Bye bye Navalny

Putinstan

MOSCA. I tre giorni del Condor Navalny. Tutto comincia domenica 24 dicembre, quando, da un palchetto improvvisato sul lungo fiume della Moscova (nessuno gli ha concesso l’uso di una sala), l’avvocato-blogger Alexei Navalny, il più credibile degli oppositori di Putin, annuncia che è “fiero” di presentarsi come “candidato di tutta la Russia” alle prossime elezioni presidenziali del 18 marzo 2018, nonostante lo scorso ottobre la Commissione Elettorale Centrale russa (Cec) lo abbia dichiarato “inelegibile” sino al 2028 in virtù di una condanna (5 anni) per presunte mazzette ai danni della filiale russa di Yves Rocher. Poi si reca alla sede della Commissione e deposita il dossier di candidatura, con le 300mila firme necessarie.

Lunedì 25 dicembre - il Natale ortodosso si celebra il 7 gennaio - la Commissione Elettorale presieduta da Ella Pamfilova convoca Navalny per ufficializzare il responso. Una decisione lampo, fin troppo sospetta. Navalny si rivolge ai dodici membri della Cec: “Non vi chiedo un atto d’eroismo, non avete una pistola puntata contro la tempia. Vi chiedo solo di fare il vostro lavoro di funzionari dello Stato e di applicare la legge, ossia ciò per cui siete pagati dai vostri concittadini”. Appello inutile. Undici membri della Cec (uno si è astenuto) hanno rigettato la candidatura, motivando il no con la condanna a 5 anni per corruzione: “Sarebbe occorso un miracolo”, aveva detto qualche giorno fa la 64enne Pamfilova, anticipando in un certo senso l’imbarazzante verdetto. Navalny commenta: “E’ evidente che i processi contro di me sono stati una montatura: vi ricordo che la Russia è stata condannata dalla Corte Suprema dei Diritti dell’Uomo”.

Appena la sessione della Cec si conclude, sul web russo è immesso un video in cui Navalny invita gli elettori a scioperare: “Chiediamo a tutti di bloccare queste elezioni. Non riconosceremo il risultato del voto. Putin è terribilmente spaventato e ha paura di rivaleggiare con me”. La “controcampagna” si avvale pure di un nuova inchiesta sulle fortune di Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino, un fedelissimo di zar Vladimir (che nel frattempo si fa ammirare mentre gioca ad hockey su ghiaccio nella Piazza Rossa).

Martedì 26 dicembre l’Unione Europea, con una nota di Maja Kocijancic (portavoce di Federica Mogherini), esprime seri dubbi sul pluralismo politico in Russia. Peskov replica subito: “Il fatto che la candidatura di Navalny sia stata respinta non pone in alcun modo risvolti negativi sulla legittimità delle elezioni”. Insomma, tutto normale. Le regole sono state rispettate. Anzi, la Pamfilova annuncia che saranno accolti centinaia di osservatori, a monitorare il voto. Ilia Iashin, uno dei più stretti collaboratori di Navalny, ironizza sulla grottesca situazione: “Putin può recitare bene in tv il ruolo di macho, ma se hai paura d’affrontare il tuo solo vero oppositore, il tuo machismo non vale un soldo”.

Peskov mette in guardia Navalny e i suoi che hanno manifestato in 20 città russe: “L’appello al boicottaggio deve essere attentamente studiato per vedere se infrange la legge”. Parole come un tintinnìo di manette. Navalny ci è abituato: quest’anno, in galera, ci è finito tre volte. Oggi, però, incassa una vittoria morale. Lo zelo della Cec dimostra infatti quanto Putin tema il dissenso. Nelle ultime elezioni legislative aveva vinto, ma non trionfato. Vuole evitare l’effetto indignazione, l’ondata anti-corruzione. Così si è disfatto del popolare e pericoloso antagonista. Farà un boccone della candidata Xsenia Sobchak: utile a dimostrare che il voto è “pluralista”, la divetta tv si batte “contro tutti”, il che vuol dire, nel politichese russo, contro nessuno.

Fonte: ilfattoquotidiano.it