Così si vota a Putingrad

Putinstan Mosca

MOSCA - Vota Dmitrij, pensi a Vladimir. In piazza del Maneggio, a due passi dal Cremlino, lo scorso dicembre, campeggiava sull´immensa impalcatura del cantiere dell´albergo Moskva un gigantesco cartellone elettorale lungo quarantacinque metri ed alto quaranta: «Mosca vota Putin» si leggeva. Più che un invito, un ordine. Putin, ovviamente, vinse a man bassa le elezioni legislative del 2 dicembre e il suo partito, Russia Unita, conquistò la maggioranza assoluta.

Oggi, un altro cartellone sempre sulla stessa impalcatura - identico nelle titaniche dimensioni - attira gli sguardi dei passanti di Putingrad: stavolta non c´è solo lo slogan, c´è anche una grandissima foto che ritrae Putin mentre si rivolge a un sorridente Dmitrij Medvedev. Putin indossa un elegante cappotto imbottito color cammello, Medvedev un più sobrio cappotto scuro da general manager.

Lo sfondo è rosso e blu, una scritta ricorda che il 2 marzo ci sono le elezioni presidenziali russe: «Insieme vinceremo!» è lo strillo didascalico.

Più che una speranza, una certezza. Dati alla mano, i sondaggi attribuiscono a Medvedev percentuali bulgare di consenso, che variano dal 64 al 78 per cento, con punte di gradimento persino oltre l´80.

Solo briciole per il comunista Zjuganov e l´ultranazionalista Zhirinovoski

Il dissenso resiste solo nel web Ma la Duma pensa a censurare anche Internet

La Russia al voto per scegliere il nuovo presidente ma persino i giornali più vicini al leader scrivono che saranno le elezioni più scontate della breve storia democratica del paese. Vincerà Dmitrij Medvedev, il braccio destro del leader. E tutti pensano che non cambierà nulla

Sui muri le foto dello "zar" con il suo delfino. E la scritta: "Insieme vinceremo"

Gli avversari, il comunista Zjuganov e l´ultranazionalista Vladimir Zhirinovoski, sbriciolati dalla poderosa macchina organizzativa statale messa a disposizione del "delfino". C´è pure il massone Andrei Bogdanov, uno che alle legislative non ha nemmeno superato quota centomila voti e che è una minuscola pedina del Cremlino, tanto per dimostrare che c´è pluralismo. I russi ci ridono sopra.

Almeno, questo gli è ancora concesso. Persino i giornali più putiniani scrivono che saranno le elezioni più scontate della breve storia democratica russa, ma ai russi va bene così. Perché hanno paura dell´incertezza, perché il loro vero incubo non è il ritorno all´Urss ma il ritorno agli anni Novanta, al «terribile periodo delle riforme eltsiniane», il crollo dell´economia, degli stipendi e delle pensioni.

Preferiscono la "staffetta" annunciata Putin-Medvedev, sanno che dietro il secondo a "sorvegliare" resterà il primo: solo il 19 per cento dei russi, infatti, crede che Medvedev agirà in modo autonomo.

Sabato, per esempio, in occasione della festa nazionale dedicata al «Difensore della Patria, Putin è andato a rendere omaggio al Milite Ignoto, nei Giardini di Alessandro, sotto le mura del Cremlino. Chi gli stava al fianco? Dmitrij. Gli Inseparabili. Tanto che il 63 per cento dei russi crede che Medvedev governerà sotto stretta sorveglianza di Putin. Ciò li rassicura.

Perché il cambio di potere angoscia la gente. Un sondaggio del Levada Center lo ha appena dimostrato: per esorcizzare le angosce del futuro, i russi si affidano a marziani ed Ufo. La credulità nei confronti dei fenomeni extrasensoriali e degli incontri ravvicinati del terzo tipo coinvolge il 50 per cento della popolazione. L´inchiesta ha associato questa paranoia collettiva al timore dell´instabilità sociale: «Abbiamo bisogno di certezze. Come quelle che ci ha dato Putin per otto anni».

Questo è ancora un Paese in cui ti puoi svegliare al mattino e trovare che la vita politica ed economica è cambiata, si è capovolta». Anzi, avrebbe voluto Putin per la terza volta capo di Stato, e non primo ministro, come gli ha chiesto di fare il «delfino» e come il «padre severo ma giusto» dei russi ha accettato, dopo qualche giorno di «profonde riflessioni».

Durante l´ultima conferenza stampa al Cremlino, Putin è incappato in un lapsus freudiano che la dice lunga. Un giornalista gli ha chiesto: quanto tempo intende lavorare come primo ministro? «Tanto quanto Dmitrij Anatolievich lavorerà in qualità di presidente».

Secondo la costituzione russa, spetta al presidente nominare il primo ministro mentre in quell´occasione Putin, futuro premier non ancora nominato, quasi sembrava dettare lui stesso le scadenze del suo mandato. Negli ultimi tempi, Putin ha cercato di portare dappertutto con sé il fido amico Dmitrij Anatolievich.

Venerdì scorso lo ha presentato ai presidenti Csi (Comunità degli stati indipendenti, gli ex Paesi Urss senza le repubbliche baltiche, ndr), durante il vertice di Mosca, e in queste ore gli ha affidato una delicata missione in Serbia ed Ungheria.

A Belgrado, il "delfino" si è comportato come fosse lui il presidente russo e ha ribadito la linea di Mosca sulla questione del Kosovo: «La mia breve visita ha come obiettivo quello di testimoniare il nostro appoggio alla Serbia nel momento dell´illegale e unilaterale riconoscimento del Kosovo», ha detto al termine del colloquio con il premier serbo Vojislav Kostunica.

Medvedev guidava una folta delegazione e ha poi incontrato il presidente Boris Tadic. Il primo vicepremier russo e futuro presidente ha anche preso le distanze da un commento offensivo nei confronti di Zoran Djindjic, il premier liberale serbo assassinato nel 2003 dopo aver guidato le proteste popolari contro Slobodan Milosevic: «Quelle parole non rappresentano il punto di vista dello stato russo». Konstatin Siomin, un corrispondente della tv di stato russa, aveva definito «bestiali» le proteste guidate da Djindjic, accusato d´essere «una marionetta dell´Occidente» che «meritava» di essere ammazzato.

Immaginiamo l´imbarazzo del "delfino". Che tuttavia non ha avuto alcuna remora nel decidere di dire no a qualsiasi tipo di confronto con eventuali oppositori o di partecipare a tavole rotonde televisive. In questo, ha seguito l´esempio del suo mentore Putin. Quando qualcuno ha osato chiedere il perché di tale decisione, si è sentito rispondere dallo staff elettorale di Medvedev: «Non ha tempo». Fra l´altro, di che cosa si occupi tale unità non è dato sapere. Un giornale ha tentato di indagare. Mica segreti di stato: solo quanto materiale propagandistico era stato commissionato e quanto effettivamente ne era stato impiegato.

I responsabili dell´ufficio stampa non hanno voluto o potuto dare una sola risposta. Si sa soltanto che nella settimana dal 18 al 24 febbraio, secondo il sistema dell´analisi complessa delle notizie creato dall´agenzia Interfax, Medvedev è stato menzionato in 982 "pezzi" dai mass media russi di carattere politico ed economico, mentre Zhirinovskij in 186, Andrej Bogdanov in 142. Più staccato, il comunista Zjuganov, il vero e unico antagonista di Medvedev.

In compenso, il "delfino" ha parlato al settimanale Itogui per dire che il suo e quello di Putin «è lo stesso combattimento politico». Peccato che l´intervista fosse stata commissionata dallo stesso Medvedev. Scopo dell´articolo, spiegare che lui, come Putin, intende difendere un potere presidenziale forte e che la repubblica presidenziale così come è attualmente «è la sola soluzione» praticabile.

Alla domanda del giornalista Andrei Vendenko: «Dove sarà il centro delle decisioni? Con un presidente al Cremlino e un leader nazionale alla testa del governo, si rischia il deragliamento», il "delfino" ha risposto seccamente: «Ho l´impressione che voi non siate attento a quel che dico. Non è questione di un secondo, di un terzo o di un quinto centro. La Russia è diretta dal presidente e secondo la Costituzione, non vi è che un solo presidente. Notate bene che io non parlo di una persona in particolare, parlo della funzione suprema».

In virtù di questa funzione suprema, a Ulianov, la patria di Lenin, le maestre elementari e i professori delle medie hanno ordinato ai loro scolari e ai loro studenti di fornire i dati dei documenti d´identità dei genitori. In estremo Oriente circolano già certificati elettorali in cui sono indicate le preferenze e le percentuali di voto. Medvedev veleggia sul 65 per cento.

Le autorità locali hanno percepito questi documenti come istruzioni obbligatorie per l´uso. Il cambio di poltrona non significa cambio di regime, questo il messaggio che il tandem Putin-Medvedev ha inteso lanciare alla periferia dell´impero.

Al cuore dell´impero, già provvedono. Come all´università di Pietroburgo. Cara a Putin e al "delfino" che si laurearono nella stessa facoltà di legge.

Nikolai Krobacev, amico di Medvedev, suo docente e collega nell´ufficio del defunto sindaco Sobciak, nonché decano della facoltà di legge - autentica fucina del clan dei pietroburghesi - è diventato magnifico rettore. Ludmjla Verbitskaja, una fedele putiniana, gli ha ceduto posto e carica. In cambio, è stata creata una poltrona appositamente per lei: presidentessa dell´università di Pietroburgo.

Insomma, niente di nuovo a Putingrad e dintorni: domenica prossima i russi voteranno diligentemente il loro nuovo presidente. Un cambio della guardia platonico, come i baci in fronte dei genitori ai figli. Una tale trasmissione del potere, agli occidentali, pare assai poco democratica. Ma in Russia, ti avvisano subito intellettuali e politologi, «la nostra è una democrazia pur sempre zarista e non esclude l´autoritarismo», come ha spiegato una volta il filosofo ed ex dissidente Aleksandr Dughin.

La spartizione è avvenuta senza grossi spargimenti di sangue, metaforici s´intende. Il clan dei "pietroburghesi" continuerà a comandare, i loro alleati siloviki - i dirigenti delle cosiddette strutture statali di forza, ossia ministero degli Interni, servizi segreti, forze armate - controlleranno sempre di più lo Stato e l´apparato militare industriale, gli oligarchi organici al

Sistema putiniano proseguiranno nella loro abbuffata, garantendo al Cremlino il controllo quasi totale delle risorse energetiche, delle materie prime e della finanza, leggi sempre più liberticide garantiranno il controllo totale, o quasi, dei mass media e piloteranno l´opinione pubblica, al massimo chi non è d´accordo si sfogherà su Internet.

Il cyberdissenso è ormai l´ultima spiaggia dell´opposizione, ma anche qui si avvicinano tempi duri: la Duma sta per varare una legge che regolamenterà il web alla stessa stregua di stampa e tv, cioè calerà la mannaia della censura e della normalizzazione. Nonostante ciò, ieri alle 19 e 30, avevano già sottoscritto in 14.283 l´appello del sito www.protiwseh.ru «contro tutti». Tutti i protagonisti di questa farsa elettorale.

Fonte: La Repubblica