Vanderlei Cordeiro de Lima

Olimpiadi Rio 2016 RIO DE JANEIRO

RIO DE JANEIRO. L’ultimo tedoforo è un uomo gracile a vedersi, stempiato, il volto affilato, il naso triste come una salita, direbbe Paolo Conte, che è il nostro cantautore più brasiliano. Si chiama Vanderlei Cordeiro de Lima, ha quasi 47 anni (li compirà l’11 agosto) Ha corso tante maratone, ne ha vinte parecchie, ma mai quella che conta di più, la maratona olimpica. Eppure, è lì, con l’ultima fiaccola sollevata al cielo, mentre i settantamila del Maracanà lo incitano, lo applaudono, lo invocano a gran voce. Nel movimento ieratico che lo porta ad accendere il tripode olimpico c’è la fierezza del Brasile, ma anche intimo dolore. Il dolore dei ricordi. Vanderlei Cordeiro de Lima è infatti il Dorando Pietri del Brasile. Durante la maratona dei Giochi di Atene, che si disputò il 29 di agosto del 2004, una domenica calda ed esaltante, il brasiliano era in testa. Aveva staccato gli avversari. Non dava segni di cedimento. D’improvviso, un invasato predicatore irlandese, appostato tra la folla al chilometro 35 (coincidenza fatidica, le stesse cifre dell’età di Vanderlei, nato nel 1969), gli si scaglia addosso, lo sbatte per terra. Vanderlei, sopraffatto, si rialza a fatica. E’ shoccato. Perde almeno venti secondi. Perde soprattutto il ritmo. Tre chilometri dopo viene raggiunto dai primi inseguitori, uno è il nostro Stefano Baldini che diventerà campione olimpico, secondo è Mebrathom Keflezighi, un eritreo opportunamente naturalizzato dagli Stati Uniti. Vanderlei acciuffa il bronzo. Per tutti i brasiliani, però, è il vincitore morale. La federazione brasiliana protesta, chiede che venga fatta giustizia, che si dia l’oro anche a lui. Inutile, il regolamento lo vieta. Vanderlei torna in patria: la gente lo acclama. E’ un eroe. Sfortunato. Come Ettore-Rio contro Achille-Cio.

Dodici anni dopo, è lui che innesca il fuoco perenne ed emblematico delle sfide e dello spirito olimpico. E qui sta tutto il genio (e la sregolatezza) di chi ha messo in scena la cerimonia inaugurale di Rio 2016. Non è tutto oro quel che luccica. C’è anche un lato oscuro. Ingiusto. Nello sport, come nella vita. Lì dietro, abbiamo un fondale per ricordare le 800 favelas di Rio. Abbiamo fatto sfilare la nazionale dei rifugiati, sono dieci: ognuno, un testimone di questi orribili tempi. Ma oltre il Maracanà ci sono i nostri rifugiati, scacciati dalle favelas per dare spazio e lustro a questa Olimpiade. Noi, con Vanderlei, vogliamo dare speranza. Una seconda chance. L’accensione è una medaglia d’oro ad honorem. Ma anche un messaggio universale. Qualsiasi cosa succeda da oggi in avanti, l’immagine che consegnerà i Giochi di Rio 2016 alla storia delle Olimpiadi sarà la gioia dolente di Vanderlei. E la trasgressione ideologica.

Dimenticherete colori, suoni, balli, sambeiros, fuochi artificiali. La festosa caciara degli atleti che sfilano. L’incedere altero di Gisèle Bundchen, inaccessibile dea delle passerelle. Però, tra le modelle c’erano quattro trans, una è Lea T, la figlia di Toninho Cerezo. Nessun Salvini locale è insorto, e a dire il vero, nessuno nemmeno tra le delegazioni più integraliste. Anzi. In testa alla squadra americana c’era una ragazza con il nijab. Certo, ci hanno ammannito l’immancabile politicamente corretto appello a salvare il mondo da inquinamento, riscaldamento e sfruttamento intensivo delle risorse naturali, rappresentato con grande vigore immaginifico da cinque anelli olimpici verdi, per dire al mondo in globalvisione che “dobbiamo salvare il pianeta”. Un sospetto doveva attraversarci la mente quando abbiamo ascoltato Dovevamo capirlo subito, quando Fernanda Montenegro e Judi Dench (la “M” di 007) hanno letto Il fiore e la nausea, poesia ribelle di Drummond de Andrade, “come posso ribellarmi senza armi?”. O quando il pubblico ha fischiato sonoramente il vicepresidente Michel Temer, capo dello Stato ad interim, dopo l’impeachment della presidente Dilma Roussef, con il predecessore Lula inguaiato fino al collo. Il Brasile fuori dal Maracanà è sull’orlo del precipizio, attraversa una crisi economica politica e morale senza precedenti. Ma lo spettacolo deve continuare. “Tudo Bèm”. Tutto bene. Sempre che finisca bene.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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