Doping di Stato e sanzioni. Obama punzecchia Putin Il NYTimes pubblica ammissioni russe sulle pratiche illegali degli atleti. Pronte nuove punizioni contro Mosca

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Dopo lo “schiaffo” ad Israele, il ceffone al Cremlino: ultimi sassolini che Obama si sta togliendo dalle scarpe, destinati a scompigliare le carte di Trump ed incrinare l’apparente idillio tra il miliardario e Putin. L’attacco a Mosca è cominciato ieri mattina con la pubblicazione, da parte del New York Times - giornale che ha appoggiato Hillary Clinton - di un’inchiesta sul presunto doping di Stato in Russia. Per la prima volta, infatti, alcuni funzionari russi non negano l’esistenza di una sistematica campagna di doping, che ha sfalsato non solo i risultati dei Giochi Invernali di Soci, nel 2014, ma anche quelli di altri importanti eventi sportivi.

Poi, è stata la volta del Washington Post: secondo il quotidiano, Obama starebbe per annunciare una nuova serie di misure per punire la Russia, rea di ingerenze (cyber-attacchi) nelle elezioni, con ulteriori sanzioni economiche e censure diplomatiche, ma anche con probabili operazioni informatiche sotto copertura. Misure che saranno “blindate” giuridicamente per impedire a Trump di revocarle, almeno in tempi brevi. Dalla Lettonia, dove è in visita, Lindsey Graham, senatore repubblicano della Carolina del Sud, precisa che le sanzioni “bipartisan” colpiranno “duramente la Russia e in particolare Putin come persona”. Immediata la reazione del ministero degli Esteri di Mosca: “Se gli Stati Uniti intraprenderanno nuovi passi ostili, sapremo come rispondere”. Insomma, micce per innescare ulteriori tensioni tra Usa e Russia.

Scintille di Guerra Fredda Bis si erano avute qualche ora prima, sprigionate dalle parole di Anna Antsellovich, direttrice ad interim della Rusada, l’agenzia antidoping russa, rilasciate al New York Times: “C’è stata una cospirazione istituzionale, una delle più grandi nella storia dello sport”. Quando lo scorso 9 dicembre aveva letto la nuova relazione dell’avvocato canadese Richard McLaren, numero uno della Wada (l’agenzia mondiale antidoping), che denunciava ulteriori manomissioni dei test per aggirare i controlli, era rimasta “sconvolta”. E tuttavia, lei, come altri dirigenti dello spor russo, ha cercato di respingere l’idea che il sistema doping fosse organizzato dallo Stato. Semmai, il ricorso al doping sistematico poteva essere servito per compensare quello che all’interno della Russia era percepito come “un trattamento preferenziale per le nazioni occidentali da parte delle autorità sportive a livello mondiale”. Ma anche Vitaly Smirnov, 81 anni, ex ministro dello Sport ai tempi dell’Urss ed ex presidente del comitato olimpico russo, messo da Putin a capo di una commissione per riformare il sistema antidoping russo, è perplesso. Dice: “Dal mio punto di vista, abbiamo fatto tanti errori...Bisogna trovare i motivi che spingono i giovani atleti a doparsi e ad accettare il doping”.

Come spesso accade, il Cremlino interviene per interposte persone. Parlano i grandi atleti del passato. Come lo schermidore Pavel Kolobkov: “La Antsellovich non è un funzionario pubblico e la Rusada non è un ente statale”. La pattinatrice Svetlana Zhukova, molto vicina a Putin e ora deputata di Russia Unita, ribadisce “l’assenza del sostegno statale al doping”. Smentite che non smentiscono. Le parole della Antsellovich sono state fraintese, “prese fuori dal contesto”. Creano “l’impressione che il vertice della Rusada ammetta l’ipotesi di copertura dello scandalo da parte delle istituzioni”. Putin nega di essere il mandante. Semmai, è vittima della solita storia di chi vuol essere più zarista dello zar.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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