La fine del South Stream

Putinstan

Il Putin adirato con l’Occidente delle sanzioni minaccia, ma non spaventa stavolta. Anzi, al contrario, annunciando la fine del gasdotto South Stream ed attribuendo ogni responsabilità all’Unione Europea (in particolare alla Bulgaria che ancora non ha rilasciato i permessi per il transito sul suo territorio, dal Mar Nero alla Serbia) dimostra più debolezza che forza, più fragilità politica che destrezza diplomatica. Persino In apparenza, Putin ha apparecchiato sul tavolo degli interscambi commerciali una ritorsione che sembra colpire chi gli è in fondo più amico di altri Paesi Ue. Come l’Italia - e in misura minore, la Francia e la Germania - che in questo consorzio hanno investito parecchio: le quote di proprietà di South Stream sono infatti coperte per il 50 da Gazprom, per il 20 per cento dall’Eni, per il 15 per cento dalla Total e per l’ultimo 15 per cento dalla tedesca Wintershall. Ma davvero è un danno la morte di South Stream?

In verità, l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, succeduto lo scorso aprile a Paolo Scaroni, ha detto durante un’audizione in Parlamento che la società non aveva intenzione di spendere un euro in più dei 600 milioni previsti all’inizio dell’avventura, e questo significava voler diminuire o la quota di partecipazione o, addirittura, a rivenderla, magari alla Gazprom capofila. La doccia fredda di Putin sta gelando invece le schiene dei manager di Saipem, la società di ingegneria petrolifera controllata dall’Eni, che aveva vinto la gara internazionale della prima tratta del gasdotto: 2 miliardi e 400 milioni per l’ardita posa dei tubi sul fondo del Mar Nero (sino ad una profondità di 2250 metri, un record). Con questi soldi, la società di San Donato Milanese pensava di sanare i bilanci dei prossimi due o tre anni, adesso le ripercussioni finanziarie saranno dolorose. A cominciare dai fortissimi ribassi in Borsa (ieri, oltre il 10 per cento). La mossa di Putin ha spiazzato la Saipem: persino sul delicato fronte delle penali, che purtroppo copriranno una piccola percentuale rispetto al valore massimo delle realizzazioni ipotizzate dalla gara d’appalto.

Ma forse è esagerato parlare di sorpresa, a proposito dello stop che uccide l’ambizioso progetto South Stream. Già lo scorso 26 novembre il ministro russo dello Sviluppo Economico, Alexej Uljukaev, aveva dichiarato che se il gasdotto non fosse stato più necessario, sarebbe stato cancellato dai programmi del Cremlino, e comunque Uliukaev metteva in guardia i partners europei: “Se non c’è richiesta non lo costruiamo, però i rischi e i costi saranno a carico dell’Europa” (Ria Novosti). Non a caso, da quel giorno le azioni Saipem hanno cominciato a precipitare vistosamente...anche se dalla Saipem i vertici della società hanno cercato di minimizzare lo tsunami borsistico, dicendo che South Stream non è mai stato un progetto strategico. Peccato che solo due giorni prima, il 24 novembre, Descalzi e Alexej Miller, il gran capo di Gazprom, avessero parlato di partnership rinnovata, come se l’orizzonte di South Stream fosse ancora sereno. Eppure, avvisaglie di bufera ce n’erano state. Ed erano state captate dai russi. Il 5 novembre (su gazeta.ru/business/2014/11/05/6289281.shtml) una notizia aveva messo in evidenza i malumori dei russi che avevano mal digerito le dichiarazioni di Descalzi nell’audizione alla commissione del Senato, sottolineando la solita “furbizia degli italiani quando vogliono ottenere lo sconto”...insomma, non certo lo spirito festoso ed interessato del 2007, quando il South Stream era nato come società paritetica tra Gazprom ed Eni.

Curiosamente, le parole di Putin sulla fine di South Stream non sono state accompagnate da rimproveri pesanti sulle inaccettabili lentezze burocratiche della Bulgaria e l’ostilità dell’Ue, né ha pronunciato una rituale intimidazione tipo “resterete al freddo senza il nostro gas”. Il New York Times sottolinea, piuttosto, che il “mancato sviluppo” di South Stream, nel caso non venissero ritirate le sanzioni, in ultima analisi, fotografa un cedimento, una sconfitta, o meglio, la prova che l’embargo colpisce al cuore finanziario russo: per colpa delle sanzioni, infatti, sta venendo meno il finanziamento di South Stream col credito bancario (le clausole degli accordi lo prevedono nella misura del 70 per cento). Ciò consentirebbe all’Eni di uscire dal consorzio rivendendo le quote a Gazprom, senza compromettere gli altri contratti di fornitura del gas made in Russia.

A Putin non interessa alzare più di tanto la voce. Di fatto, il mancato aggiramento della rete di gasdotti che passa per l’Ucraina, inchioda Russia ed Unione Europea allo status quo, e Kiev continuerà ad incassare i balzelli dei diritti di passaggio. Semmai, l’apertura alla Turchia, in prospettiva, con lo sconto del 6 per cento sulle prime forniture offerte al governo turco (stessa strategia adottata coi cinesi) aprirebbe un nuovo fronte: una forte azione di disturbo nelle complicate relazioni tra Ankara e l’Occidente. Lo spiega Stanislav Ivanov, analista dell’Istituto orientale dell’Accademia delle Scienze di Russia, in un’intervista apparsa sul quotidiano Nezavissimaja Gazeta: “Malgrado lo statuto di membro della Nato e il processo della sua integrazione nell’Unione Europea, la Turchia è fermamente decisa a conservare e sviluppare le sue relazioni con la Russia. Ankara non ha intenzione di rinunciarvi per soddisfare Washington o Bruxelles”. D’altro canto, sia la Turchia che la Russia cercano di superare un certo isolamento nel contesto internazionale. La crisi siriana ha penalizzato la Turchia che ha perso importanti partner nel Medio Oriente, così come la Russia che annaspa per via delle sanzioni.

South Stream poteva funzionare in tempi di vacche grasse, non ora che il prezzo del barile trascina nel baratro il rublo, svalutato abissalmente rispetto a dollaro ed euro. La decisione dell’Opec di lasciar cadere il prezzo del petrolio è stata una pessima notizia per Mosca che ha dovuto drasticamente ridimensionare il budget dello Stato. A nulla è servita la missione di Igor Setchin, patron di Rosneft - il gigante russo del petrolio controllato dallo Stato: la scorsa settimana si era recato a Vienna, dove ha sede l’Opec, per persuadere il cartello dei paesi esportatori di petrolio a ridurre la produzione del greggio in modo da sostenere i prezzi. La strategia dell’Opec non ha tenuto in nessun conto delle richieste russe. Nella guerra contro lo “shale oil” americano e canadese, l’Arabia Saudita che dell’Opec è il principale azionista ritiene più efficace mantenere i livelli di produzione per mettere in crisi chi estrae petrolio con la costosa tecnologia “shale”. Più cala il barile, più antieconomica risulta l’oli shale e la sostenibilità del debito contratto dalle società che lo estraggono. Gli effetti collaterali potrebbero essere devastanti e scombussolare il quadro globale degli equilibri geopolitici.

Lo dimostra il caso Russia, già stremata dalle sanzioni il cui impatto è stato calcolato (dallo stesso governo russo) in almeno 35 miliardi di dollari, a cui si dovranno aggiungere almeno 90-100 miliardi di perdite annuali, secondo l’opinione di Antoin Simpuanov, il ministro delle Finanze, “se la situazione attuale dovesse perdurare”. La legge dei mercati ha punito Mosca e l’espansionismo aggressivo di Putin. Il prezzo del gas russo è indicizzato con quello del petrolio e le esportazioni russe sono costituite per più del 60 per cento da idrocarburi. A rendere gravissima la situazione è la esagerata dipendenza dell’economia nei confronti dell’export energetico. E’ in gioco la stabilità finanziaria del Paese e la recessione è più che uno spettro, potrebbe concretizzarsi: la crescita era già anemica negli ultimi mesi, le previsioni parlano di percentuali negative. Vladimir Putin continua a ripetere che tra poco arriva l’inverno e che i consumi mondiali di gas e petrolio aumenteranno, “in modo che il mercato si riequilibrerà”, ma sono palliativi dialettici per rassicurare i russi coi quali aveva stretto un patto ben preciso, “state tranquilli, fidatevi di me, io mi occupo di migliorare la qualità della vita”.

Le cose stanno andando diversamente. Per la prima volta, il governo russo è costretto a fare i conti con la crisi, a tagliare, a ridimensionare le spese sociali. A imboccare la pericolosa strada dell’autarchia. Non solo. Putin si rende conto che il patto non scritto con gli oligarchi deve essere ridiscusso, che la stagione dei profitti a go-go deve essere calmierata. Il South Stream, accusa l’ex primo ministro Boris Nemtsov, leader dell’opposizione Parnas, “è stata una truffa fin dall’inizio, poiché anche senza questo gasdotto, la Russia è in grado di trasportare 250 miliardi di metri cubi di gas l’anno in Europa. Invece, nel 2013 la Russia ne ha esportati 160 miliardi, quest’anno saranno anche meno: significa che le infrastrutture attuali lavorano a metà regime. Con South Stream si sarebbe potuto esportare addirittura 318 metri cubi di gas”. A chi? Quel che dice Nemtsov è rilanciato dalle agenzie di stampa, segno che il Cremlino ha deciso di far sapere come, in tempi gravissima crisi e di assedio della Gran Madre Russa da parte dell’Occidente, sia venuto il momento di ridimensionare la libertà d’azione dei magnati, anche se “amici”.

South Stream è l’ideale vittima sacrificale. Scoprimao, per esempio, che i suoi costi erano esageratii. In totale, la spesa era salita a 56 miliardi di Euro. La tratta del Mar Nero, quella che interessava la Saipem, era a quota 16,5 miliardi. Senza i soldi dei prestiti stranieri, impossibile andare avanti: e Gazprom non può più permettersi di scialare miliardi. Tanto meno il Cremlino: Putin ha chiuso il rubinetto che gonfiava le tasche dell’amico oligarca Arkady Rotenberg (figura nella lista delle sanzioni), il più coinvolto nei progetti di sviluppo di South Stream. Secondo Nemtsov, i costi erano stati gonfiati anche di tre volte. Alfred Koch, ministro dell’economia ai tempi di Elstin, ha rigirato il coltello nella piaga: “South Stream? Cinque miliardi di dollari buttati via. Succederà lo stesso con il gasdotto destinato alla Cina”, quello che verrà chiamato Forza di Siberia, “i cinesi ci diranno: grazie mille. Con il vostro aiuto abbiamo abbassato i prezzi del petrolio che compravamo dal Turkmenistan. Adesso siamo contenti, non abbiamo più bisogno del vostro gas...di fatto non avevamo proprio bisogno, ma voi ci avete pregato così pietosamente di firmare l’accordo...”, già, pur di vendere gas e petrolio ai cinesi, Putin ha approvato un decreto legge che permette a Gazprom la defiscalizzazione delle spese per la costruzione del gasdotto e l’esenzione delle tasse sulla fornitura. Coi prezzi crollati, un regalo.

E poi c’è il fuggi-fuggi dei capitali, gli oligarchi cercano di salvare il salvabile, Putin ha tentato ogni modo di frenare l’emorragia, senza successo. Le sue preoccupazioni sono non soltanto di natura economica, riguardano il consenso popolare: la crisi può comprometterlo. Nell’ultimo anno (fonte Bank Rossij) le riserve della Banca Centrale russa sono calate drasticamente, da 520 miliardi dollari al 30 novembre del 2013 a 430 del 31 ottobre scorso. La Banca non può dissanguarsi più di tanto: il suo primo scopo è combattere l’inflazione. Solo nel settore agroalimentare - la “pancia” del consenso popolare - ufficialmente è salita dell‘11,5 per cento. Nel frattempo, per la prima volta dal 2008, i salari reali sono diminuiti. Così sono diminuiti i consumi e le ricchezze del Paese cominciano a non essere più ridistribuite come aveva promesso Putin e come era successo oggettivamente negli anni delle sue prime due presidenze.

La vita non migliora più, le opposizioni riprendono fiato e coraggio. La Rete registra il malcontento, le paure, le prime domande: ma davvero valeva tanta pena l’annessione della Crimea, il conflitto nell’est ucraino? Davvero dobbiamo ritornare indietro, “perché Putin vuole restare nella storia come colui che ha restaurato l’impero”, come suggerisce Dmitri Muratov, il direttore di Novaja gazeta, il giornale della povera Anna Politkovskaja? L’altro giorno i medici sono scesi in piazza, per protestare contro il ridimensionamento del settore sanitario. La politica espansionistica in Ucraina si è rivelata un flagello: col patriottismo non si mangia. Chiedete in Crimea, dove i prezzi sono triplicati e gli aiuti di Mosca non sono affatto quelli promessi. E la propaganda, si sa, intossica. Ma qui apriamo un altro discorso: quello del piccolo grande uomo autoritario che volle farsi zar. Pardon, neozar.

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