Lo sfratto di Lenin

Putinstan

Stamane il mausoleo di Lenin apre alla dieci del mattino. E chiuderá all'una. Nell'immensa piazza Rossa niente code, quelle code disumane dei tempi sovietici: non ci sono piú. Davanti alla mummia del padre della Rivoluzione d'Ottobre sfilerá qualche turista, qualche russo delle regioni piú lontane, perché è nella Russia piú profonda e remota che soppravvive il rimpianto nei confronti del leader bolascevico: poche centinaia di persone, è la ragionevole previsione, dipende dal clima. ሠannunciato infatti uno spruzzo di neve, la prima di questo autunno. Il Servizio federale di sorveglianza non ha statistiche sul numero di visitatori: perché non sono piú significative. Gli irriducibili comunisti che sono diventati occhiuti custodi della memoria sovietica si fanno vedere soprattutto nelle ricorrenze della nascita e della morte di Vladimir Ilyich.

La guardia d'onore, composta da due soldati che stavano impettiti ed immobili ai lati dell'ingresso, è stata eliminata, per decreto di Eltsin. La coreografia, ormai, è ridotta al minimo. Eppure, solo immaginare la piazza Rossa senza il mausoleo a forma di piramide tronca disegnato dall'architetto Aleksej Sèusev, la facciata ricoperta di granito rosso e labradorite nera, con la scritta "Lenin" incisa sopra le porte di bronzo, sembra un'eresia. Come privare Roma di San Pietro. O Gerusalemme del Santo Sepolcro.

Nessun luogo in tutta la Russia ha un cosí alto senso del sacro, come questo dove riposa colui che propugnó l'ateismo di Stato: «Tu sei per la Russia un firmamento!», recitavano i giovani pionieri e i ragazzi del Komsomol prima di varcare la fatidica soglia, «tu sei la luce della veritá ! Tu sei il popolo stesso!». Versi appassionati scritti da un lavoratore. ሠdal 1924 che attorno alla salma imbalsamata di Lenin è nato e si è sviluppato una sorta di culto, con un apparato rituale e anche con il sorgere di una mitologia quasi mistica. La morte e l'eternitá , insieme. Un ossimoro: la morte dell'uomo Lenin e l'eternitá del comunismo.

Davvero Putin vuole disfarsi di tutto ció? Sembrerebbe. Due anni fa uno dei suoi uomini aveva ipotizzato la chiusura del mausoleo. Ma poi non se ne fece nulla. La differenza tra oggi e il 2005 è che sempre un uomo di Putin, stavolta il capo dell'economato presidenziale Vladimir Kozhin, dice che il mausoleo è un «non senso», fa capire che andrebbe chiuso e propone un referendum, perché una tale decisione la puó assumere soltanto il popolo russo. ሠanche un'abile soluzione per scaricare politicamente ogni responsabilitá . Perché sbarazzarsi del corpo imbalsamato di Lenin significa sciogliere un nodo simbolico, la rappresentazione fisica del legame sacramentale che il capo carismatico ha avuto e avrá per sempre con la sua gente. Il culto delle reliquie fa parte di ogni civiltá . Quello di Lenin è particolare: non inizió quando lui era in vita, ma esplose appena lui morí, la sera stessa del 21 gennaio 1924. San Pietroburgo venne ribattezzata Leningrado. Stalin e il Comitato Centrale organizzarono dei funerali a dir poco grandiosi. Folle sterminate si accalcarono davanti alla Casa dei Sindacati dove era stata allestita la camera ardente. Tra i dirigenti del Partito cominció allora a farsi strada l'idea che sarebbe stato proficuo preservare «nel tempo» il corpo di Lenin. Del resto, un pamphlet di ispirazione marxista scritto poco prima della Rivoluzione d'Ottobre e ristampato dal governo bolscevico, dichiarava che «l'uomo è destinato a prendere possesso dell'universo ed estendere la sua specie fino alle piú distanti regioni cosmiche, e a diventare immortale».

Ad occuparsene fu Felix "di ferro" Dzerzhinskij, lo spietato capo della polizia politica: «I re - dichiaró il 23 gennaio, alla commissione incaricata dell'organizzazione dei funerali (tra i membri, Molotov e Voroscilov) - sono imbalsamati perché sono dei re. Per quel che riguarda la questione principale, non si tratta di decidere se bisogna o no conservare nel tempo il corpo di Vladimir Ilyich ma come saper raggiungere questo risultato». Il 26 gennaio, sulla Pravda comparve la risoluzione in cui si informava che il Presidium del Comitato Centrale esecutivo dell'Urss aveva deciso di conservare il corpo di Lenin. Gli archivi dell'Istituto Lenin confermano che la decisione di imbalsamarlo fu presa dal Politburo la sera stessa del decesso. In quei giorni davanti al cadavere di Lenin era passato piú di un milione di persone. E altrettante erano attese. Solamente il picchetto d'onore, composto dalle autoritá , che si alternavano nella veglia, fu di 10 mila volontari. Stalin capí che l'ondata emotiva e il culto della memoria di Lenin potevano essere sfruttati politicamente. S'innestavano in modo perfetto nella semplice mentalitá popolare: il mito di Lenin assumeva contorni quasi magici, bellezza e tristezza, utopia e realtá , consolazione: i funerali avvengono in quest'atmosfera, domenica 27 gennaio. Per l'imbalsamazione provvisoria del cadavere fu convocato il celebre anatomopatologo Alexei Abrikossov. Esposto in un sarcofago a doppio vetro, dapprima in un mausoleo di legno grezzo, Lenin divenne un dio eterno, offerto all'adorazione delle folle (il che permise a Stalin di diventare a sua volta il nuovo dio vivente e d'imporre la sua dittatura personale al Cremlino).

Peró non fu affatto semplice, dare al corpo di Lenin l'immortalitá . Gli scienziati avevano opinioni contrastanti: ibernarlo o imbalsamarlo? La troika Molotov, Bonch-Bruevic e Krassin che doveva risolvere il problema, ordinó l'acquisto in Germania dell'attrezzatura indispensabile per l'ibernazione. Krassin, che aveva paura di sbagliare le scelte e di pagarne le conseguenze, consultó altri specialisti. Uno fu il vicedirettore dell'istituto di chimica Boris Il'Ich Zbarskij. Questi disse chiaramente che ibernare il corpo di Lenin era una corbelleria, perché il processo di decomposizione del corpo sarebbe proseguito pure a basse temperature. Krassin obiettó, senza successo. Zbarskij aveva in testa tutto un progetto: affidarsi all'arte antica dell'imbalsamazione. Lenin come i faraoni.

Per riuscirci, volle coinvolgere un altro esperto, l'anatomopatologo Vladimir Vorobjov, che peró aveva avuto dissensi con i bolscevichi ed era stato costretto a sparire dalla circolazione, fuggendo all'estero. Fu difficile negoziare l'accordo con Krassin: quando il 28 febbraio Vorobjov ricevette il telegramma di convocazione a Mosca, temette il peggio. L'avrebbero fucilato? Grande fu la sorpresa di scoprire che avevano bisogno di lui. Il 13 marzo decisero di avviare l'imbalsamazione. Ma come? Un metodo certo, non esisteva. A Leningrado viveva Gheorgij Shor, un famoso scienziato, aveva perfezionato la tecnica dell'eviscerazione totale. In Germania c'erano studi avanzati sui processi di decomposizione organica: determinanti nel tamponare il deterioramento del cadavere di Lenin. Il corpo mostrava segni scuri e macchie anche sul volto. Si erano aperti la bocca e gli occhi. La degenerazione era giá avviata. Si rese necessaria la chiusura della cripta in legno fin dal 26 marzo. Le condizioni ambientali erano durissime.

Scienziati, tecnici e operai erano stressati dal Comitato Centrale che esigeva risultati positivi a tempi brevissimi. Peró la formula per arrestare la putrefazione venne individuata. Nell'agosto del 1924 la salma di Lenin potè essere di nuovo mostrata in pubblico, in un nuovo mausoleo, sempre di legno. Sarebbe stato sostituito nel 1930 dalla terza costruzione, in marmo, quella attuale. In quei quattro mesi di indicibile tensione, Vorbjov e Zbarskij misero a punto il trattamento speciale per la conservazione del corpo di Lenin: lo Stato impose il segreto. Zbarskij riveló la formula al figlio Ilja, nato nel 1913 che per decenni diresse il cosiddetto «laboratorio di strutture biologiche», che tutti i moscoviti chiamavano semplicemente «laboratorio di Lenin» perché era lí che si portava la mummia per la «manutenzione» regolare.

Il segreto fu conservato sino al 1997: il corpo di Lenin veniva pulito assai di frequente e ogni 18 mesi immerso in una soluzione di sostanze chimiche a base di paraffina. Si seppe anche che durante la Seconda Guerra Mondiale, Lenin fu evacuato da Mosca e trasferito in Siberia. In quei cinque anni la mummia subí l'attacco della muffa e un inserviente ebbe la malaugurata idea di lavarla con acqua calda. La mummia si coprí di bolle. Il sipario del mistero fu dunque sollevato e questo riportó a terra - ideologicamente - il "dio" Lenin. Per quasi otto decenni, l'Occidente aveva avuto paura di quella mummia, per tutto quello che esso rappresentava e ispirava. Oggi, il laboratorio Lenin è diventato Vilar, Istituto di ricerca scientifica sulle piante farmaceutiche e aromatiche. Si trova in ulitsa Krasina 2, a due passi dalla piazza Trionfale.ex Majakovskij. ሠancora blindato come una volta. Adesso "serve" non solo il corpo di Lenin ma quello dei ricconi.

Fonte: La Repubblica

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