La prevalenza del cinoinglese

Olimpiadi Pechino 2008 Pechino

One world, one dream. Lo slogan olimpico è persecutorio. Anzi, è lo Slogan Unico. Ricordate "1984" di George Orwell, anche lì - nel Migliore dei Mondi Possibili - c'è sempre un solo slogan, un solo proclama. Qui è sempre in inglese. Oppure in cinese. Qualche volta capita di leggere qualche altro liliale slogan in tedesco, in francese, in italiano, o in altre lingue come lo swahili. Ma l'onnipresenza è quel martellante "One world, one dream".

La prevalenza del cinoinglese è evidente in tutte le insegne dei negozi, delle banche, delle istituzioni, delle strade. Persino dei menu. Bilingui anche nei ristoranti dove nessuno sa una parola di inglese: mi è capitato l'altra sera. Ho avuto difficoltà nel farmi consegnare il conto. Questo dualismo di scrittura, di lingue, di globalità ha un solo significato: la Cina ha un rivale, l'America e basta. La sostanziale differenza è che qui ho la netta impressione che tutto sia declinato al plurale, mentre da noi c'è ancora spazio per il singolare. Si chiama omologazione. Qui sono sempre stati omologati. Sto a Pechino da due settimane. Però l'impressione che ho è questa. Si chiama omologazione. Qui sono sempre stati omologati.

Cinese. Inglese. Il Mondo Duale. E quale è il Mondo eguale al Sogno? Ma che domanda. E' la megalopoli perfetta - ossia Gothambeijing - che rispecchia la nuova Cina e la sua vorace febbre capitalista, una città-maschera dove si impone senza scelte, salvo scegliere di comprare e di spendere. Dove le Olimpiadi sono senza voce, salvo quella degli organizzatori, dei volontari, dei militari mascherati da volontari, degli studenti (gentilissimi) che indirizzano le masse nei palazzetti negli stadi e nelle piscine, o cercano di aiutare gli addetti ai lavori, e questi volontari pare siano più di un milione, presidiano i siti olimpici, i piani degli alberghi (dove controllano entrate e uscite dalle stanze degli accreditati, segnandole su un quadernetto). Solo che la perfezione è noiosa, alla lunga. Scipita. Vien voglia di scappare lontano. Talvolta vorrei sedermi assieme ai tizi che si sfidano al mah-jong nelle stradine degli hutong, i quartieri poveri che ancora ci sono nella Pechino sfavillante e Giocosa: vorrei ridere con loro, bere con loro, condividere le loro opinioni.

Ma non hanno voce, costoro. Fingono di non vederti. Sorridono, continuano a giocare, a parlare, a scambiarsi saluti, notizie sulle moglie, i figli, la salute, il tempo, mentre il regime annuncia ogni ora un nuovo oro, per la gloria della Repubblica Popolare... sono stati spesi miliardi di dollari, ecco che ne siete ripagati. Gioite. Sul giornale in lingua inglese "China Daily" di oggi c'è una foto emblematica, a pagina 4. Leggo la didascalia: "Uomini nel Daqing, provincia di Zhejiang, si esibiscono in una loro versione del canottaggio olimpico". La foto ne ritrae quattro di questi barcaroli impegnati a sfidarsi. Due sono poliziotti.

Questi sono i quindicesimi Giochi che seguo, i diciassettesimi che ho vissuto. I primi senza il benché minimo dissenso. Pensare autonomamente è in fondo il primo esercizio elementare della democrazia e della libertà. Per la prima volta è come se mi mancasse qualcosa: come se dietro le strepitose facciate dei grattacieli non vedessi i riflessi dei palazzi di fronte, ma un vuoto impressionante.

Fonte: La Repubblica

GUARDA ANCHE

Cina, missione compiuta è la nuova padrona dello sport 24/8/2008

Con 51 medaglie d'oro ha distanziato la rivale Stati Uniti: dal nuoto alla lotta ha dominato in tutte le discipline
Continua a leggere

Campioni getta e usa 23/8/2008


Continua a leggere

Alla ricerca dei bagarini 21/8/2008


Continua a leggere

La prevalenza del cinoinglese 19/8/2008


Continua a leggere