Lo zar di tutte le società offshore contrattacca: “Complotto americano”

Putinstan

La vignetta è apparsa qualche giorno fa sul web russo. Si vede il segretario di Stato americano John Kerry che solleva una ventiquattro ore, semiaperta, e la porge a un trepidante e preoccupato Putin. Spiegazione: Kerry ha voluto mostrare al presidente russo i documenti finanziari che riguardavano i soldi nascosti in giro per il mondo. Non aveva Putin sfidato gli americani quando era saltata fuori la notizia delle sue sconfinate ricchezze? “Portatemi le prove!”. Eccole, sembra dire Kerry. L’autore della vignetta si chiama Sergej Elkin. Spesso gliele pubblica Novaja gazeta, il bisettimanale della povera Anna Politkovskaja. Il giornale fa parte del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi e ieri ha consacrato ben 7 pagine allo scandalo Panama papers. Ormai, in Russia, sono poche le intrepide isole del giornalismo indipendente che cercano di resistere alla implacabile normalizzazione putiniana: il quotidiano economico Vedomosti, la tv indipendente Dojd e il sito Meduza che è stato costretto a emigrare in Lettonia. Per quasi 8 mesi i giornalisti della Novaja hanno cercato di decifrare la massa di documenti per cercare di ricostruire gli intricati percorsi elusivi delle società ombra create dai prestanome del Cremlino.

Un lavoro improbo, per esempio, seguire le tracce dei trasferimenti di capitali ed azioni del violoncellista Sergey Roldugin di St. Pietroburgo, che Tv Dojd ha definito “come il miglior amico di Putin”. Centinaia di milioni di dollari.

“Sappiamo bene chi fa parte di questa cosiddetta comunità giornalistica”, è stato il commento feroce di Dmitri Peskov, fedele portavoce del Cremlino, “ci sono molti giornalisti la cui occupazione principale non è il giornalismo, ci sono molti ex rappresentanti del Dipartimento di Stato, della Cia e di altri servizi speciali”, ha continuato Peskov suonando le corde del complotto contro la Russia, tema spesso e volentieri ribadito dal suo capo, “si sa chi finanzia questi giornalisti e la loro metodica è abbastanza prevedibile”.

Anche in Russia si sa chi paga i giornalisti, quelli ancora vivi… Certo, in un Paese dove chi fa giornalismo vero finisce spesso sottoterra o, se gli va bene, va in galera, è comprensibile il fastidio di avere a che fare con giornalisti che non si accontentato delle balle di regime. Ma c’è altro.

L’obiezione di fondo del Cremlino e dei loro alleati occidentali (bastava sentire certi interventi televisivi anche in Italia, ieri mattina) è: come mai non ci sono americani tra i nomi dei clienti di questo studio legale panamense? “Sappiamo che ci sono noti conservatori…”. Semplice, la risposta: ci sono, eccome se ci sono. Intanto, tra i 21 paradisi fiscali due sono il Nevada e il Wyoming, Stati Usa dove sono praticate forme di fiscalità molto vantaggiose. E poi, siamo solo all’inizio. Non ci scoraggiano le allusioni del Cremlino, preludio a probabili interventi censori con la scusa di aver fiancheggiato attività di enti stranieri ostili agli interessi della Russia.

Proprio per questo, il dossier “Putin” è stato separato dalla mole degli altri file, lasciando ai giornalisti investigativi russi il compito di condurre l’inchiesta “locale”. Da giorni il web russo è in fibrillazione, e la questione del tesoro nascosto di Putin è stata persino ripresa dall’agenzia Reuters una settimana fa.

Gli uomini della Novaja hanno scoperto come fosse implicata nella domiciliazione delle società offshore la banca Rossija, diretta da Yuri Kovaltchuk, personaggio del clan putiniano. Con l’aiuto di esperti, la banca ha creato impresa a nome di Sergej Roldugin. Come nel caso della compagnia Sonnette Overseas Inc. delle Isole Vergini britanniche (costituita il 20 maggio 2007), destinataria di un trasferimento tramite Aleksandr Plekhov (di San Pietroburgo, come il violoncellista e Putin) il 17 ottobre 2012.

In quelle isole vige la discrezione più assoluta, delle leggi garantiscono che nessuno venga a sapere di questi “Instrument of transfer”.

Il trucco? Basta che una banca faccia un prestito di un miliardo di dollari a una delle società offshore ed ecco come sparisce il denaro… gli 007 della Icij hanno rimesso pazientemente a posto i tasselli delle astute macchinazioni per il trasferimento del bottino e c’è persino un grafico – assomiglia alla piantina di una metropolitana, dove al posto delle stazioni si leggono gli indirizzi di chi ha giocato nell’ombra esportando capitali e investendoli nei paradisi fiscali: quelli più amati dai russi si chiamano Cipro, Malta, Seychelles, Isole Vergini, Bahamas, Singapore. Oligarchi e siloviki – gli uomini di potere – amano diversificare i loro investimenti.

Per questo, Putin e i suoi contrattaccano gridando alla “salva mediatica” sparata da Washington contro Mosca, e d’altra parte uno spesso muro di propaganda protegge i russi da questo tipo di informazione, e se comunque qualche media dovesse parlarne, si tratterebbero queste rivelazioni come “calunnie provenienti dai nemici della Russia”. Putin, ormai, ha accantonato ogni speranza di riconciliazione con l’Occidente. Specie se ficca il naso nei suoi segreti più reconditi: che hanno il colore dei soldi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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