Le battaglie di Putin

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Putin combatte in Siria. E nella Rete. In Medio Oriente, da qualche settimana. Nella Rete, da sempre. Nonostante intimidazioni, sequestri, leggi liberticide, liste di proscrizione, cyberattacchi e occupazione dei social network, Internet infatti resta la bestia nera del presidente russo: il controllo totale gli sfugge. E’ una battaglia continua dove politica, servizi segreti, media, tecnologia e “the new online revolutionaries”, i nuovi rivoluzionari online, si combattono senza tregua. I dittatori digitali contro chi difende libertà e democrazia. Oggi come oggi, malgrado le tenaglie del potere, Internet è un mercato che conta 1,3 milioni di addetti e che genera l‘8,5 per cento del prodotto interno lordo. Gli inghippi sono colossali, dunque. Per questo Putin non smette di persguire il suo disegno: dopo aver “normalizzato” la Russia reale, vuole normalizzare la Russia virtuale. Come?

Il come - e il quando - lo raccontano i giornalisti d’inchiesta Andrei Soldatov e Irina Borogan nel saggio Red Web, pubblicato pochi giorni fa negli Stati Uniti da PublicAffairs di New York, una casa editrice del gruppo Perseus. Il quarantenne Soldatov ha ottima reputazione professionale ed ha lavorato, tra l’altro, a Novaja gazeta dal 2006 al 2008. Dirige con la Borogan il sito Agentura.ru. I due l’hanno fondato, con altri colleghi, nel Duemila: questa comunità giornalistica investigativa ha trasformato progressivamente il sito in un hub internettiano di informazione ed analisi su terrorismo e intelligence. Agentura.ru è ormai considerato una fonte autorevole sui servizi segreti russi, i suoi reportage appaiono sul New York Times, sul Washington Post, Online Journalism Review, Le Monde, Cnn, Bbc. Insomma, una fonte non solo interessante, ma assai utile per comprendere e identificare certi meccanismi di potere del Cremlino e dei siloviki, gli “uomini della forza” (tutti coloro che in Russia dipendono e dirigono i ministeri “armati”: esercito, polizia, servizi, funzionari della Procura, agenti del fisco, doganieri, oltre quattro milioni e mezzo di persone). E la loro diffidenza genetica nei confronti delle tecnologia.

A cominciare dall’intelligence. I servizi non hanno mai amato gli effetti “democratici” delle nuove tecnologie, ossia lo scambio immediato e ovunque di testi, immagini. Soprattutto di idee. Per capirci, nel 1957 - ricordano Soldatov e la Bogoreva, non senza disperata ironìa - la prima fotocopiatrice dell’Unione Sovietica venne distrutta per timore che diffondesse copie di informazioni vietate. La prima connessione Internet avvenne nel 1990, giusto pochi mesi prima che l’Urss si dissolvesse. Il primo motore di ricerca (Rambler.ru) funziona a partire dal 1996, l’anno dopo compare il primo blog, quello di Nossik. Nel 2006 le forze armate concedono ai privati cittadini di poter sfruttare liberamente i navigatori.

Ma già sul finire dell’era Eltsin ci sono i primi forti segnali d’insofferenza verso l’eccesso di libertà della Rete. Nel luglio del 1998, a capo della giovane agenzia Fsb (Federal’naja služba bezopasnosti, i servizi federali per la sicurezza della Federazione russa, eredi del Kgb sovietico), viene nominato il quarantaseienne Vladimir Putin, astro nascente dell’establishment politico russo, ex tenente colonnello del vecchio servizio di spionaggio. Il Kgb, infatti, è formalmente sciolto dopo il crollo dell’Urss, in verità viene riorganizzato e ristrutturato e nel 1995, dalle sue ceneri nascono due agenzie: l’Fsb, plasmata sul modello dell’Fbi americano, e l’Svr, il servizio di intelligence estero (Svr). Proprio nel 1998 l’ Fsb esige dai fornitori d’accesso Internet (Isp) l’obbligo di dotarsi d’un particolare sistema di sorveglianza delle mail chiamato SORM. I fornitori si piegano molto in fretta alla perentoria richiesta dei servizi. Non rifiutano il principio - l’alibi cioè della “sicurezza federale” - che giustifica le spiate. Semmai, sono riluttanti nell’accettare l’indiretto balzello: gli tocca di pagare l’installazione di questo strumento...Fatto sta che la pesante intrusione dell’Fsb nel mondo virtuale accende l’interesse di Andrei Soldatov. Che ricambia la cortesia e concepisce il suo sito quale media di “sorveglianza dei servizi segreti”. Loro ci spiano, e noi lo sveliamo: in Russia il web è sotto stretta osservazione, ma non si ha alcuna idea sull’identità degli intercettati, men che mai viene confidata ai gestori dei gruppi telefonici o di Internet.

Secondo quanto rivela Red Web, ad inventare il sistema SORM sarebbe stato l’istituto Kuchino (che si trova ad una dozzina di chilometri da Mosca), il servizio di ricerche tecnologiche del Kgb, lo stesso istituto che ha sviluppato la prima bomba atomica russa. E’ Putin che decide l’utilizzo di SORM. Nel 1999 il futuro presidente russo organizza una riunione coi leader di Internet e palesa un profilo “aperto” alla Rete e alle nuove tecnologie. Ma è una finta: “L’approccio di Putin è interamente basato sull’intimidazione”, scrivono gli autori. Bastano pochi mesi, e iniziano le ostilità. Poco dopo aver vinto le elezioni presidenziali del maggio 2000, Putin inizia a sviluppare la strategia del ragno. Prima clamorosa vittima è Vladimir Gussinskij, proprietario di Ntv, una delle tv private più viste, colpevole d’aver dato spazio alle opposizioni. Finisce in galera. Ne esce solo dopo aver venduto le quote di maggioranza ad un amico del Cremlino.

Non cambia la solfa nemmeno con Dmitri Medvedev, un fan del web. Sotto la sua presidenza la Rete sembra più libera. Medvedev visita la Silicon Valley, apre un conto twitter (@kremlinrussia), imitato persino dall’Fsb (che lo tiene aperto per qualche mese...). Tuttavia, i siti liberali sono infestati da attacchi giornalieri di pirataggio informatico. Il fenomeno dei “troll” comincia a diventare una piaga inquietante. Lo descrive molto bene la Novaja gazeta (settembre 2013) che racconta come centinaia di ragazzi lavorino monitorando il web e cliccando commenti o post aggressivi e provocatori (la cosa saltò fuori quando una delle ragazze di questa “Fabbrica del troll” cremliniana, licenziata ingiustamente, riuscì ad ottenere la buonauscita).

Fu alla fine del 2011, quando i social network denunciarono le grossolane frodi elettorali, che le autorità constatarono il contropotere del web e la sua capacità di mobilitare la società civile. Cinquantamila persone annunciarono la loro presenza ad una manifestazione di protesta tramite Facebook e il suo equivalente russo Vkontakte, compresa la sottoscrizione per aiutare gli organizzatori. L’Fsb dovette constatare i propri limiti, mentre Putin si ripromise di mettere in atto, dopo l’inizio del terzo mandato, nel giugno 2012, delle contromisure più efficaci. La prima: un potente sistema di filtro del Web. Poi, la lista nera dei siti vietati, con la supina resa delle società internet, che accettano senza scomporsi, sottolineano polemicamente gli autori del saggio: le uniche preoccupazioni riguardano gli aspetti tecnici. Nel 2013, Twitter deve fermare un acconto e bloccare cinque tweets. Ma le forbici virtuali della censura non arrivano mai dappertutto, l’informazione galoppa lo stesso libera, alimentata sovente non dai giornalisti (come crede il regime) ma dagli stessi internauti: come i militari russi che documentano le loro prodezze in Ucraina o in Siria...

Peraltro, il filtraggio non compete all’Fsb ma alle Isp e agli operatori telefonici. Con beffa: un sondaggio (immaginiamo pilotato) dice che l’82 per cento dei russi approva questo regime di controllo. Soldatov e la coautrice Borogan aggiungono che gli ingegneri russi sono poco interessati agli aspetti etici del loro lavoro, assai meno dei loro colleghi occidentali. Meglio evitare l’accusa di stare con gli oppositori...O di finire come Pavel Durov, fondatore di Vkontakte - il social più popolare - che dopo diverse e pesanti pressioni è stato costretto a vendere le sue azioni. E dopo aver rifiutato di bloccare le attività degli oppositori, è stato licenziato.