Le voci della Chiesa del silenzio In Russia torna l’ora di religione nelle scuole. Si chiude così, definitivamentee simbolicamente, l’era dell’Unione Sovietica dei delatori, dei tribunalispeciali, dei processi sommari ai preti. Padre Damaskin ha raccoltomemorie, testimonianze e documenti sui martiri del dio-Stato

Putinstan Mosca

Dio torna nelle scuole russe, l’ora di religione è stata ripristinata. Ma la felicità e la soddisfazione di questo ritorno alla normalità non ci debbono far dimenticare ciò che è stato. La sofferenza e il martirio di chi professava e praticava la fede negli anni del comunismo, la chiesa del silenzio, la liturgia senza preti, o quella clandestina dei pastori pellegrini che riunivano i credenti nelle case private di notte per confessare, per insegnare il catechismo, per benedire i bambini, per unire in matrimonio, per celebrare la messa. Spesso, i singhiozzi accompagnavano questi riti segreti, tanta era la paura di venire scoperti, di essere deportati, fucilati, gli spari nella nuca dei cekisti». L’igumeno Damaskin, viceparroco del Tempio della deposizione del velo della Madonna, nel centrale quartiere Taganka di Mosca, sa molto bene quel che dice. Lo sa perché negli ultimi quarant’anni glielo hanno raccontato migliaia di persone.

Lui è un grande cacciatore di memorie. Forse il più grande cacciatore russo di memorie. Memorie molto particolari. Quelle dei martiri ortodossi, vittime delle persecuzioni antireligiose scatenate dal regime comunista: «Ne ho raccolte più di diecimila: diecimila vite spente dalla violenza della repressione. Ho accertato ogni fatto. Di costoro, millesettecento sono stati canonizzati». «Ho rintracciato — continua — i testimoni diretti, i parenti, i vicini di casa delle vittime. Ho indagato, in tempi di regime poliziesco in cui si era costretti a tacere per evitare di finir male. Solo alcuni vecchi osavano parlare, coloro che volevano liberarsi la coscienza, perché certi ricordi pesano come macigni. Avevano visto e sentito troppo. Quando l’Unione Sovietica è crollata, si sono aperti gli archivi e nei documenti ho rintracciato le conferme di quello che mi era stato detto a voce. Tutto era vero. Anzi, era peggio».

Sotto ciglia folte e basse, gli occhi di padre Damaskin sembrano fissare un punto lontanissimo, oltre lo spazio della chiesetta, oltre l’altare, oltre le vecchie preziose icone che tappezzano le pareti del tempio. Sapere e accettare di sapere è una prova ardua, di infinita pena e dolore per le ingiustizie patite. Ha cinquantanove anni, padre Damaskin, non è un’età veneranda ma l’aspetto ieratico e la lunga barba bianca gli danno un’aura da sant’uomo: non fosse altro per la fama di “martirologo” che lo accompagna. Di continuo c’è qualcuno che gli chiede la benedizione, gli bacia le mani, e a ognuno lui offre parole di conforto accompagnate dal segno della croce alla maniera ortodossa, pollice indice e medio uniti. «Ho vissuto gli anni del cosiddetto ateismo militante», spiega: l’ateismo combattente come preferiva dire Lenin che l’aveva forgiato a dottrina di stato. Padre Damaskin ha scritto sette volumi dei dodici progettati per raccogliere le vite dei «suoi» martiri. Un’opera prismatica, terribile. Ogni biografia si conclude con la data della morte, in un gulag o in un fosso anonimo. E prima, la sequenza che comincia con le spiate, le delazioni, gli arresti, i brutali interrogatori, le esecuzioni extragiudiziali della CeKa, dell’OGhePeU e dell’Nkvd, i processi farsa, le pressioni dei giudici per costringere gli imputati a confessare colpe inesistenti, attività antisovietiche o antikolkhoziane. Persino in Arcipelago Gulagdi Aleksandr Solgenitsyn leggiamo dei «processi degli ecclesiastici». «Chi non ricorda quelle scene? Primo ricordo della mia vita — scrive in una nota Solgenitsyn (capitolo La legge neonata) — avrò avuto tre o quattro anni: nella chiesa di Kislovodsk entra no quelli della testa a punta (cekisti con i berretti alla Budennyi), fendono la folla ammutolita e immobile dei fedeli e vanno direttamente sull’altare con i berretti in testa, interrompendo la funzione religiosa».

«La prima storia fu per caso», comincia padre Damaskin. Successe quando conobbe le figlie di padre Aleksandr Smirnov, a metà anni Settanta, nel «secolo del Grande Buio», come lui chiama il Novecento. Quando pregare in Russia significava ancora rischiare la carriera, se eri un funzionario o occupavi una carica anche minima. Quando celebrare messa era macchiarsi del delitto di «attività sovversiva antisovietica». Padre Smirnov venne fucilato dai bolscevichi il 14 novembre 1918, senza processo. Solo perché era un prete. Come Fjodor Remizov, che cadde al suo fianco sotto il piombo dello stesso plotone di esecuzione. Nove mesi prima era entrato in vigore il decreto del SovNarKom, il Consiglio dei commissari del popolo, sulla «separazione della Chiesa dallo Stato e la scuola dalla Chiesa», firmato da Lenin il 2 febbraio 1918. «Una delle figlie di padre Smirnov studiava al ginnasio, presso un monastero fuori città. Venne a Mosca per visitare i genitori negli stessi giorni in cui il padre fu preso, portato alla Lubjanka e giustiziato. Partecipò al funerale ed è lei che mi ha raccontato tutto per filo e per segno. Era la prima volta che riusciva a farlo. Come mai scelse me? Forse perché stavo ad ascoltarla, e ha letto nei miei occhi che ero uno di cui si poteva fidare. Lei mi disse che c’erano altre persone che potevano testimoniare. Bisognava girare senza insospettire polizia e autorità. Io lavoravo come ingegnere elettrico presso il Ministero della costruzione di apparecchi di precisione, così si chiamava allora. E dovevo essere prudente. Avevo già avuto i miei guai, perché ero entrato in una chiesa e mi ero messo a cantare inni religiosi. Rischiai il licenziamento. Io mi appellai al tribunale: perché non è proibito intonare canzoni popolari mentre mi si vieta di farlo con quelle religiose? Il giudice, una donna, fu stranamente comprensiva e mi dette ragione: l’amministrazione fu costretta a riassumermi. Certo, ai tempi di Stalin sarei stato condannato e messo all’indice.

Avrei subìto la stessa sorte anche sotto Krusciov, che mantenne una linea durissima nei confronti del clero e dei fedeli. Con Breznev c’era minore aggressività». La proibizione totale dell’educazione religiosa rimase in vigore sino ai tempi della Perestrojka. Anche nella Costituzione della Russia democratica è prevista la separazione di Chiesa e Stato. Con la differenza sostanziale che è sancita insieme alla libertà di praticare qualsiasi religione, o nessuna. I russi si sono rimessi a Dio, scrissero i giornali del 1993. Mancava ancora un tassello: come trasmettere alle giovani generazioni ciò che era stato vietato per decenni? E adesso l’ora di religione torna nelle scuole russe. «Era pericoloso fare domande. Prendere appunti, registrare. Quando il potere non ti capiva, si insospettiva. Ma io avevo deciso: bisognava trovare i testimoni ancora viventi delle persecuzioni contro i preti, i monaci, le suore, i fedeli. E avere la tenacia di non arrendersi mai, costasse quel che costasse. Perché quello che stavo raccogliendo, moltiplicandosi, cominciava a diventare un vero e proprio atto d’accusa contro il regime». Poco per volta, il giovane Vladimir Orlovskij — il nome da laico dell’igumeno Damaskin — dipana i misteri della scomparsa di migliaia e migliaia di religiosi. Vicende spaventose. E infami. Come quella di padre Nikolaj Benevolenskij, nato il 30 marzo 1877 in una famiglia di preti di Mosca e morto il 16 maggio 1941 nel gulag di Karaganda, in Kazakhstan. Sepolto in una fossa comune: «Fu tradito da un altro prete. Il protogerarca Fjodor Kazanskij».

Costui era stato costretto dall’Nkvd a diventare informatore dei servizi segreti con il compito di denunciare gli altri preti. Nel 1939, approda a Serghiev Possad, uno dei luoghi spirituali più importanti della Russia. Gli affidano una parrocchia. Ed è lì che Kazanskij incrocia padre Nikolaj, pure lui protogerarca. Nikolaj ha grossi problemi. Lui e la sua famiglia sono stati cacciati dalla loro vecchia casa di Mosca, occupata da operai e contadini immigrati. Uno di loro, invidioso perché il prete e la sua famiglia disponevano di due stanze, li aveva denunciati. Un prete ha sempre torto: così Nikolaj e i suoi debbono fare le valigie entro dieci giorni. Inutili i tentativi di trovare alloggio: per i preti non c’è pietà. Alla fine, si arrende. Moglie e figli restano e vagano da una kommunalka all’altra dei vecchi parrocchiani, lui lascia Mosca. Non sa che si consegna ai nemici. Arriva a Serghiev Possad e viene sistemato presso la cattedrale dell’Ascensione, dove conosce Kazanskij.

Nikolaj si accorge subito che è un tipo appiccicaticcio, che vuole sapere sempre cosa fa e come giudica la situazione generale. Un giorno, una donna finge di confessarsi. In realtà vuole avvertirlo: «Padre Nikolaj, stia attento a questa persona. Ha una bruttissima fama». Nikolaj non sa che fare. L’altro lo marca stretto, bussa spesso alla porta della sua stanza, si autoinvita. Intanto, da Mosca, è arrivata la famiglia di Nikolaj. Passa qualche settimana. Un giorno viene convocato dall’Nkvd. Gli chiedono se conosce persone «con stati d’animo controrivoluzionari» e gli propongono di sottoscrivere un documento in cui si impegna a «informare gli organi». Padre Nikolaj rifiuta. «Peccato. Se firmi, pagherai meno tasse. Se non firmi, finirai in prigione».

Nikolaj cambia parrocchia, e finisce nella chiesa di Sant’Elia. Ma Kazanskij lo rintraccia e di nuovo si fa invitare a casa. Prima sorseggia il tè, dopo compila denunce su denunce. All’alba dell’11 gennaio 1940, la polizia irrompe. Padre Nikolaj non c’è: «È a celebrare messa», dice la moglie. «Come? Così presto, alle sei del mattino?». «Sì, ogni giorno c’è messa a quest’ora». «Intanto, cominciamo a perquisire». Un paio di agenti si reca alla chiesa di Sant’Elia. Padre Nikolaj chiede solo di poter concludere la messa: «È liturgia funebre. È morta la maestra di scuola che insegnava ai miei figli». I due agenti glielo consentono. Poi, insieme, lo scortano sino all’abitazione. Alle tre del pomeriggio, Nikolaj benedice i suoi. Non li vedrà mai più. Lo rinchiudono in una cella di sicurezza dell’Nkvd. Di lì, lo traducono alla prigione moscovita della Taganka.

Tutto questo è stato ricostruito da padre Damaskin, anche grazie alla documentazione scovata negli archivi del Kgb. Ma soprattutto, grazie alla memoria (e al coraggio) dei testimoni. E di coloro che hanno alimentato e sostenuto la Chiesa del silenzio. Con commovente resistenza, i fedeli e in particolare i più anziani di loro (le nonne, se venivano scoperte, raramente rischiavano di finire davanti al tribunale del popolo) hanno salvato vecchi libri di preghiera, spesso trascrivendoli a mano; hanno nascosto le icone e i vangeli, i rosari, le vecchie copie della Bibbia, i crocefissi; hanno tramandato le pratiche religiose, conservato la tradizione delle feste, il sentimento stesso della fede assediata. È nelle famiglie che si è combattuta questa guerra silenziosa per difendere l’indipendenza spirituale. Ai tempi dell’Urss, in ogni casa c’era sempre un’icona. Gli atei e i membri della nomenklatura dicevano di conservarle per collezione. Ma per la maggioranza della gente, quelle icone rappresentavano un legame simbolico: con il passato, con la storia comune, e con la paziente, tradizionale sopportazione del popolo russo. Medicare il bene con il male.

Fonte: La Domenica