Da Milano a Sanremo, 70 anni dopo l’alba del Campionissimo

Milano - Sanremo Sanremo

Il grande ciclismo comincia oggi con la “classicissima di primavera”, l’ormai mitica Milano-Sanremo, edizione numero 106, mai come oggi carica di suggestioni, memorie e polemiche. Settant’anni fa ci fu la colossale vittoria di Coppi, con il Nord d’Italia ancora pieno di macerie: materiali, morali. Un’Italia in ginocchio trovò nell’impresa di Coppi orgoglio e coraggio. La lunghissima fuga solitaria del futuro Campionissimo dava consolazione e speranza. Il ciclismo era sport di fatica, sofferenze, sacrifici: simile ai lavori più duri e umili. Col ciclismo “ce la potevi fare”, potevi diventare ricco e famoso. Un colpo di pedale ed eri in paradiso.

Come oggi, la Milano-Sanremo del 1946 si disputò nel giorno di san Giuseppe, allora festa vera in Italia. In quel martedì 19 marzo la Milano-Sanremo – la prima grande gara in Europa dalla fine della guerra – divenne qualcosa di più di una semplice corsa di biciclette, “molto più del molto che annuncia allo sport”, scrisse la Gazzetta dello Sport che l’organizzava, “nelle vene del nostro popolo fermenta un sangue giovine e nuovo, quasi un mosto… che c’è volontà di vivere… che avendo toccato il fondo della scala, il nostro popolo incomincia a risalire i gradini e lassù, se guardi bene, con animo puro, c’è un raggio di sole”. Retorica, certo. Ma l’Unità usa lo stesso tono, per il Giro d’Italia 1946 subito ribattezzato “della Ricostruzione”. In Francia le corse non si fanno, mentre in Italia sì: segno che in questo “nostro vecchio tronco, ferito, ma non abbattuto, scorre della linfa organizzativa”.

L’attesa per la “classicissima”, la prima senza bombardamenti, è tanta. Si riapre il tunnel del Turchino, corto e buio. Ma è un evento significativo. La galleria collega l’alto alessandrino con la riviera di Ponente. Ricuce una dolorosa ferita inferta dalla guerra. È un segno positivo. Come la strepitosa impresa di Coppi che resta uomo solo al comando per 145 chilometri e affibbia al secondo, il francese Lucien Teisseire, 14 minuti di distacco. Tuttora record. Vince in quel modo “alato” che lo renderà leggendario. Bartali, il rivale, quarto a quasi mezz’ora. Il toscanaccio dice che ha perso per divergenze con la Legnano. Lo pagano meno di Coppi. Con tubi Falk che poi rivende all’azienda del gas di Firenze. A Fausto hanno dato, per ingaggio, un autocarro Civis. Se avessi voluto, brontola Gino, Coppi avrebbe trovato pane per i suoi denti. La rivalità è nata. Gli italiani diventano coppiani. O bartaliani. Il dualismo è un toccasana. C’è bisogno di dimenticare pianti e lutti, miseria e sconfitta. A Coppi un Bartali ci voleva, e viceversa. Ogni corsa è una disfida, una leggenda, un melodramma. Talvolta, un dramma.

Oggi il ciclismo eroico non c’è più e nemmeno un’Italia devastata (tranne che nella politica). Nel 1966 vinse inaspettato Merckx, aveva vent’anni: il Cannibale dominò le corse, e trasformò il ciclismo. Mezzo secolo dopo, c’è l’Extreme Weather Protocol a tutelare i corridori dai rischi meteo. Con le bufere non si corre più. Nibali che nelle tempeste ci si butta, è furioso. Alla Tirreno-Adriatico hanno cancellato la tappa di montagna, per timore di neve. Che non è caduta. Nibali voleva saltare la Sanremo. Ha deciso di correrla lo stesso. Da guastatore. Mah. Chi è forte deve vincere, sentenziò Merckx.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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