 150-200 rubli al mese.

Era anche scomoda, specie dietro. Non a caso le rimase appiccicato quell’ironico diminutivo Zapor che in russo significa “stitichezza”. Vista da fuori sembrava un clone della Nsu Prinz, dalla quale si distingueva per la mascherina frontale e i gruppi ottici, più rotondi e ampi nell’auto russa, che dimostrò insospettabili doti di robustezza sulle drammatiche strade dell’immenso impero sovietico, soprattutto in campagna.

Era un’utilitaria generosa nelle forme esterne che miscelavano linee rette e curvature minime, secondo il look in voga all’inizio degli anni Sessanta. Spartana e autenticamente proletaria. Tuttavia ti trasformava a pieno titolo in un cittadino a quattro ruote.

Anche nell’Urss brezneviana l’auto era un oggetto sociale totale, magico. E privilegiato. Immaginiamoci dunque come doveva sentirsi il giovane ed ambizioso Putin: quei 42 cavalli sotto il cofano posteriore gli davano la sensazione di poter fare tutto quello che voleva. Un giorno successe proprio così. Lo racconta Putin: «Stavo andando con l’allenatore capo della Trud, la mia squadra di judo, in una base sportiva vicino a Leningrado. Ad un certo punto vediamo venirci incontro un camion carico di fieno. Avevo il finestrino aperto e sentivo l’aria profumata dal buonissimo odore del fieno. Quando arrivai all’altezza del camion allungai il braccio per afferrare un po’ di fieno.

D’improvviso, il volante tirò tutto a sinistra. Mi trascinava verso la ruota posteriore del camion. Sterzai bruscamente il volante tutto dall’altra parte. La povera Zaporozhets si mise su due ruote ed io persi quasi il controllo della macchina. Saremmo sicuramente finiti contro la cunetta invece, per fortuna, planammo su tutte e quattro le ruote, dalla parte giusta della carreggiata. Il mio allenatore era rimasto di stucco. Non disse una parola. Solo quando arrivammo alla base e lui scese dall’auto, mi guardò e disse: «Rischi». Non aggiunse altri commenti. E se ne andò via». Qualche centimetro in più e la storia russa avrebbe preso un’altra piega.

Sappiamo che Putin ha letto, studiato ed amato Hegel. E che il filosofo tedesco ha scritto: «E’ mettendo a rischio la propria vita che l’uomo prende coscienza di se stesso, ciò che l’animale non fa».

Essere temerari non autorizza a rischiare altre vite, oltre la propria: questa fu la lezione che Putin apprese dallo sguardo severo del suo allenatore. Il che non gli impedì di continuare a guidare per qualche anno la sua “povera” Zapor. Era già un agente del Kgb quando la vendette ad un collega dei servizi segreti. E di essa se ne persero le tracce sino ad un paio di anni fa. Qualcuno la scovò dentro un garage di Pietroburgo e Oleg Rudnov, il proprietario della holding mediatica Baltijskij (pure lui ex agente del Kgb e collaboratore di Putin al municipio di Pietroburgo), la fece restaurare dal meccanico Pavel Veselov per portarla da Putin: sapeva che l’avrebbe immensamente gradito, troppi ricordi legavano il presidente a quella macchina.

Appena Rudnov ha mostrato la macchina a Putin, il presidente ha spalancato la portiera, si è messo al volante e ha fatto qualche giro per Strelna, il sobborgo di Pietroburgo dove si trova una delle residenze presidenziali. Era felice, commosso. Un fenomeno di empatia assai diffuso in tutta la Russia: dicono che la Zapor sia una delle auto più simpatiche del passato; ma purtroppo è anche una di quelle prese più di mira dai ladri, per via della Zapormanìa dilagante e della nostalghìa. Un sogno abbordabile, non impossibile. Come fu per noi la Cinquecento.

Il restauro è stato complesso, accurato. Per ricromare i paraurti e le maniglie il meccanico Veselov è stato costretto a contattare parecchie aziende prima di trovare i materiali giusti e dopo si è dovuto rivolgere ai circoli degli Zaporfan (un centinaio in tutta la Federazione). Soltanto i sedili non sono autentici. Quelli originali erano ricoperti di similpelle, quelli attuali in pelle marrone. Per quel che riguarda la targa, ne esistono due versioni: una, moderna, a norma di legge. L’altra, invece, riproduce la vecchia targa del 1972, eseguita sulla base di alcune fotografie dell’epoca. Durante il G8 del 2006 a Pietroburgo, Putin l’ha mostrata con orgoglio a Bush e l’ha invitato a fare un giretto nella tenuta presidenziale. Quest’anno l’ha prestata all’Avtoville, il museo delle auto d’epoca e delle auto famose che si trova a Mosca al numero 1 di Malaya Trubetskaja ulitsa e lì ci resterà sino a marzo del 2009. Dicono che è stata portata dentro a mano, e che l’hanno spinta manco fosse di cristallo, spostandola con tutti i riguardi possibili. Nessuno ha osato metterla in moto. Se si guastava, chi gliel’avrebbe detto a Putin?

Fonte: La Repubblica

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