Mata Hari Cento anni fa all’alba fucilarono anche la Belle Époque

Storie Parigi

PARIGI. Mi chiamo Mata Hari. In malese vuol dire Occhio dell’aurora. La luce dell’alba, cioè la speranza. Sono morta cent’anni fa, proprio oggi, giustiziata in un fossato del castello di Vincennes, alle 6 e 15 di un mattino freddo e nebbioso, il 15 ottobre 1917. Non era l’alba che avevo sognato. Ma sono morta senza paura: non ho voluto la benda, ho fissato il plotone di esecuzione e non c’è stato bisogno di legarmi. Anzi, sono stata io ad incoraggiare quei poveri ragazzi. Dodici zuavi reduci. Otto di loro hanno sbagliato mira. Uno mi ha centrato al ginocchio, un altro al fianco, un terzo al cuore. Il dodicesimo colpo era a salve: così voleva il regolamento, perché ognuno dei soldati potesse pensare di non aver ucciso. Quando il maresciallo Petay si è avvicinato per il colpo di grazia alla tempia, ero già senza vita. Sparò lo stesso e poi disse: “Mata Hari è morta”. Uno dei soldati svenne per l’orrore.

Sono stata vittima della mia bellezza, e della mia fama di grande seduttrice. Altro che la Belle Otero. Mi hanno accusato d’avere fatto la spia a favore dei tedeschi, ma è falso, ho sempre cercato di fare il doppio gioco, di fingere d’essere dalla parte del Kaiser per carpire informazioni e passarle ai francesi, il capitano Ladoux lo sa bene...al processo, però, si è ben guardato dal confermarlo. Avevano bisogno di montare lo scandalo, il governo francese voleva dimostrare che lo Stato era vigile, che il nemico - qualsiasi esso fosse - non l’avrebbe mai fatta franca, così dissero che ero “la più grande spia del secolo”, addirittura responsabile di aver mandato alla morte più di ventimila soldati nemici. Ero un perfetto capro espiatorio. Specie dopo lo scandalo Dreyfus. A che cosa servivano le minuziose descrizioni dei miei rapporti intimi pubblicati ogni giorno, durante il processo, sui giornali di tutto il mondo, se non ad alimentare il mito erotico di una che tradiva in amore, dunque anche in guerra? Per questo vennero diffuse, pure in cartolina, le mie foto di scena più piccanti. Il fatto che ballassi nuda, o quasi, sui palcoscenici dei più grandi teatri - anche alla Scala di Milano - contribuirono a fare di me un’avventuriera priva di scrupoli, “felina, bugiarda e artificiosa”, come disse il capitano Bouchardon che aveva istruito il processo. Mi hanno condannata a morte a luglio, sapendo perfettamente che avevo trasmesso informazioni di scarsissima importanza. Trentadue anni dopo lo ammise il procuratore André Mornet, che era stato un mio amante e che rappresentava l’accusa: “In quell’affaire non c’era nulla di valido contro di lei”. Mi hanno giustiziata perché diventassi sinonimo della donna fatale che metteva insieme sensualità e perdizione, sesso e tradimento. Icona della tentazione, quindi anche dello spionaggio. Poco importavano i fatti.

Semmai, sono colpevole d’essere stata venale e incosciente, di essere entrata in un gioco più grande di me. Sono stata una donna di piccola virtù, non lo nego, ho avuto stuoli di amanti pronti a tutto per me, e costoro erano soprattutto militari, di ogni nazione: russi, tedeschi, francesi, persino un italiano...Certo, in parte la colpa è stata mia. Ho raccontato un sacco di bugie: m’inventai d’essere figlia di un maharaja. Che avevo imparato i segreti della danza di Shiva. Il mio colorito bruno, i capelli scuri, il mio aspetto esotico, mi hanno aiutato. Volevo cancellare la mia vita di donna sposata. E divorziata. Fingevo d’essere nata nelle Indie orientali, mentre invece ero nata in Olanda il 7 agosto del 1876, di buona famiglia, benestante. Il mio vero nome è Margaretha Gertuide Zelle. Mio padre possedeva un mulino, ma poi l’hanno rovinato certe speculazioni sul petrolio e finimmo sul lastrico. Mia madre morì che avevo quindici anni. Ero già molto alta - un metro e 77- e ben messa. A diciotto anni risposi ad un annuncio di cuori solitari, quattro mesi dopo mi sposai con Rudolph John MacLeod, aveva vent’anni più di me, era stato militare in colonia, beveva sempre e talvolta mi picchiava. Tralascio la storia rovinosa del matrimonio, delle mie pene nelle Indie olandesi: i miei due figli furono avvelenati, per invidia di una nostra lavorante. La bimba sopravvisse, il piccolo no. Tornammo in Olanda, ci lasciammo. Andai a Parigi: senza un soldo in tasca. E lì cominciò tutto. All’inizio cercai di guadagnarmi da vivere dando lezioni di tedesco, di piano; come dama di compagnia, commessa, e modella per i pittori di Montmartre. Tornai in Olanda. Dormii con uomini per denaro, lo ammetto. Feci la ballerina in spettacoli senza veli. Inventai la danza delle bayadere, dicevo d’essere una principessa di Giava. Un impresario capì che potevo diventare una diva: “Sei l’incarnazione del desiderio d’Oriente”. Tutti i teatri mi contendevano. Passai tra le braccia di baroni e imprenditori, mi ricoprirono di gioielli e di regali, girai il mondo, vissi un anno in un castello. Fui la Belle Époque. Sarajevo rovinò tutto. Ed anche me. Mi sono reincarnata con Greta Garbo. Con Marlene Dietrich, con Sylvia Krystel, con Maruschka Detmers. Persino con Carla Fracci. Sono morta un’infinità di volte. Al cinema. In teatro. Nei libri. L’ultimo, forse il più bello, è “La spia” di Paulo Coelho. Perché inizia come sono finita: il mito è una parola scelta dalla Storia.

Fonte: Leonardo Coen

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