Heiko Salzwedel

Olimpiadi Rio 2016 RIO DE JANEIRO

Ventisette luglio, ore 20 e 39. Velodromo di Newport, Galles. In pista, il quartetto olimpico britannico dell’inseguimento a squadre per l’ultima rifinitura prima della spedizione ai Giochi di Rio. Sedici giri di pista, 4 chilometri. Bradley Wiggins, Ed Clancy, Steven Burke e Owain Doull tagliano il traguardo e segnano un tempo inferiore al primato mondiale di 3 minuti 51” 659 millesimi stabilito a Londra nel 2012, sempre dagli inglesi, che si aggiudicarono la medaglia d’oro davanti all’Australia (iridata ai mondiali di quest’anno). Il record non può essere omologato perché ottenuto in allenamento. Ma suscita entusiasmo e tante speranze. Con umiltà, tuttavia, i componenti del formidabile quartetto dicono che il merito non è solo frutto dei loro muscoli, o del formidabile affiatamento. No: è del magico allenatore Heiko Salzwedel. Un tedesco. Altro che Brexit.

E qui si entra in un territorio minato. Heiko Salzwedel è nato il 16 aprile del 1957 nella cittadina di Schmalkalden, sud ovest della Turingia. Guardando la mappa, proprio nel centro della Germania. Finita la guerra, fu la sola città della provincia di Hesse a essere fagocitata nella zona sovietica. Dunque, Salzwedel nacque cittadino della Ddr, la Germania Democratica. E cresce discreto pistard: quattro titoli nella categoria giovani, uno da junior nell’americana. E’ decimo al Giro della Ddr, nel 1977. Però capisce di non essere un fuoriclasse. Appende la bici al chiodo. E si iscrive alla Scuola superiore tedesca di cultura fisica di Lipsia. Quella che finirà sotto inchiesta, dopo la caduta del Muro di Berlino, per aver “fabbricato” campioni, ricorrendo a pratiche dopanti e talvolta degenarative. D’altra parte, lo sport era la vetrina del regime. I campioni della Germania Orientale dovevano surclassare quelli dell’Ovest, e il mondo intero. Costasse la salute dei suoi atleti. Come fu.

Heiko ha talento. Nel 1989 allena il quartetto Ddr dell’inseguimento su pista: vince il titolo mondiale. Cade il Muro. Sfrutta il successo professionale ed emigra in Australia, a Canberra, all’Istituto Australiano dello Sport. Altra fucina di sospetti...Dal 1990 al 1998 è allenatore capo del ciclismo su strada, segue pure la mountain bike. Beh, per farla breve, il ciclismo australiano esplode letteralmente: sforna macchine tritasuccessi come Mark Cavendish, Robbie McEwen, Cadel Evans. Ma Heiko è un nomade. Torna in Europa. Diventa consulente della federazione tedesca. Però pensa a Londra. Dove raggiunge l’Uk Sport, l’associazione sportiva britannica. Dal 2001 al 2003 è direttore di British Cycling. Ma il cuore lo riporta in patria, quella unita. Si occupa infatti della squadra femminile di Norimberga, approda alla potente T-Mobile, squadrone ricco e arrogante. Quello di Ian Ulrich, vincitore di un Tour, e rivale di Pantani. Ma anche un dopatone. Anzi, lì imbrogliavano in tanti: doping di squadra. La Deutsche Telekom sega la sponsorizzazione. Scandalo e vergogna nazionale.

Non per il nostro taumaturgo. Lui, dicono i fan, allena, non dopa. Sono i maligni che insinuano. Con la sua società Sl-Sport sviluppa programmi di allenamenti, fa il supervisore di federazioni sportive. Trasforma lumache in lepri. Dal 2005 al 2008 allena la Danimarca. Ai mondiali del 2007, la pistard Mie Bekker Lacota è argento. Il quartetto dell’inseguimento, bronzo. Che migliora a Pechino 2008: argento olimpico, come Trine Schmidt nella corsa a punti. Ci scappa anche un bronzino nell’americana maschile. Missione compiuta. Rieccolo in Inghilterra, con variante russa: direttore generale della Rus/Velo. Che avrà le sue grane con l’Epo: nel 2013 il team fu squassato dal doping, con 4 corridori positivi e il medico sospeso. Nel 2014 è il turno degli under 23 svizzeri. Infine, per la terza volta accorre in aiuto della perfida Albione. Sdoganato da Sir Bradley Wiggins, che dichiara lo scorso 29 febbraio al quotidiano The Telegraph: “Se Heiko Salzwedel non fosse ritornato, io non andrei a caccia dell’oro di Rio. Perché Heiko è come Louis van Gaal, ha la sua filosofia. E la custodisce”. Harry Potter delle due ruote.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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