Grosso guaio al Cremlino: è sempre guerra fredda

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MOSCA. A qualcuno ricorda tanto il clima intimidatorio che precedette l’assalto all’ambasciata americana di Teheran, nel novembre del 1979, culminato con la presa degli ostaggi (in 52 rimasero prigionieri per 444 giorni). Fatto sta che da quando Mosca e Washington sono ai ferri corti, l’ambasciata Usa si trova spesso al centro di episodi inquietanti. L’ultimo, data due giorni fa. Un “anonimo” avverte l’agenzia Tass che ci sarebbero state due esplosioni all’ambasciata americana di Mosca. La Tass lancia la notizia, creando subito forte emozione nel mondo. Mezz’ora dopo la smentisce: falso allarme. Nel frattempo, però, la polizia ha circondato il cospicuo perimetro dell’ambasciata Usa, grande quanto un quartiere, poco distante dalla Casa Bianca, la sede del governo russo. In realtà, un blocco, reso necessario per problemi di sicurezza e di indagini. Che durano poche ore. Si trattava di un mitomane, sarebbe stato individuato e già arrestato. Insomma, caso chiuso.

E invece no. Il caso è sempre aperto. Sono mesi che il personale e i loro familiari subiscono regolarmente pedinamenti, fermi stradali, provocazioni e persino aggressioni: a giugno Daniel van Daiken, terzo segretario del dipartimento politico dell’ambasciata, è stato placcato da un agente russo all’ingresso della missione Usa, ed è riuscito a liberarsi in extremis. Per Mosca van Daiken è un agente della Cia...tipico revival della Guerra Fredda: “Siamo di fronte alla più forte e lunga ondata d’antiamericanismo di questi ultimi venti anni”, spiega il sociologo Lev Gudkov, direttore dell’istituto di sondaggio Levada. Due terzi dei russi avrebbero ormai “una pessima reputazione” degli americani, definiti “ipocriti, amanti del potere, gente che impone le proprie abitudini agli altri”. Incoraggiati da una martellante propaganda orchestrata dal Cremlino, i russi considerano ormai gli americani come una minaccia concreta della loro patria e la prima causa della pesantissima crisi economica, favorita dalle sanzioni. E non dalla spregiudicata politica di Putin, sia contro l’Ucraina, sia ora in Siria con i bombardamenti sugli ospedali, per i quali il segretario di Stato Kerry ha chiesto ieri “un’inchiesta adeguata per crimini di guerra”. Al che la Duma, il parlamento, ha prontamente replicato con la ratifica dell’accordo (a tempo indeterminato e a titolo gratuito) per la concessione della base aerea di Hmeimim. Le manifestazioni anti-Usa si moltiplicano. Con la scusa di preservare l’identità nazionale, si cerca di scoraggiare qualsiasi “intrusione straniera”. Un recente strumento di questa politica xenofoba è l’adozione di una legge che obbliga le ong “esercitanti attività politiche” e che godono di finanziamenti esteri a dichiararsi “agenti stranieri”. Termine infamante di bieca memoria stalinista: nel mirino ci sono infatti i sussidi che aiutano istituzioni culturali e di ricerca indipendenti. Come il Levada Centre, accusato di collaborare col “nemico”. Nella fattispecie, l’università del Wisconsin. La macchina della calunnia - figlia mai morta del Kgb - si è scatenata contro l’ambasciatore Usa, reo di “incontrare elementi della quinta colonna, di dare un miliardo di dollari ai suoi agenti perché rovescino il potere in Russia”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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