Evadi e lascia evadere, conti con nomi da 007

Panama Papers

Panama Papers vs Barbara D’Urso. No, non è gossip. C’è il lato A, quello da star sanguigna di Mediaset. E il lato B, quello opaco da star dell’offshore. Con un certo stile, bisogna ammettere. Intanto, ha scelto le splendide Seychelles come paradiso fiscale: unire l’utile al dilettevole, vacanza e affari. Ottimizzare i costi, insomma. Poi, il nome della società ombra: Melrose street ltd, che sa molto di Hollywood: infatti questa strada che parte dal boulevard di Santa Monica e finisce a Beverly Hills è il cuore dello shopping, del divertimento e dei ristoranti di Los Angeles. È L’Espresso, che in un sussulto di generosità e astuzia mediatica, ci anticipa il nome di Barbara D’Urso, tenendo in frigo gli altri 99 italiani che intende sciorinarci (“la lista completa in edicola venerdì”). La prima rata degli 800 italiani coinvolti nel caso offshore: non aspettiamoci politici di grande rinomanza.

Director della Melrose street ltd è Maria Carmela D’Urso, vero nome di Barbara, nata a Napoli il 7 maggio 1957. I documenti contabili della società sono stati trasferiti qualche anno fa presso il domicilio della presentatrice. “Informazioni lacunose” è stato il commento dei legali di Barbara, “quella società è stata aperta ai fini di un’operazione immobiliare che la signora D’Urso voleva compiere in Costa Azzurra”.

L’operazione non è andata in porto e nel 2014 la società è stata liquidata. Sia come sia, è lei a rubare la scena dei Panama Papers all’italiana. Intanto, la Procura di Torino apre un’inchiesta, Armando Spataro ha delegato la Guardia di Finanza, il reato ipotizzato, per il momento, è riciclaggio. Doveroso, infine, spiegare perché si è parlato di Inter, riguardo alle offshore panamensi: c’è di mezzo Garibaldi Thohir, il fratello del proprietario della squadra nerazzurra, azionista di una società (sempre alle Isole Vergini Britanniche), con tanti altri indonesiani poco fiduciosi di tenere i quattrini a casa.

Quanto al resto del mondo, segnaliamo una telenovela di ben altro spessore, dai toni ormai sempre più grotteschi. Sigmunder David Gunnlaugsson, il premier islandese travolto dallo scandalo dei soldi nascosti alle Isole Vergini tramite la Mossack Fonseca – che per molti conti ha usato nomi presi dai film di 007: Goldfinger, SkyFall, Golden Eye e Moonraker, ma anche Spectre, l’ultimo Bond – avrebbe fatto il furbacchione. Le sue sarebbero state dimissioni solo “temporanee”.

Come si evince da un comunicato rivolto al suo partito che il giornale Iceland Monitor ha reso pubblico. Certe volte la realtà supera, e di lunga la finzione. Gli islandesi sono furiosi, non gliela lasceranno passar liscia. Gli effetti collaterali dell’inchiesta leaks sulle offshore panamensi sono assai più deleteri degli eventuali reati commessi.

Ne sa qualcosa la Le Pen, in Francia: il padre Jean-Marie, a proposito del “tesoro” ai Caraibi, ha negato. È di Gérard Gérin, “roba sua”. Il maggiordomo, come nei gialli di una volta, viene fatto passare per colpevole. Non ci crede nessuno. Né ci credono le autorità svizzere alle spiegazioni di Gianni Infantino, a capo della Fifa, che si è visto perquisire ieri pomeriggio la sede ginevrina dell’Uefa di cui è stato ai vertici. Aveva promesso “trasparenza”. Quella che esigono i laburisti a Londra. Vogliono le dimissioni di Cameron perché le sue spiegazioni sui soldi del padre non sono convincenti.

Ma, mentre Putin accusa ancora gli americani, e soprattutto il finanziere Soros di aver foraggiato i giornalisti dell’inchiesta finanziaria, anche la leadership comunista cinese viene pur timidamente criticata in patria, dopo che è stato scoperto che i “principini rossi” – i rampolli delle più potenti cariche del regime – trasferivano soldi nei paradisi fiscali occidentali. Ma anche un Premio Nobel per la Letteratura come Vargas Llosa avrebbe messo i propri guadagni al sicuro nei Caraibi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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