Alexievic da Nobel. Uno schiaffo a Putin

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Finalmente! Ci sono coincidenze che forse non sono soltanto coincidenze. Mercoledì era il nono anniversario dell’assassinio di Anna Politkovskaja, uccisa perché raccontava le derive autoritarie e criminali del postcomunismo. Giovedì, l’Accademia Svedese ha assegnato il Premio Nobel 2015 per la Letteratura a Svetlana Alexievic, 67 anni, prodigiosa narratrice bielorussa del dramma collettivo che ha vivisezionato la colossale ed infinita tragedia della Russia comunista e della Russia dopo il crollo dell’Urss, per ricomporre in epiche e corali testimonianze la storia capovolta delle “piccole persone”, della gente misconosciuta, di coloro che hanno vissuto una svolta epocale e che rimuginano sul sogno dell’homo sovieticus, sulla civiltà dell’uomo rosso. Inadatti a ritrovarsi nella nuova società. Il malessere di vivere che si riflette in ogni pagina del “Tempo di seconda mano” (Bompiani, 2014), il sesto e sinora ultimo dei libri scritti dalla Alexievic (Vremja second-hand, il titolo originale, ironicamente in russo ed inglese): idealmente collocato in un grande ciclo, chiamato non a caso “Voci dell’Utopia”, un lavoro epico, capillare e sterminato che disossa il mistero russo “andando incontro all’uomo, di anima in anima, perché tutto passa di là”.

Qualcuno tirerà fuori sicuramente che il Nobel alla Alexievic è una decisione politica, una presa di posizione contro Putin e la sua aggressività (Crimea, Ucraina, ora la Siria), in un momento in cui, mai come adesso, la libertà d’opinione e l’opposizione in Russia sono sotterrate. In fondo, Svetlana, figlia di padre bielorusso e madre ucraina - entrambi insegnanti di scuole rurali - conosce e ha provato sulla sua pelle questa situazione, e ha pagato con l’esilio (volontario, dal 2000 al 2012) l’indipendenza del suo lavoro: “E’ difficile essere una persona onesta, ma non bisogna fare concessioni a un potere autoritario”. Cronista (popolare) di tante tragedie, dà voce a centinaia di donne che avevano partecipato alla Grande Guerra Patriottica (così Stalin chiamò la Seconda Guerra Mondiale) in “La guerra non ha un volto di donna”: traumi psicologici, violenza, menzogna. Il disastro nucleare le ispira “Preghiera per Chernobyl. Cronaca del futuro” (pubblicato in Italia da e/o edizioni nel 2002). Scrive “Ragazzi di zinco” (e/o edizioni, 2003), consacrato al ritorno dalla guerra afgana. Firma articoli contro il regime di Aleksandr Lukashenko, dove denuncia i lati oscuri del suo Paese. I suoi libri sono stati banditi dalla Bielorussia, lei è stata accusata persino di essere un agente della Cia.

Ebbene sì: tutta l’opera della Alexievich è fortemente politica, se scrivere è battersi per la verità, per la giustizia, per la speranza di un mondo migliore. L’anno scorso, in Italia per presentare il sublime “Tempo di seconda mano” (costatole dieci anni di interviste), confessò di sperare in un “avvenire simile a quello degli altri europei. Noi democratici avevamo una visione romantica...”. La perestrojka, il tentativo cioè di Mikhail Gorbaciov di democratizzare la Russia, li aveva entusiasmati, “pensavamo di essere alla vigilia di una specie di seconda vita (ma non di seconda mano): decente e dignitosa”. Invece. La realtà stronca questi sogni: per Svetlana è ormai evidente che in Russia “niente di buono riesce bene”. Le è chiaro che sta tornando il passato. Ma senza idee nuove. O forse, l’idea nuova è figlia dell’ideologia cristiana-ortodossa: “Una variante degli stalinisti. L’idea di una Grande Russia”. Conseguenza: l’unicità del popolo russo”. Non è Putin che ha detto: “Il crollo dell’Urss è stata una catastrofe geopolitica”?

Anche l’anima russa è stata vittima di quella catastrofe. L’incipit di “Tempo di seconda mano” è formidabile: “Ci stiamo congedando dall’epoca sovietica. Che è come dire: dalla nostra stessa vita”. Il capitolo si intitola “Memorie di un complice”. Nella seconda riga, si rivela l’intento. La coralità: “Mi sforzo di ascoltare con onestà tutti coloro che hanno partecipato al dramma socialista...”. Lo fa con mirabile stile. In un russo classico, “pulito”, figlio di Tolstoj e di Dostoevskj, di Brodski e Solgenitsin. Senza la volgarità del gergo attuale. La chiarezza in cui emerge “la sua opera polifonica, un monumento al coraggio e al dolore della contemporaneità”, spiega Sara Danius, segretario permanente dell’Accademia Svedese nel sintetizzare le motivazioni della giuria. Svetlana dedica il Nobel alla Bielorussia, “non un premio per me, ma per la nostra cultura. Il nostro è un piccolo paese che è stato messo nel tritacarne della Storia”. Dei soldi che ne farà? “Non ci ho ancora pensato. Comunque, li uso in un solo modo: compro la libertà”.