La Russia non può restare umiliata a lungo, è pericoloso

Putinstan

Una settimana prima di ricevere il Premio Nobel per la Letteratura del 2015, la scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic ha una lunga conversazione con la giornalista russa Katerina Gordeeva di Medu za, un sito indipendente che opera da Riga, Lettonia. Per colpa di Putin. Il fulcro della redazione di Me d uz a arriva da Lenta.ru di Mosca, un aggregatore di notizie che era il più letto del web russo, ma anche il più inviso al Cremlino. Nel 2014 la “normalizzazione”: Lenta.ru passa sotto il contro del governo. I suoi fondatori preferiscono andare all’e s t ero e riprovarci. Nasce il progetto Meduza ed è un successo: 20 milioni di visitatori mensili, mentre il L e nt a .r u putiniano perde due volte e mezzo il numero degli utenti. È il 30 settembre. Il nome della Aleksievic è tra quelli favoriti al Nobel. L’aveva già sfiorato due anni fa. L’ultimo suo libro,Tempo di seconda mano, è di grande attualità. Perché, nel descrivere la vita in Russia dopo il crollo del comunismo, in realtà racconta una Russia ben lontana dagli stereotipi della propaganda, scrive storie di amori, d’infanzia, di ricordi, delle piccole cose quotidiane, come si mangiava, cosa si ascolta, cosa si provava. Non di perestroijka e democrazia, ma di esistenza. E resistenza. “Ho un destino particolare. Scrivo in russo, sono nata in Ucraina da famiglia mista bielorussa-ucraina. Ho tanta Europa nella mia biografia. Per più di dodici anni non sono stata in patria”. Non dice: sono stata costretta all’esilio. La Alexsievic sottintende, ed è questa una sua caratteristica. Non drammatizza, ma lascia indovinare il dramma. “Ricordare, capire gli anni Novanta è una tendenza mondiale, non solo russa. Riviverli. Devo dire che l’Europa, in quel decennio, era assolutamente diversa. Già ci abitavo. Ricordo che con una mia amica ci siamo perse in un paesello tedesco. Non sapevamo dove andare, come orizzontarci. Così, abbiamo fermato una coppia tedesca. Oh Dio! Cosa è successo quando hanno capito che eravamo russe! Ci hanno abbracciato e baciato. Erano felici. Dopo ho vissuto a lungo in Germania. È inimmaginabile che i tedeschi si mettano a baciare uno sconosciuto in strada”.

Adesso non è così?

No, l’Europa è cambiata. Diciamo che è cambiato il vettore dell’interesse.

Di che è preoccupata l’Europa adesso?

L’Europa sta passando l’e s ame di umanità. E, secondo me, lo sta passando in modo impeccabile. Pochi giorni fa ero a Mantova. Gli intellettuali locali mi hanno invitato alla Marcia dei Piedi Scalzi. La prima volta l’hanno organizzata a Venezia, e andrà in tante altre città. La gente scalza cammina per solidarietà nei confronti dei rifugiati. Dovete vedere le facce di queste persone. E questo accade in Italia dove il nazionalismo, diciamo, è molto forte.

Non teme la conseguenze?

L’Europa nel 1917 ha accettato tre milioni di russi, li ha elaborati e digeriti. E non è morta! Da quei tempi, di continuo, accoglie non meno di un milione di rifugiati per ogni momento difficile della Storia. L’ultima fu nel 1979, quando Khomeini prese il potere: gli iraniani che scapparono vennero accettati. In Francia ho abitato vicino a Parigi, nella cittadina di Suren. C’era un mercatino. Una rifugiata vendeva verdure. Lei era la mia principale fonte di notizie, le conversazioni erano molto interessanti. Quest ’inverno Parigi è stata al centro di notizie spaventose (Charlie Hebdo, ndr). Però l’Europa ha retto il colpo. Ha continuato a vivere. A proposito di paura, a proposito di fine dei valori europei per colpa di chi cerca in Europa la salvezza, è solo Martina Le Pen che tira in ballo questi scenari, come se lei parlasse a nome di tutti. Durante il mio ultimo viaggio in Italia, sono stata ospite di u n’amica. Una mattina mi sveglio perché c’è qualcuno che canta benissimo. Il cantante era uno spazzino. Sono scesa in strada, abbiamo chiacchierato. A un certo punto, mi ha detto che avrebbe voluto aiutare una famiglia di rifugiati: ‘Ho una casetta, perché non lasciarla a una famiglia che ne ha bisogno per un po’?’. Questo è lo spirito comune europeo.

E in Russia?

L’Europa acculturata crede che il mondo sarà salvato dall’u omo umanista. E se noi non ci crediamo, siamo perduti. Ho invece una sensazione molto pesante della Russia. Sulle domande più importanti, l’i ntellighentsija e gli intellettuali russi non hanno un pensiero più o meno univoco.

Con chi non va d’accordo?

Per esempio con Zachar Prilepin. Lui pretende d’es se re l’élite, e di essere uno scrittore. Ha tanti fan, anche su Facebook. Seguono ogni suo pensiero. Lui li influenza. O con Alexander Dugin. Anche con lui non c’è intesa, siamo molto distanti (il riferimento non è casuale: Dugin è uno scrittore molto di destra, insegna all’università di Mosca, è l’ideologo del regime putiniano, ndr.). Neanche l’i n t e llighentsija liberale è unita. Tanti miei amici... sapete cos’è successo con loro? Sono diventati derzhavniki (cultori cioè della Russia forte e imperiale, ndr.). È il frutto della sindrome di Weimar. La Russia non può restare umiliata a lungo, è pericoloso. La molla prima o poi scatta. È scattata così. In questo, c’è tanto carattere russo. Non l’ha compreso nessuno. Nel libro Tempo di seconda mano, riporto una storia d’amore. Una donna lascia i figli e tutto quello che ha. Va da un detenuto, senza conoscerlo. Però sacrifica tutto per lui. Mi ha molto impressionato. Noi come abbiamo immaginato la struttura del Paese? Comunisti, socialisti, capitalisti... però, nel profondo della vita popolare, tutto è diverso. Come parlano. Come pensano. Ci sono donne che sopportano di tutto dai guardiani delle galere. Ma stanno sempre ad aspettare qualcosa. Questa è la vita. Non libertà e democrazia. Attraversi un villaggio. Due sono in prigione. Uno è ubriaco. Qui sono morti. Lì ha ucciso qualcuno. Non è arrivata neanche l’eco dei grandi cambiamenti globali. Tutto è lo stesso. Non cambierà presto. Lo strato culturale che poteva sul serio, con amore, educare il paese, è stato distrutto nel 1917. Poi, con le repressioni. Poi con la guerra. Non è rimasto nessuno. Neanche la speranza che ci sarà.

Quando l’ha capito?

Quando scrivevo La guerra non ha un volto di donna (Bompiani, in uscita a novembre). Guardavo le donne con le quali parlavo e mi dicevo: donne così non esisteranno più. Su molti aspetti, ma soprattutto perché credevano nel loro Paese, nel suo futuro, nel ‘noi abbiamo vinto’. Ai tempi, chiedevo a mio padre: come hai potuto stare zitto? Lui aveva studiato giornalismo a Minsk. Erano i tempi in cui tornavano dalle vacanze e trovava due o tre vecchi professori. Il resto era sparito nei gulag. Stessa sorte per gli studenti migliori. Gli dicevo: perché tacevate? Una volta ho visto le lacrime. Adesso non gli avrei rivolto quella domanda idiota. Perché anche noi stiamo zitti. Come se ci fosse un accordo interiore: la consapevolezza di far parte della catena. Ognuno che tace, ha sempre qualcosa dietro cui nascondersi. Il silenzio per l’omicidio di Nemtsov, o per i ragazzi di piazza Bolotnaja che manifestavano per la democrazia e sono stati condannati a pene lunghissime. Il male quotidiano che Svetlana descrive in ogni pagina

GUARDA ANCHE

Il Mediterraneo e la dottrina Putin: questa è cosa nostra 8/4/2017

Il Cremlino non farà passi indietro, ha bisogno delle basi navali siriane per espandere il raggio d’azione fino alla Libia
Continua a leggere

La morte come propaganda 6/4/2017


Continua a leggere

Le bombe di Pietroburgo 4/4/2017

La pista del Terrore e la strategia “zarista” tra paura e rabbia. Il regime pronto a sfruttare l’effetto mortale: nascondere le proteste dell’opposizione puntando su un nemico comune
Continua a leggere

Il sogno russo: “Senza Putin” 31/3/2017

Retate nelle scuole, agenti pronti a sparare sui manifestanti, sciopero dei camionisti e in tutto il paese torna lo slogan delle proteste del 2011 contro lo “zar”
Continua a leggere