Le bombe di Pietroburgo La pista del Terrore e la strategia “zarista” tra paura e rabbia. Il regime pronto a sfruttare l’effetto mortale: nascondere le proteste dell’opposizione puntando su un nemico comune

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Le bombe di Pietroburgo, subito attribuite al terrorismo di matrice islamica - ossia caucasica, secondo la spiccia equazione di ogni regime russo, ma in particolare di quello putiniano - hanno improvvisamente precipitato il Paese in un clima di paura, e di collera. La paura è l’anticamera delle svolte autoritarie, anzi, ne è il codice primario. La collera, strumentalmente indirizzata contro i jihadisti, è utile al Cremlino per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla massiccia e iniqua repressione contro i manifestanti (moltissimi gli adolescenti) che erano scesi in piazza il 26 marzo per denunciare la corruzione dei piani alti del regime, a cominciare dal premier Medvedev, il braccio destro di Putin.

Un disegno complesso, quello del Cremlino: sbriciolare l’opposizione. E dirottare l’attenzione mediatica, quindi dell’opinione pubblica, dalla corruzione ai jihadisti ceceni e daghestani reduci dalla Siria. Domenica 2 aprile è andata in scena a Mosca un fake-meeting, una falsa manifestazione (domenica 2 aprile) anti-Putin attribuita alle opposizioni ed infiltrata da gente che poco aveva a che fare con le opposizioni (in molti mostravano sciarpe a righe arancione e nere, simbolo della Grande Guerra Patriottica e, di recente, dei filorussi del Donbass). Peccato che i leader dell’opposizione non l’avessero convocata.

In compenso, il primo aprile la polizia aveva arrestato Mark Galperin, capo di Nuova Opposizione, mentre stava portando la spazzatura in cortile. Si è beccato 15 giorni di galera, come Alexei Navalny, per avere partecipato alle proteste del 26 marzo. Curiosamente il sito di Igor Sechin, politico, imprenditore ed ex agente segreto, amministratore delegato della Rosneft e uno dei capi dei siloviki, insomma uno degli uomini forti del clan di Putin, lo mette tra i fermati del giorno dopo. Una trappola, dunque, e una provocazione: qualcuno aveva iniziato “ad invitare” genete alla manif del 2 aprile usando Vkontakte e YouTube ma già domenica gli account erano spariti. I media controllati dal Cremlino hanno enfatizzato la notizia, avvisando che comunque le autorità l‘avevano vietata. Ciò non era avvenuto per le proteste del 26 aprile: silenzio assoluto sui canali tv.

Le bombe, alzano il livello. Dalla protesta che imbarazza il Cremlino, alla priorità della lotta antiterrorista, dunque della sicurezza nazionale, della difesa della patria. Questa strategia della tensione ricorda tanto un’altra fosca stagione politica, il crepuscolo cioè della presidenza di Boris Eltsin, inguaiato fino al collo da inchieste giudiziarie per corruzione, guarda caso. Riguardavano la “Famiglia”, cioè i parenti più prossimi e gli amici che controllavano le fonti economiche di una Russia dissestata da inflazione alle stelle, oligarchi rapaci e dalla violenza dilagante post-sovietica.

Il 9 agosto del 1999 Putin venne nominato Presidente del governo (premier). Un’ascesa folgorante. In realtà, fu il ringraziamento di Eltsin al ligio direttore dell’Fsb (ex-Kgb) e segretario generale del Consiglio di Sicurezza della Russia che aveva bloccato l’inchiesta della magistratura. Ma la gente, esasperata dal caos sociale, dal saccheggio delle risorse nazionali e dalla depressione economica, non ne poteva più. La situazione era tesa, rischiava di diventare incontrollabile. Il diversivo arrivò tra l’agosto e il settembre 1999, quando si moltiplicarono gli attentati a Mosca (nella metropolitana, anche, come ieri a Pietroburgo) e in altre città: attribuiti agli islamisti ceceni. La spiegazione logica: la fiammata terroristica era stata provocata da un’operazione militare nel Daghestan per sloggiare gli estremisti. L’opinione pubblica russa, inizialmente ostile alla guerra, si radicalizzò ben presto. Grazie anche ad un Putin “muscoloso” che a settembre promette di risolvere la crisi, a cominciare da chi minava la Russia dal suo interno: “Braccheremo ovunque i terroristi, anche nei cessi, se necessario”. Lo scandalo Eltsin svanì, mentre Putin gli successe. Piazza pulita di opposizioni e oligarchi che non si adeguano ai suoi diktat. Il clan putiniano si appropria del Paese, dirige nella più fosca opacità petrolio e gas, industria delle armi e media, miniere d’oro e banca centrale, parlamento, forze armate e servizi segreti, polizia e regioni. L’autocrazia non ammette critiche. Tra Cremlino, ex uomini del Kgb e Chiesa ortodossa è fondata su questa alleanza che regge la famosa verticale del potere. In nome dell’interesse superiore della nazione. E della loro.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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