Hijab contro bikini

Olimpiadi Rio 2016

Altro che Giochi “senza frontiere”, quelli enfatizzati dalla cerimonia inaugurale, quando abbiamo visto sfilare dieci atleti inquadrati nell’utopistica nazionale dei Rifugiati e i settantamila del Maracanà li hanno applauditi come nessun altro! Le frontiere ci sono, eccome: da quelle dell’anima. A quelle della politica. E pure quelle della cultura. Ieri Nada Meawad e Doaa Eighobashy, la coppia femminile egiziana di beach volley, hanno esordito contro la squadra tedesca. Le ragazze teutoniche in bikini. Le faraonine, in maglia e pantaloni lunghi. Di lì, secondo il Corano più restrittivo, il peccato. Dalla parte egiziana, la dignità della donna secondo l’Islam. Con una differenza persino tra le due ragazze del Cairo: Nada a capo scoperto. Doaa, velata, con la hijab. Attorno, lo scenario più sfrenato possibile: Copacabana. Che è un inno alla sensualità e alla gioiosa spudoratezza balneare. Il Brasile visto come territorio del peccato, dunque ideale per spassarsela, questo devono aver pensato due pugili che sono stati arrestati per molestie sessuali. Uno, marocchino, finito in gattabuia quattro giorni fa. L’altro è addirittura il portabandiera della Namibia, l’hanno denunciato e incarcerato ieri. La violenza contro le donne considerate oggetti sessuali, alla faccia delle regole olimpiche e della società civile. D’altra parte, a violare lo spirito olimpico ci pensano gli stessi governi di alcuni Paesi che partecipano ai Giochi. La Serbia raccomanda di “abbandonare le cerimonie di premiazione nel caso ci siano sul podio anche atleti del Kosovo”. Il ministro dello Sport, Vanja Udovicic, ha cercato di porre una pezza all’ignobile “suggerimento”, sbolognando la patata bollente ai singoli componenti della squadra, “non è un obbligo, è una raccomandazione”. La materia è “complessa”.

Per qualcuno, Israele è da evitare. Per il Libano, è una questione nazionale. Anzi, nazionalista. Le due delegazioni erano in fila per salire sugli autobus dell’evacuazione, dopo la cerimonia inaugurale, diretti al Villaggio Olimpico. A un certo punto, i libanesi si accorgono che sul bus che li deve portar via ci sono anche gli israeliani. Rifiutano di salire. Con quelli, spiegano, siamo nemici. Ecco. La sera stessa di quello stordente venerdì 5 agosto, di sorrisi, musica, samba e sogni, la favola della tregua olimpica si è subito infranta contro la stupidità e l’insolenza dei nazionalismi. Salim Al-Hadj Nicolas, capo delegazione libanese, è diventato un eroe, in patria. Gli uomini dell’organizzazione olimpica avrebbero potuto (non dico, dovuto) sanzionare chi protestava. Macché: hanno invitato gli israeliani a disperdersi negli altri bus. La scena è stata filmata da un membro della delegazione israeliana, ma il Cio ne ha bloccato la diffusione sui social network con la scusa che si sarebbero violati i diritti di ritrasmissione dei Giochi. I dirigenti israeliani, a loro volta, hanno vietato ai loro atleti di parlarne coi giornalisti. Ma ormai la frittata era stata fatta. Così il Cio è stato costretto a convocare Salim per ratificargli una sorta di “avvertimento”.

Insomma, la geopolitica dei Giochi se ne fa un baffo dello “spirito olimpico”. Joud Fahmy, judoka dell’Arabia Saudita si è rifiutato di incontrare il rappresentante di Mauritius, Christian Legentil. Per infortunio, è la versione ufficiale. Balle, hanno scritto i giornali di Tel Aviv, era certo che nel turno successivo avrebbe dovuto battersi contro Gili Cohen. A pensar male ci si azzecca sempre, diceva Andreotti che non era seguace del barone de Coubertin. Ma uno spiraglio di speranza l’hanno data due atlete di Paesi che formalmente sono ancora in guerra: Corea del Nord e del Sud. Le due delegazioni hanno sfilato separate. Le due ragazze si sono fatte un selfie insieme.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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