Kadyrov “il fantoccio” tiene in pugno Grozny

Putinstan

Succede che il presidente ceceno Ramzan Kadyrov voglia confermare in fondo quel che si dice di lui: e cioè che è violento, rozzo, brutale. Lo fa intervenendo sul quotidiano filogovernativo Izvestia di una settimana fa: “Nel paesino ceceno di Braguny c'è un buon ospedale psichiatrico. Le reazioni furiose dell'opposizione che non fa parte del sistema e dei suoi sostenitori potrebbe essere considerata come psicosi di massa. Posso aiutarli su questo problema psichico e prometto che non faremo economia di iniezioni”. Una minaccia. E una promessa. Meglio non scherzarci su, con uno che è spalleggiato da ventimila uomini armati sino ai denti, chiamati, guarda caso, i khadirovtsi, le milizie del suo clan...

All’ospedale di Braguny, negli anni Settanta, il regime sovietico vi spediva i dissidenti. Gli oppositori, scrive Kadyrov, in puro revival Urss, “devono essere considerati come nemici del popolo, traditori. Devono essere processati per tutte le loro attività sovversive”. In verità, in Cecenia è prassi veder sparire dalla circolazione chi fa troppa opposizione o chi difende strenuamente i diritti umani, in assenza totale di democrazia. Altri vengono ritrovati cadaveri. Le Ong, presenti durante le due guerre cecene (1994-1996, 1999-2000), sono quasi scomparse o sono finite sotto il controllo delle autorità. Hanno resistito strenuamente Memorial e il Comitato contro la tortura, ma nel 2013 Kadyrov apparve venti minuti in tv per dire che i volontari delle due associazioni lavoravano con drogati e traditori. I locali del Comitato contro la tortura vennero dati alle fiamme nel dicembre del 2014 e l’associazione è stata classificata, in tutta la Federazione russa, come “agente straniero”.

Il giorno dopo la pubblicazione della fatwa di Kadyrov sull’Izvestia, ci ha pensato Magomed Daudov, presidente della Duma locale, il parlamento ceceno, ha rincarare la dose. Utilizzando Instagram. Postando la foto di Tarzan, un enorme e truce pastore del Caucaso: “Tarzan odia i cani di razze straniere specialmente quelle americane. Gli prudono i denti ed è difficile tenerlo a bada. E’ moderatamente paziente ma di recente è molto inquieto”, chiosava la didascalia, seguita da un elenco di oppositori che sono accusati di voler scatenare la guerra civile e di essere al soldo di Mikhail Khodorkovsky, l’ex oligarca della Yukos che era stato sbattuto nel 2004 in una galera siberiana (ora vive in Svizzera), e del blogger Aleksei Navalny, il più caustico critico del regime putiniano. Una vera e propria lista di proscrizione: tra i nomi, quello di Ilya Yashin, braccio destro di Boris Nemtsov; Aleksei Venediktov, direttore della radio Eko di Mosca (che è scappato all’estero); Lev Ponomarev, forse il più noto attivista russo per i diritti umani; e Igor Kalyapin, ex capo del Comitato contro la tortura. Lanciato il sasso, il Cremlino ha provveduto a smorzare i toni, fingendo di prendere le distanze da Kadyrov: “Bisogna leggere con calma quello che ha detto ed evitare un’escalation di tensione dopo le sue parole”, ha minimizzato Dmitri Peskov, portavoce di Putin. Non l’ha presa affatto bene invece Khodorkovskij, che ha incolpato Putin di voler sollecitare i sentimenti dei russi contro di lui e gli ha suggerito di trattenere “i suoi animali domestici pericolosi in gabbia”.

Dicono che Kadyrov, il “mastino” di Putin, abbia accumulato troppo potere. Che il Cremlino lo usi per tutelare i russi, e impedire il contagio del radicalismo islamico. Siamo tuttavia al paradosso che la Cecenia di Kadyrov esporta addestratori di combattenti per Daech: in Siria, in Iraq, nelle cellule terroristiche, a Donestk, il famigerato Battaglione della Morte, altri con Kiev...due sono stati uccisi in Belgio, pochi giorni dopo Charlie Hebdo, e si sospetta avessero avuto un ruolo logistico nella rete jihadista dei fratelli Kouachi, i killer. Ma poi Kadyrov ha organizzato una colossale manifestazione (800mila persone su un milione e 250mila abitanti!) lo scorso gennaio contro la copertina di Charlie Hebdo, “volgare, immorale e svergognata”. Per dimostrare da che parte sta, e che è uomo di sicura fede musulmana. Tant’è che ha imposto una sharia a modo suo, rifacendosi alla tradizione che malmena e disprezzando le leggi russe, agitando il copione delle intimidazioni, delle rappresaglie e del pugno di ferro. Il vassallaggio totale nei confronti di Putin (dai contorni assai foschi, lo dimostrano le inchieste degli omicidi politici, da Anna Politkovsakja a Nemtsov) è ricambiato con il pesante obolo di 1,3 miliardi di euro l’anno, il 90 per cento del bilancio statale. Con questi soldi il Cremlino ha tacitato ogni sogno di indipendenza: la compagnia russa Rosneft gestisce il petrolio, l’economia locale è risibile: i lavori a disposizione sono quasi tutti nelle strutture pubbliche o in quelle di sicurezza, dove incroci clientelismo e corruzione. Dulcis in fundo, venerdì scorso Kadyrov ha fatto organizzare dai suoi fans una manifestazione in cui ha rilanciato l’inflessibile concetto dell’articolo-fatwa: “Se alcuni demoni si vogliono chiamare opposizione extraparlamentare e dicono di essere nemici del nostro Stato e se si prendono pochi soldi per distruggere il nostro Stato, allora bisogna cacciarli e mettere in prigione”. Ma non doveva sbatterli in clinica?

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