Dalla Cecenia con odio per punire zar Putin

Putinstan

Brigate cecene dell’Isis, i jihadisti di Putin, l’incubo del Cremlino: combattenti che non temono nulla. Il Califfato conta circa 4800 combattenti russofoni. Di questi, 2900 sono russi: compongono la terza nazionalità più rappresentata nei ranghi dei foreign fighters, il cui numero complessivo è calcolato dall’Onu in circa trentamila, da altre fonti tra i 20 e i 25mila. Rappresentano una minaccia seria, ormai, perché, come ha dichiarato Alexandre Mikhailenko, politologo al dipartimento di sicurezza nazionale dell’Accademia presidenziale russa, “l’Isis sta perdendo terreno in Siria ed Iraq, le sconfitte li spingeranno a rientrare nei loro paesi d’origine e, forti della loro esperienza, tenteranno di proseguire qui la loro lotta”. Seicento di loro sarebbero infatti già tornati nel Caucaso. Duecento sono nei Balcani, in Bosnia, nel Kosovo e in Serbia. Altrettanti nel Donbass. Un manipolo è in Turchia. Un centinaio sono in Germania e Svezia. Mica è tutto. L’integralismo islamico è sempre più attivo in Russia, come hanno scoperto i ricercatori del centro studi politici Carnegie di Mosca, dal Caucaso si è diffuso in tutti gli stati della Federazione russa, compresa la sterminata ed incontrollabile Siberia e il remoto Estremo Oriente.

La mossa di Putin in Siria nasce proprio dagli allarmi dei servizi, in particolare del Gru, l’intelligence militare russa. L’avanzata delle “bandiere nere” in Siria avrebbe incoraggiato l’espansione dell’Islam radicale nel Caucaso, dove continuare la Jihad. Anche perché la Russia è “un nemico sistematicamente designato dai jihadisti per il suo modello assimilazionista, ben più pericoloso di quello patrocinato da Washington, ossia lo choc delle civiltà”, spiega Xavier Moreau, direttore del sito d’analisi geopolitica stratpol.com (Centre d’analyses politico-strategique). Di segnali, in questo senso, non ne sono mancati. Anzi.

Inizio settembre 2014. Video diretto al presidente russo: “E’ un messaggio per te, Vladimir Putin.Gli aerei che hai inviato a Bachar (al Assad, ndr.) te li rispediremo indietro. Piglia nota”. Putin non ha mai nascosto le sue ruvide prese di posizione contro le correnti sunnite radicali. Di cui il Cremlino teme la diffusione. C’era una sorta di “arco” sciita tra Damasco e Teheran che proteggeva il Caucaso e la Russia da questa minaccia islamica, ma con la nascita di Daech (lo stato islamico), gli equilibri sono saltati. Nel Caucaso, in particolare, i gruppuscoli radicali sono fortemente influenzati dal wahhabismo dei paesi del Golfo. Per una ragione storica: è da lì che provengono gli insegnanti delle nuove scuola coraniche, create l’indomani della caduta sovietica. Mancavano gli imam nelle moschee e la maggior parte sono arrivati dall’Egitto e dal Golfo.

La più nota delle brigate cecene è quella fondata da “Omar il Ceceno”, gran barba rossa, figlio di padre georgiano e madre cecena, ex militare dell’esercito di Tbilisi. Ha combattuto contro i russi nel 2008, poi è finito in prigione, infine ha raggiunto la Siria nel 2012. Ha messo in piedi un raggruppamento composto principlamente di ceceni , di russofoni stranieri e di siriani, battezzato Jaish al-Muhajirin wal-Ansar, cioè esercito degli immigrati jihadisti e dei sostenitori locali. In seguito il gruppo si è scisso in due. Omar il Ceceno è diventato ben presto uno dei capi militari dell’Isis in Siria. L’altro gruppo è rimasto indipendente, più vicino alle posizioni di Front al-Nosra, l’ala siriana di al-Qaeda. Un centinaio di questi combattenti ha più tardi raggiunto l’Isis, distinguendosi in azioni piuttosto impegnative. Come la conquista dell’aeroporto di Tabqa. Ma non tutti gli islamisti ceceni aderiscono all’Isis. L’Emirato del Caucaso resiste. E viene messo sull’avviso all’inizio del 2015: non è più autorevole, non ha più la leadership della regione, si legge su Daquib numero 7, la rivista online del Califfato, pubblicata in inglese.

L’effetto è immediato. Nel giugno del 2015, Aslan Byutukaev, leader del Wilāyat Noxçycö, annuncia ufficialmente la sua fedeltà al Califfato. In un video diffuso poco dopo, giurano fedeltà numerosi jihadisti della Cecenia, del Daghestan, dell’Inguscezia e del Kabardino-Balkaria. Passa una settimana. Lo Stato islamico, per bocca di Abu Muhammad al-Adnani (numero 2 dell’Isis) proclama un nuovo governatorato nel Caucaso russo che diventa così Wilāyat al-Qawqāz. A capo, il daghestano Ruslam Asildarov. Daquib numero 10 enfatizza la notizia. Lo scopo è palese. Organizzare e dirigere nuove cellule di mujaheddin caucasici per pianificare in futuro attacchi contro la Russia. Le brigate cecene dell’Isis sono le meglio addestrate e le più intraprendenti. Godono di una certa autonomia. Dispongono di mezzi finanziari notevoli, grazie al contrabbando di reperti archeologici, al traffico di armi e di droga. Putin teme la “polveriera” Caucaso, la vendetta cecena, dopo l’atroce, sanguinosa e “sporca” guerriglia contro gli indipendentisti vicini alle posizioni dell’Islam radicale. Il suo baluardo è Ramzan Kadyrov, il presidente-dittatore ceceno, musulmano che ha imposto l’ortodossia al limite dell’estremismo ma è fedele a Mosca ed esecutore delle “direttive” di Putin, che lo protegge in cambio della repressione più dura nei confronti dei dissidenti islamici. Per capirci, su 26 capi di gruppi affiliati all’Isis nel Caucaso russo, 20 sono stati “neutralizzati” dai servizi: “Il numero degli attentati terroristici è stato diviso due volte e mezzo quest’anno”, ha dichiarato trionfalmente il 15 dicembre scorso Alexander Bortnikov, direttore dell’Fsb.

Del resto, meno di tre mesi prima , il 23 settembre, nel “giorno del sacrificio” (Id al-Adha), Putin aveva inaugurato in pompa magna nel quartiere Mescianskij la Moschea Cattedrale di Mosca, costata 150 milioni di euro (90 donati l’oligarca daghestano Sulejman Kerimov), capace di accogliere diecimila fedeli, con due minareti che svettano per 72 metri. Chiaro, il messaggio: la Russia non è contro l’Islam, ma contro l’estremismo e il terrorismo. In Russia ci sono 19,6 milioni di musulmani (il 14 per cento della popolazione), di cui due solo a Mosca.

L’Isis, però, non abbozza. Il 31 ottobre 2015 l’Airbus A321 della compagnia russa Metrojet, in volo da Sharm el Sheikh a San Pietroburgo esplode e si schianta nel Sinai. L’attentato è rivendicato dalla Wilayat Sinai, gruppo egiziano affiliato all’Isis. Il 12 novembre 2015, l’Isis promette, in un videomessaggio cantato in russo, che “molto presto il sangue colerà a fiotti”. Il 29 dicembre 2015, in Daghestan, a Derbent, città bimillenaria patrimonio mondiale dell’Unesco, un commando apre il fuoco contro una ventina di giovani, tra i quali due guardie di frontiera dell’Fsb. Un morto, undici feriti: “Con l’aiuto di Allah,i guerrieri del Califfato sono riusciti ad attaccare degli agenti dei servizi di sicurezza russa nella città di Derbent”. E’ il primo attacco nel Caucaso rivendicato dall’Isis. 31 dicembre 2015. Nel messaggio di fine anno, Putin augura “belle feste” alle “nostre truppe che lottano contro il terrorismo internazionale, che proteggono gli interessi nazionali della Russia, lontano, all’estero”. Non un cenno alla sparatoria di Derbent: indizio di un certo imbarazzo. Perché significherebbe riconoscere i rischi dell’intervento in Siria. E dar fiato alle trombe delle brigate cecene. I1 2 gennaio 2016, a Sultanhamet, il quartiere di Istanbul più frequentato dai turisti, un kamikaze siriano si fa esplodere: dieci morti, tutti tedeschi in vacanza. Nell’ambito delle indagini, la polizia turca arresta tre cittadini russi ad Antalya. Sono daghestani.

GUARDA ANCHE

Il Mediterraneo e la dottrina Putin: questa è cosa nostra 8/4/2017

Il Cremlino non farà passi indietro, ha bisogno delle basi navali siriane per espandere il raggio d’azione fino alla Libia
Continua a leggere

La morte come propaganda 6/4/2017


Continua a leggere

Le bombe di Pietroburgo 4/4/2017

La pista del Terrore e la strategia “zarista” tra paura e rabbia. Il regime pronto a sfruttare l’effetto mortale: nascondere le proteste dell’opposizione puntando su un nemico comune
Continua a leggere

Il sogno russo: “Senza Putin” 31/3/2017

Retate nelle scuole, agenti pronti a sparare sui manifestanti, sciopero dei camionisti e in tutto il paese torna lo slogan delle proteste del 2011 contro lo “zar”
Continua a leggere