Il ritorno al futuro del jihad ceceno

Putinstan

S’era vantato, il premier Ramzan Kadyrov, un giorno di qualche mese fa, che la Cecenia era divenuta più sicura della Gran Bretagna. Che la ribellione era ormai faccenda di 4 o 5 poveri diavoli arroccati su qualche montagna. Invece, di nuovo sangue e terrore a Grozny, la capitale, messa a ferro e fuoco nella notte di mercoledì dai “combattenti della fede per l'indipendenza cecena”, a smentire la sicumera di Kadyrov e i sonni di Mosca: 19 morti (10 tra le forze dell'ordine, 9 tra i guerriglieri), più una quarantina di feriti tra gli uomini della sicurezza e i reparti delle unità speciali. Epicentro degli scontri, la Casa della Stampa sede di tv e radio dello Stato, azzittite dalla battaglia, dalle granate, da un incendio che ha devastato l'edificio di 8 piani, orgoglio di regime. Si è combattuto pure in una scuola vicino (la numero 20) e in un mercato del centro. L'attacco - portato da diverse decine di combattenti dell’Islam wahabita - è stato rivendicato dal movimento islamista Emirato del Caucaso, e agli abitanti di Grozny è parso ripiombare indietro nel tempo, nei maledetti ricordi di uno dei conflitti più torbidi ed oscuri della storia russa. Spettri della memoria riapparsi giusto vent'anni dopo l'inizio della prima traumatica guerra cecena, quando Grozny subì violenti attacchi e bombardamenti russi indiscriminati, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre del 1994, per rovesciare il governo indipendentista dell'ex generale sovietico Dzhokhar Dudayev.

L’ASSALTO AI MEDIA della Cecenia addomesticata da Kadyrov, risoltosi dopo l’assedio, guidato dallo stesso premier, ai guerriglieri asserragliati nell’edificio è stato poi rivendicato con un video girato con uno smartphone: “Siamo mujaheddin dell'Emirato del Caucaso, siamo entrati in città su ordine di Amir Khamzat”. Il Comitato nazionale antiterrorismo dirà di aver eliminato tutti i ribelli asserragliati nella Casa della Stampa. Il condizionale è d'obbligo, le notizie ufficiali tendono a minimizzare le perdite e ridimensionare la portata dell'attacco: le foto che circolano nei siti russi e ucraini non “alli - neati” raccontano ben altra storia. Le autorità hanno decretato lo stato d’emergenza a Grozny, col divieto di entrarvi. Per poterla rastrellare senza troppi testimoni stranieri. Il momento scelto per colpire Grozny non è stato casuale: poche ore prima dell'annuale discorso alla nazione del presidente Putin. Volevano rovinargli la festa. Volevano insinuare il dubbio sulla “pax putiniana”, sabotare il sistema di controllo e sicurezza degli apparati di polizia. Una vendetta politica, infine: contro il principale alleato diplomatico e militare del regime siriano di Assad, nemico del cosiddetto stato islamico. E contro il regime di Kadyrov, vassallo perfetto del Cremlino, tant'è che ha ricevuto qualche anno fa la medaglia di eroe della Russia. Putin ha liquidato l'evento senza insistere, per comunicare ai russi tranquillità e fiducia “Noi ricordiamo molto bene chi sosteneva a casa nostra il separatismo, e anche direttamente il terrore. Chiamavano ribelli e coloro che avevano le mani lorde di sangue, li ricevevano ai livelli più alti. Abbiamo visto come si sono comportati questi ribelli in Cecenia”. Vent'anni fa Mosca represse l'indipendenza cecena, lasciandosi alle spalle una nazione distrutta e senza risorse (salvo il petrolio che finisce in Russia). Vent'anni dopo, ha annesso la Crimea e foraggia i separatisti dell'est ucraino.

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