La città fantasma

Putinstan Mosca

MOSCA Sarà la suggestione da Guerra fredda, perché questo bunker ne diventerà un museo dopo esserne stato per oltre trent' anni uno degli occulti protagonisti. D' altra parte, in questi giorni è tornata d' attualità per via dello scudo missilistico che Washington vuole installare in Polonia e Repubblica Ceca, scelta contestata duramente dal Cremlino. Però, quando all' improvviso la terra sotto i piedi si mette a tremare, provi l' impotenza del sepolto vivo, di chi è costretto ad aspettare, non sapendo esattamente cosa stia succedendo. Cioè, il pericolo allo stato puro. Il bunker sotterraneo sembra percorso da un lungo sussulto, come quello di una scossa di terremoto. Pavimenti, pareti, soffitti, corridoi, passerelle di legno e di metallo, tutto vibra. Sessanta metri sotto terra (quanto uno stabile di ventidue piani) l' effetto sonoro è ancor più inquietante: il rombo, cupo e minaccioso, si amplifica lungo i tunnel, li percorre come una scudisciata, un gorgoglìo che può essere tutto e niente. Allora pensi che questo sgangherato cemento armato sgocciolante liquido color ruggine stia cedendo, ti dici che non bisognava fidarsi visto che i lavori di riammodernamento sono stati appena iniziati. E infatti ogni tanto si vedono tracce di cantiere: lì le impalcature, là i macchinari per la calce, i cassoni per i detriti, gli impianti volanti dell' elettricità, e poi grosse, infinite tubature. Un tempo, qua sotto tutto lo spazio utile era destinato ai dispositivi della guerra elettronica, alle apparecchiature sofisticate in grado di individuare ogni movimento sulla superficie terrestre. Un Grande Fratello per missili e bombe H. Nei saloni più ampi, sulle pareti grossi tabelloni riproducevano il teatro delle potenziali operazioni militari in caso di conflitto. In gergo, Teatr Voennykh Deistvij, il Tvd, focus della pianificazione e del controllo strategico. La luce nella galleria perde tensione. L' aria si fa polverosa. La tensione dura qualche attimo. Perché quel rumore ha una causa normale. Lo sferragliare di un convoglio della metropolitana. Un segno di vita. «Lì in fondo passa la Circolare», conferma infatti Olga Arkharova, indicando una nicchia scura, più avanti. Dalle fessure di quella nicchia s' intravedono ombre e luci tremolanti come su uno schermo. Il riflesso dei finestrini di un treno. Un' immagine da film di spionaggio. «Sta frenando, prima di entrare nella stazione della Taganka», spiega Olga, «non è un caso che questo bunker sia stato costruito allo stesso livello della metropolitana. Si sfruttarono le stesse tecnologie, gli stessi materiali, gli stessi operai. Solo che loro non sapevano la destinazione finale degli scavi. Gli era stato detto che si trattava di deviazioni di servizio». Olga è una piacevole signora sui quarant' anni dal piglio deciso. E comunque, assai diffidente. Può dire e non dire, di questo bunker. Molti tunnel sono off limits. Lei indossa un giaccone della fanteria. Lavora per una società di ex-militari, la Novik-Service. Un anno fa, questa ditta si è aggiudicata l' asta che metteva in vendita al migliore, e, s' immagina, più fidato offerente, un' immensa base sotterranea di cui nessuno, compresi gli abitanti del posto, aveva mai sospettato l' esistenza sino a quel momento. Salvo gli uomini del Kgb, cui era affidata la sicurezza del progetto; gli specialisti delle comunicazioni militari che dovevano utilizzarlo; i dirigenti dell' Urss che l' avevano commissionato; i tecnici che l' avevano costruito e poi gestito. E Stalin, che l' aveva voluto ad ogni costo. Uno dei tanti segreti inaccessibili che le viscere di Mosca hanno custodito per decenni e che soltanto ora cominciano ad essere, in parte, svelati. A cominciare dall' ubicazione di questo bunker. Il Punto di Comando Protetto della Taganka era uno dei fulcri difensivi dell' Unione Sovietica. Il quartier generale delle telecomunicazioni militari in caso di attacco nucleare. Uno dei rifugi estremi per organizzare il contrattacco, il «colpo di ritorsione» tanto mitizzato dai vertici militari di Mosca, quando i test atomici erano divenuti una sorta di gara tra Usa e Urss: l' inizio della paranoia atomica, la nascita della Cortina di Ferro, le bombe H che potevano distruggere tutto quello che si trovava in superficie. Dunque, servivano nascondigli per sfuggire al fallout, per resistere alla devastazione. E nello stesso tempo, dovevano essere posti che il nemico non doveva individuare. Luoghi invisibili. Come questo bunker. Concepito in modo tale che lo stesso personale ogni giorno doveva arrivare seguendo percorsi diversi, dissimulati. Anche utilizzando la linea della metropolitana. Uno degli ingressi, l' unico reso pubblico, è situato al Quinto Kotelnicheskij Pereulok 11, un vicolo del popolare e storico quartiere Taganka. Sud-est del Cremlino, oltre la Moscova. In apparenza un indirizzo qualunque. Il numero è segnato sulla facciata di una palazzina dell' Ottocento, sopravvissuta a incendi, a Napoleone, ai bombardamenti tedeschi, soprattutto ai devastanti piani regolatori sovietici. L' ingresso, però, non dà sul vicolo, è sistemato in fondo al lato destro antincendio della casa, una parete senza finestre che confina con un cancello senza insegne. Solo un campanello, anonimo. E una grossa stella rossa, al centro della palizzata metallica. Ma quando Stalin, nel 1950, ordinò di costruire il gigantesco Zkp Taganksij, sotterraneo siglato GO42 che ospitava il comando strategico delle comunicazioni militari, non c' era nessuna stella. Anzi, non c' era proprio niente che servisse ad identificare il luogo della vasta struttura top secret. Lo sconosciuto progettista aveva realizzato una sorta di cittadella blindata, in grado di sopportare l' onda d' urto prodotta dai più potenti ordigni atomici dell' epoca: settemila metri quadrati di superfici aerate e protette da speciali pannelli di cemento armato; trecento locali, passaggi, gallerie, tunnel, i principali, con un diametro di nove metri; ci dovevano lavorare duemilacinquecento persone che avevano, in caso di attacco nucleare, un' autonomia di novanta giorni. Un' opera immane, totalmente clandestina. «Noi vogliamo togliere il velo a questo segreto. Vogliamo ricostruire gli ambienti originali, recuperare ciò che è possibile dai magazzini militari - assicura Olga - e trasformare questa ex base in un laboratorio storico, dove poter raccontare e descrivere ciò succedeva durante gli anni della Guerra fredda. Con documentari, materiali d' epoca, persino una certa atmosfera: lì sopra, per esempio, riapriremo la mensa degli ufficiali, funzionerà come posto di ristorazione. Perché la visita qua sotto porterà via molto tempo. Pensiamo che la nostra iniziativa avrà successo: le nuove generazioni non sanno nemmeno che cosa voleva dire vivere con l' incubo di un conflitto atomico, di un' apocalisse». E in effetti, anche se l' allestimento del bunker per il momento è provvisorio, l' angoscia di quegli anni riaffiora. Un po' ci pensano gli astuti nuovi proprietari: appena varcato l' ingresso, eccoci sotto una rete mimetica. Impensabile ci fosse prima: gli aerei spia americani l' avrebbero subito fotografata dall' alto. Accanto alla porticina che conduce al posto di controllo interno, subito i primi cartelli. La pianta del rifugio. Le istruzioni in caso di evacuazione. Di protezione dalle armi "nbc" (nucleari, batteriologiche e chimiche). Un soldato, con tanto di kalashnikov, fa la guardia. La parete di fronte è zeppa di manifesti propagandistici. Come usare un mitra. Come montare e smontare fucili, pistole. Come affrontare il nemico. Poi ci sono Lenin e Stalin che invitano, «in nome del comunismo», a «imparare a sparar bene», rivolgendosi ai giovani del Komsomol. A fianco, un manifesto illustra come la buona sentinella debba comportarsi in caso di incendio. Sposti l' occhio e ti ritrovi davanti un altro poster. Stavolta, non c' è bisogno di farselo tradurre: il disegno riproduce un fungo atomico, sullo sfondo. In primo piano, un soldato si ripara dietro il terrapieno della ferrovia. Altri stanno in un' autoblinda. Uno sta dentro un involucro sferico di materiale anti-radioattivo. Rassicurante il manifesto del Patto di Varsavia: non siamo soli, i popoli fratelli del comunismo sono con noi. «Gloria gloria gloria», si legge in un altro slogan che campeggia sopra l' immagine di un soldato che idealmente marcia nel cuore della Stella Rossa. Prima di scendere nel bunker è obbligatorio munirsi di un lasciapassare. Un gadget. L' intestazione è del "Ministero della Difesa dell' Urss". Simula il pass che veniva rilasciato ai visitatori eccellenti. Un altro militare controlla il simil-pass. La procedura d' entrata viene rigorosamente replicata. Non si passa se non c' è il tuo nome nella lista delle persone attese per l' ora e il giorno fissati. Oggi, come allora. La sorveglianza è affidata anche a discrete videocamere. Un ascensore (poco moderno) porta giù cinque visitatori per volta. Un "filtro" in più. Viene consegnata la mappa del bunker: di traverso, la timbratura in rosso della secretazione. Le uscite sono sei: cinque vietate. è consentito un percorso di seicento metri. Il resto rimane misterioso. Magari non tanto per questioni di riservatezza militare, quanto per ragioni di sicurezza civile. Nella sala principale sono esposti alcuni macchinari. Colpisce la banalità e la vetustà di alcuni pezzi: un registratore a nastro; un televisore marca Electron; oscillografi; apparecchiature radiometriche. Verrà fatto l' inventario e ogni pezzo sarà illustrato da cartelli bilingui (russo, inglese). Olga ricorda che a quei tempi ci voleva un salone solo per i calcolatori e i primi computer, la cui potenza non è in alcun modo paragonabile con i pc che si vendono nei megastore di cui Mosca è ormai fornitissima, mentre erano oggetti inaccessibili sotto l' Urss. Si risale. Fuori, nessun passante ha idea da dove sei sbucato. La casa ottocentesca, racconta Olga, era un involucro perfetto: solo facciate e pareti. Dietro, gli uffici della burocrazia spionistica. E una piscina che serviva a rendere ancora più innocua l' intera postazione. A due passi, un palazzo molto alto, paradossalmente tanto quanto è profondo il bunker. Qualcuno, dagli ultimi piani, avrebbe potuto scoprire che qualcosa, nella casa del vicolo Quinto Kotelnicheskij 11, non quadrava. Olga non lo dice, forse nemmeno lei lo sa, forse lassù ci hanno mandato ad abitare «la gente che portava le spallette». I segreti abitanti del bunker. A turno in cielo. E poi nello sprofondo.

Fonte: La Domenica

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