Russia. Mikhail Lesin, oligarca del clan di Vladimir Putin trovato morto a New York

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Un altro mistero nei labirinti oscuri del potere russo. Il corpo senza vita del miliardario Mikhail Lesin, ex onnipotente ministro di Putin per la stampa, la tv e la radio (ruolo che coprì sino al 2004), nonché uno dei creatori di Russia Today nel 2005, l’emittente in inglese che è oggi un formidabile strumento di propaganda del Cremlino, è stato trovato giovedì mattina nella stanza che occupava al DuPont Circle hotel di Washington. Era nato a Mosca nel 1958. Apparentemente, Lesin sarebbe rimasto vittima di un attacco cardiaco, ma l’ex vicepremier russo Alfred Koch che lo conosceva molto bene non ci crede e lo stesso Metropolitan Police Department della capitale federale Usa ha annunciato l’apertura di un’inchiesta più approfondita per stabilire le cause della morte.

Lesin non è un personaggio da poco, nell’organigramma della nomenklatura russa al tempo di Putin. Anzi, sotto certi aspetti, è stato figura di spicco in quel nevralgico settore della comunicazione che garantisce al presidente russo il monopolio quasi assoluto nell’etere, contribuendo a consolidarne la popolarità e a manipolare l’informazione. Uno spregiudicato ed ambiguo esecutore dell’accanimento chirurgico contro l’indipendenza dei media, zelante teorico della loro censura. Secondo Koch, che è prudentemente espatriato in Germania perché non si trovava in sintonìa con la politica del Cremlino, “la macchina putiniana del lavaggio di cervello era lavoro di Lesin”. Non a caso, Lesin diventò nel 2013 capo di Gazprom Media, l’holding più importante del settore.

Curioso fu il modo in cui si trovò al vertice del gruppo. Bisogna fare un passo indietro nel tempo. Risalire al 2000. Putin è all’inizio del suo primo mandato presidenziale, ma già la sua preoccupazione principale è quella di mettere la museruola a chi critica il sistema di potere. Ksenja Ponomareva, ex vicedirettrice di Kommersant, aveva lavorato per il team di Putin. Insomma, aveva potuto conoscerlo bene. Disse al St. Petersburg Times, testata che si pubblica in inglese: “Putin non è nemico della libertà di parola. Trova semplicemente assurda l’idea che qualcuno abbia il coraggio di criticarlo pubblicamente”.

E così, mette in atto il suo piano. Come addomesticare i media. Lesin è il suo complice. La prima vittima è l’emittente Ntv dell’oligarca Vladimir Gussinskij, il magnate proprietario del gruppo Most. Ntv è un canale privato spregiudicato ed irriverente nei confronti del Cremlino. Con molta audience. Gussinskij viene arrestato e poi rilasciato. Capisce l’antifona, fugge in Inghilterra. Gazprom Media rileva Ntv.

Nel 2005 nasce Russia Today. Brillante, tecnicamente figlia della tv americana. Lesin però fa troppo il padre padrone. Nel 2009 viene licenziato. Ufficialmente perché non avrebbe rispettato le regole del servizio pubblico e l’etica comportamentale cui ogni dipendente pubblico dovrebbe attenersi (motivazione, questa, che ha fatto sghignazzare i russi, vittime di una delle burocrazie più corrotte, come peraltro denuncia lo stesso Putin durante gli annuali “discorsi alla nazione” in diretta tv). In realtà, pare che il motivo sia stato l’abuso di potere. Lesin paga i non buoni rapporti con Dmitri Medvedev, diventato presidente dopo essere stato premier di Putin. Nel dicembre del 2009 la Duma, il parlamento russo dominato dal partito putiniano Russia Unita, limita le entrate pubblicitarie televisive. Una delle società nel mirino è la Video International dell’intraprendente Lesin che nel corso dei suoi anni all’ombra del Cremlino, ha accumulato un notevole patrimonio personale. Pochi mesi dopo è costretto a vendere la società, che passa nelle mani di un gruppo di compagnie legate alla banca Rossija. Guarda caso, proprietà di Juri Kovalchuk, ex scienziato che ha dimostrato grande abilità nel mondo degli affari. Soprattutto, grande sodale del concittadino Putin di cui sarebbe il suo “tesoriere”. Il suo nome - e quello della banca - è nella lista dei sanzionati...

Per poco più di un anno, tra il 2010 e il 2011, Lesin entra nel consiglio dei direttori di Telecomunicazione Nazionale, ma intanto ha già in mente altri progetti. Si trasferisce infatti in California. Suo figlio Anton ha il pallino del cinema, vuol fare business a Hollywood e il padre lo accontenta. Una sua società, la Dastel Corporation, nell’agosto del 2011 acquista 13mila piedi quadrati a Beverly Hills, sborsando 13,8 milioni di dollari. L’anno successivo compra un’altra proprietà, a Brentwood, 10600 metri quadrati in cambio di 9 milioni di dollari. Le sue attività patrimoniali non sfuggono al senatore repubblicano Roger Wicker che invia una lettera all’allora procuratore generale Eric Holder e lo invita ad aprire un dossier per capire se i soldi e i conti in Europa e negli Stati Uniti del miliardario russo amico di Putin sono di origine illecita, cioè corruzione e riciclaggio.

Fatto sta che la parentesi americana dura poco. Nel 2013 si dimette improvvisamente da capo di Gazprom Media Nikolaj Senkevic, e questo prima che scadesse il mandato naturale. Al suo posto il Cremlino insedia proprio Lesin. Il quale subito si mette in moto. Ha molti capitali fa spendere. Mette in riga la radio più ascoltata della capitale russa, Echo di Mosca, scatenando la rivolta della redazione che non accetta il siluramento del direttore Yuri Fedutinov. Poi piglia il controllo di Prof Media, una holding dell’oligarca Vladimir Potanin (il re del nickel molto legato a Putin, con un patrimonio di 15,4 miliardi di dollari secondo Forbes). L’operazione costa 602 milioni di dollari. Un buon favore.

Ma il suo ritorno in campo è controverso. A volergli far dirigere Gazprom Media pare sia stato l’amico Alexei Gromov, primo vicecapo dell’amministrazione del presidente, ossia il cuore del regime. Alexei Miller, il numero uno di Gazprom, al contrario, pare non abbia gradito la mossa. Lo stesso Lesin ammetteva, in un’intervista a Forbes dell’agosto 2014: “Sono abituato a non essere amato”. Proprio lui che aveva coniato lo slogan “votate col cuore” durante la campagna presidenziale di Boris Eltsin...

L’avventura dura poco. Nel dicembre del 2014 si dimette, per ragioni “familiari”. Al suo posto, approda la bella Alina Kabaeva, ex campionessa olimpica di ginnastica artistica, che le voci del popolo dicono essere soprattutto compagna di Putin a cui ha dato due figli. Argomento tabù. Lesin sverna e si cura in Svizzera e da lì si trasferisce negli Stati Uniti. Sua figlia Katerina, 36 anni, è responsabile della sede Usa di Russia Today, dopo aver studiato alla The Knox School Long Hand, a Saint James, nello stato di New York. Anton, che si è laureato in una università elvetica, è ormai ben sistemato alla Film Academy di Los Angeles. E Lesin? Che ci faceva negli States uno del clan putiniano, in tempi di sanzioni e di nuova guerra fredda? Di quali segreti era depositario, dopo gli anni trascorsi al fianco di Putin?

Dura la vita di chi vuole mollare l’acquario del potere, come si dice in Russia. I miliardi non garantiscono la sicurezza. La paura domina l’esistenza. Che può finire tragicamente come nel caso del miliardario dissidente Boris Berezovskij, trovato senza vita nel suo bagno. C’è chi si è rifugiato in Israele, come Leonid Nievslin, socio di Mikhail Khodorkovskij nella Yukos smembrata da Putin: dove ha un suo piccolo giornale, e si accontentata di possedere il sito d’opposizione grani.ru e gestisce un centro studi sull’ebreità russa. Però si guarda sempre alle spalle.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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