Il dossier europeo Altro che Bermuda: l’off-shore è ancora il Vecchio continente

Paradise papers

Passi per i titolari dello studio Mossack Fonseca di Panama City che si sono ben guardati dall’incontrare la Commissione d’inchiesta Ue su Panama Papers e il riciclaggio di denaro tramite 213634 società off shore, 55728 ancora in vita: era abbastanza scontato, in fondo. Ma il rifiuto del Tesoro inglese, che ha declinato l’invito per un’audizione, è invece abbastanza significativo: spiega i retroscena della Brexit. Perché Londra è al centro di tutto, quando si parla di scarsa trasparenza delle operazioni finanziarie concentrate sulle transazioni off-shore. E non intende abdicare a quel ruolo. Anzi, la stessa premier Theresa May più volte ha evocato un futuro sulfureo ed aggressivo, con Londra pronta a offrire i propri servizi bancari e finanziari in regime di paradiso fiscale, senza più i vincoli Ue. Spauracchio contro il progetto di Bruxelles che vuole normalizzare la giungla fiscale e combattere i paradisi fiscali. Il fulcro di tutto è la creazione di una black list in cui inserire anche Paesi membri dell’Unione Europea, colpevoli di favorire l’elusione e l’evasione fiscale, e di non condividere le informazioni necessarie per individuare i titolari dei conti e delle società off-shore. Sono mesi che i 28 ministri Ue delle Finanze ne discutono, senza raggiungere un accordo. Proprio venerdì scorso, Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, ha rivelato che intende aprire delle procedure d’infrazione contro Malta e la Gran Bretagna - da cui dipende l’isola di Man, un hub di Paradise Papers - per via di certe regole fiscali assai sospette, a cominciare dall’immatricolazione degli yacht e dei jet privati. Quanto alla lista, dovrebbe essere pronta per i primi di dicembre. Il condizionale è d’obbligo. Per il momento, c’è quella di 11 “Paesi terzi” classificati “ad alto rischio” e gravati da “deficienze strategiche”, tra i quali Iran, Iraq, Siria, Corea del Nord, Laos, Bosnia, Uganda, Yemen, Vanautu e Guyana (che potrebbe essere sostituita dall’Etiopia).

Chi sarà aggiunto? Nel rapporto finale della Commissione si sottolinea come “più del 75 per cento dei casi di corruzione riguardo la proprietà coinvolgevano società anonime registrate in giurisdizioni che garantiscono il segreto e che il 78 per cento di queste società erano basate in territori britannici d’oltremare o nei territori della Corona”. L’accusa è indiretta, ma facilmente decifrabile: “Il governo inglese ha il potere di invocare prerogative speciali per imporre l’introduzione di registri centrali pubblici” dei capitali e delle proprietà imboscate nei paradisi fiscali, di fatto eliminando il segreto dell’off-shore. Però Londra non interviene. E’ “non collaborativa”.

Tra i Paesi membri dell’Ue, si legge nel rapporto, la Gran Bretagna ha il maggior numero di società off-shore (17973), seguita dal Lussemburgo (10877), da Cipro (6374) e poi da Lettonia, Irlanda, Spagna, Estonia e Malta. Dei ventun Paesi coinvolti nei traffici dello studio Mossack Fonseca, dodici appartengono alla costellazione britannica, a cominciare dalla stessa Gran Bretagna. Secondo le indagini della Financial Intelligence Unit (Fiu) creata in seno all’Europol (ogni Stato Ue ha la sua unità), siamo di fronte anche ad un fenomeno sempre più inquietante: il considerevole aumento delle transazioni bancarie e finanziarie sospette, che riguardano non solo il riciclaggio di denaro, ma anche il finanziamento del terrorismo: il 67 per cento è spartito da Olanda e Gran Bretagna. Su 3469 di queste operazioni, 1722 erano relative al riciclaggio, 116 al terrorismo. L’amara scoperta è che le banche sotto controllo dell’Isis hanno accesso allo “swift”, possono cioè versare e ritirare fondi anche nella Ue.

Il paradosso è che c’era una black list di Paesi dove mazzette, abusi di potere, irregolarità amministrative, malfunzionamenti, incompetenze, negligenze, procedure scorrette sono la regola. L’aveva stilata l’Ocde. L’hanno svuotata. Non compare nessuno dei Paesi di Panama Papers. Graziati dalla promessa di implementare gli standard globali di trasparenza e di informazione. Una farsa: “Per esempio, Gran Bretagna, Cipro, Lussemburgo dovevano supporre che avrebbero favorito l’evasione e l’elusione fiscale danneggiando gli interessi degli altri Paesi Ue”, scrivono sconsolati i relatori Petr Jezek e Jeppe Kofed nel rapporto, persino all’interno della Fiu la cooperazione tra unità lascia a desiderare, spesso i dossier che arrivano sono privi di dettagli essenziali. La reticenza e l’omissione sono dati di fatto. Come a Malta. Dove, nonostante i documenti di Panama Papers abbiano coinvolto un ministro del governo, non ci sono state indagini di polizia. E dove Daphne Caruana Galizia, la giornalista investigativa ascoltata a febbraio dalla commissione d’inchiesta, è stata ammazzata un mese fa: stava smascherando lo schema dei riciclaggi (Medio Oriente-Libia-Russia).

Esaminando i file di Panama Papers si è scoperto che le 20 banche europee più importanti hanno ghiottamente banchettato, approfittando dei vuoti legislativi (ce ne sono, guarda caso...) e dei paradisi fiscali. Dei 14mila intermediari emersi dai carteggi di Panama Papers, 2700 stanno nella Ue, molti a Londra, in Lussemburgo e a Cipro: avvocati, commercialisti, fondi fiduciari, assicurazioni, banche. Abili tutti a camuffare l’origine dei capitali, facendo credere che siano provenienti da fonti legittime. Se ne parlerà stamani a Strasburgo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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