Le foto proibite delle Izvestia

Putinstan MOSCA

MOSCA - Era l' aprile del 1961. Doveva fotografare Krusciov che baciava sulla bocca Gagarin, l' eroe del cosmo, appena rientrato dal primo volo orbitale di un uomo attorno alla Terra. Gliel' aveva ordinato Alexsei Ivanovic Agiubei, direttore delle Izvestia, nonché deputato al Soviet Supremo e soprattutto intoccabile genero di Krusciov. «Che significa?», gli rispose Serghej Smirnov, il fotoreporter più famoso dell' epoca. «Significa che dovrai seguire passo per passo Gagarin, dall' aeroporto al Cremlino. Vedrai che al momento opportuno Nikita lo bacerà in bocca. Stai tranquillo: so per certo che succederà. E tu sarai lì, testimone di un gesto che tutti i russi vorrebbero fare e che noi avremo immortalato sulla nostra prima pagina. Guai se quelli della Pravda ci precederanno. Non sopporto quei baciapile del partito. Ti mando un elicottero che ti porterà sulla Piazza Rossa». «Non ce n' è bisogno. Mi basta un' auto e il permesso di entrare al Cremlino». «Kharasciò», tagliò corto Agiubei. Avrebbe umiliato ancora una volta i rivali della paludata e governativa Pravda, l' organo ufficiale del Comitato centrale del Pcus. Con la sua brillante direzione - spregiudicata nel contesto del regime sovietico - sfruttando la parentela, Agiubei aveva ritagliato per le Izvestia («Le notizie») pezzettini di autonomia: il giornale era diventato popolare perché aveva svecchiato l' informazione, dedicando spazio ai reportage di costume, alle corrispondenze dalle capitali occidentali; perché vi si coglievano velate critiche contro l' ottusità burocratica; e perché pubblicavano le fotografie migliori. Fu uno sforzo epocale. La censura dell' occhiuto potere vigilava implacabile. Lo imponeva, del resto, l' incessante turnover delle purghe. Il ritocco era delicata pratica quotidiana. Compagni di lotta e di partito finivano in disgrazia: subito si provvedeva a cancellarli dalle foto. Tratti di penna sulle anime morte della politica. Come al funerale di Maksim Gorkij nella Piazza Rossa. In una celebre foto-regime si vedono in prima linea Stalin, Molotov, Krusciov, Kaganovich, Voroscilov. C' erano pure Lavrentij Beria, allora onnipotente commissario del Nkvd, e i suoi vice. Sino al 1953. Dopo, la foto venne «aggiornata». Beria e i suoi liquidati due volte. In vita. E in foto. Si vede che Gorkij sollecitava associazioni pericolose. Infatti, in un' altra immagine, lo vediamo con Romain Rolland, ospite al campeggio dei giovani pionieri Artek, in Crimea. C' era anche Aleksandr Kossarev, battezzato dai compagni «onestà e morale». Leader del Komsomol sovietico dell' Associazione dei giovani comunisti finì calunniato, deportato nel gulag e fucilato il 23 febbraio 1939. L' amico Gorkij lo chiamava affettuosamente Sasha. Il suo «errore politico» consistette nell' aver sposato la figlia di un «nemico» personale di Stalin. Risultato: faccia raschiata, per renderla irriconoscibile. Tutti sapevano di queste pratiche, inaugurate fin dai tempi della Rivoluzione d' Ottobre. Lev Trotskij ne è stata la vittima per eccellenza: certe volte in modo grossolano, come al primo comizio di Lenin dopo l' attentato alla fabbrica Mikhelson di Mosca del 1918. Era lì, ascoltava il leader della rivoluzione. La Storia ritoccata da Stalin lo negò. Punito, in quella stessa foto, Varlam Avanessov, commissario della CeKa, la polizia segreta. Quando Mikhail Kalinin, (formale capo dell' Unione sovietica, in qualità di presidente del Soviet Supremo) accolse il presidente del parlamento cinese Sun-Fo, c' erano in ballo importantissime trattative con Ciang Kai Shek, il leader del Kuomintang. Un ruolo non secondario lo ebbe Nikolaj Ezhov, commissario del Nkvd, colui che scatenò una severa ondata di purghe nel 1937. Finì fucilato pochi anni dopo. E le sue immagini furono accuratamente «purgate». Degno contrappasso. Ardua impresa «riflettere sulle cose del Paese ed inquadrarle - anche con una semplice macchina fotografica - da un' ottica non sempre gradita agli occhi del potere», commenta Rosa Nezhina, una delle responsabili dell' immenso archivio fotografico di Izvestia. Si lavorava ingessati dalle perverse logiche di regime. Salvo occasioni eccezionali. Come il giorno di Gagarin: «La sola cosa che contava era non fallire. Fu il "servizio" più difficile della mia carriera. Sapevo che questa foto sarebbe rimasta per sempre nella storia e nella memoria della Russia», ricorda Serghej Smirnov. E così fu. «Dissi all' autista di aspettarmi col motore acceso sotto San Basilio, nella Piazza Rossa. Il bacio di Krusciov a Gagarin ci fu. E c' ero pure io. Corsi al giornale: mancava solo la mia foto. Tempo un' ora ed ero già di ritorno con le prime copie fresche d' inchiostro. Le consegnai a Krusciov e a Gagarin. Poi li fotografai mentre insieme leggevano Izvestia con la foto del bacio in prima pagina». Smirnov oggi ha ottantatré anni. è rimasto il fotoreporter più famoso di Russia. Sta sulla breccia da sessantadue anni, quarantanove li ha spesi per Izvestia, il più vecchio dei quotidiani russi: esce da novant' anni, dal fatidico 1917, quando nacque come portavoce dei menscevichi e degli «s.r.», ossia i socialisti rivoluzionari. Sono mesi che Izvestia celebra l' anniversario perché «quella che è passata attraverso le nostre pagine è la nostra vita. Grazie ad esse non è caduta in oblìo. Il giornale può dire con coraggio che è sempre stato con il suo popolo. Là, dove è capitato il nostro popolo, per sfortuna. O per fortuna». La vita di Sergej è la metafora di tutto ciò. è sopravvissuto alla spaventosa carneficina della Seconda guerra mondiale, la Grande guerra patriottica; è passato indenne lungo i tornanti insidiosi dei cambi di potere al Cremlino; ha sopportato il crollo dell' Urss, il caos post-sovietico, l' irruzione del consumismo sfrenato, il dilagare impunito della criminalità, l' oligarchismo; è stato in Afghanistan quando le truppe russe lo invasero e in Cecenia, guerra sporca che la povera Anna Politovskaja descrisse come il luogo del «disonore russo». è appena rientrato da una mega operazione anti-bracconaggio della polizia nel Mar Caspio, giusto in tempo per essere premiato alla mostra fotografica Fumo di Patria-Ventesimo Secolo, al Museo di Storia Contemporanea di Mosca, che si è chiusa ieri. Molte, di quelle cento stupende immagini, sono sue: «Ho cominciato in guerra. Ero pilota durante l' assedio di Leningrado. Sorvolavo e fotografavo le linee tedesche col mio piccolo ricognitore Yakovlev. Un giorno mi presentai alla Tass. Fui assunto un' ora dopo quel colloquio. Mi misero in una mano la tessera del razionamento, nell' altra il pass del fotografo». Di quella guerra, l' immaginario occidentale conserva la memoria dei film di Hollywood e delle foto Life. I russi stanno riscoprendo soltanto adesso il «minimalismo bellico», dopo i lavaggi del cervello a base di trionfalismo e grandiosità. Dagli archivi emergono immagini antiretoriche. L' universo degli individui. Foto spesso scartate, la più ipocrita delle censure. Perché trattavano guerre viste dalla retrovia, più che dalle prime linee. Volti e risvolti di una Storia messa da parte. La sigaretta di traverso tra le labbra d' un fante sorridente, per esempio: «Fumiamocela compagni, una per una, così un po' amaro, un po' col nodo in gola, gustiamo il fumo della patria», era il ritornello di una famosissima canzone d' allora. Nikolaj Petrov, Dmitri Debanov, Vladimir Mussinov, Pavel Troshkin, Anatolij Shurikhin, Gheorghij Zelma, Samarij Gurarij, Dmitri Baltermants, Alexandr Sekretarev, i fotografi di Izvestia, chissà quante volte l' hanno fischiettata mentre documentavano servitù e grandezza della vita militare senza ricorrere al filtro dell' ideologia o alle istruzioni della propaganda. Persino i giganteschi e gloriosi cantieri del socialismo offrono spunti di mirabile arte fotografica, senza l' alito pesante del regime onnipresente. La guerra civile e fratricida appare per quella che è stata. La tragedia dei contadini nell' epoca delle collettivizzazioni forzate è documentata impietosamente. Le foto della Grande guerra patriottica svelano le atroci sofferenze della popolazione civile. E le visite degli ospiti illustri dell' Urss mostrano aspetti più «umani». Che Guevara e Krusciov che si apprestano a sbronzarsi: lo promette il notevole schieramento delle bottiglie maliziosamente ritratte con loro. Fanno pendant con l' orsacchiotto - l' animale totem della Russia - che un maldestro Fidel Castro colbaccato tenta di portare a spasso. Sino alla terribile mimesi di Breznev. Foto dopo foto l' invecchiamento devastante sembra quella dell' Urss. L' ultima visita all' estero, a Bonn, lo tradisce spietatamente: gli occhi vacui, assenti, preannunciano la fine. Altri occhi, invece, raccontano l' oggi. Quelli di Putin. Occhiali scuri da 007, lasciano trapelare lo sguardo di sottecchi di un uomo sempre in guardia, che non si fida mai di nessuno. Ma che sa bene quello che vuole. La mostra La mostra fotografica Fumo di patria - Ventesimo secolo, inaugurata al Museo di Storia Contemporanea di Mosca, toccherà quest' estate le principali città russe ed è dedicata al novantesimo anniversario dell' Izvestia, il più antico dei quotidiani russi in vendita dal febbraio del 1917. In rassegna sono esposti, per la prima volta, anche documenti e foto che all' epoca non potevano essere pubblicati sul giornale

Fonte: La Repubblica