Mario Soares Soares, quando Lisbona dava lezioni di democrazia

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E' morto Mario Soares. Quelli della mia generazione ricorderanno gli entusiasmi per "la rivoluzione dei garofani" in Portogallo, rigorosamente rossi...Era la gioia per la caduta del regime di un Paese che aveva adottato un sistema politico copiato dallo Stato corporativo di Mussolini. L'artefice di questa ignobile operazione si chiamava Antonio de Oliveira Salazar, dittatore dal 1932 al 1968. Per garantirsi il potere senza limiti aveva creato una polizia politica efficientissima (la famigerata PIDE, ossia la Policia Internacional Defesa Estado) che negli anni Trenta Salazar si fece organizzare dalla Gestapo dell'amico Hitler. Poi, come vorrebbe Grillo, vigeva una draconiana censura preventiva, implacabile: infatti guai a sgarrare. Le responsabilità erano rischiosissime per direttori e giornalisti, gli unici che stavano un po' meglio erano i tipografi, ma per loro la pacchia finì nel 1969, poiché il delfino di Salazar li rese corresponsabili di quel che veniva stampato. Il Portogallo aveva il primato europeo - persino superiore a quello della Spagna di Franco - dei prigionieri politici che affollavano le carceri ed erano trattati peggio dei criminali comuni. I campi di concentramento erano relegati nelle colonie, così si evitava di turbare la coscienza dei turisti che affollavano le spiagge meravigliose dell'Algarve a prezzi irrisori. Gli intellettuali erano nel mirino del regime, come mi ricordò una volta Antonio Tabucchi, che visse a Lisbona gli ultimi anni della dittatura. Finì in una di quelle caienne pure Mario Soares, segretario del Partito socialista clandestino: è grazie a lui che il Portogallo ha superato la transizione in breve tempo, dotandosi di un assetto democratico (dopo le sbornie avventuristiche del dopo-rivoluzione e le velleità dei militari). Fu grazie a Soares che il Portogallo entrò nella comunità europea, in un'Europa che si era dimenticata di Lisbona (come, del resto, Lisbona si era scordata dell'Europa). Il futuro premier e presidente portoghese scontò pene in un campo di concentramento a Sao Tomé, prima di riuscire a rifugiarsi in Francia. All'America di Kennedy, ma anche quella prima e quella dopo, Portogallo e Spagna andavano bene così, preziosi alleati Nato ed economie vassalle.

"Vedi?", mi disse Tabucchi, "i portoghesi si vantano giustamente di avercela fatta da soli a liberarsi, in una data simbolica per noi che sarebbe diventata simbolica per loro: Il 25 aprile del 1974, restato nella Storia come "Rivoluzione dei garofani", in realtà fu nell'esecuzione qualcosa di ben diverso da tutti i colpi di Stato conosciuti. Furono infatti le Forze Armate che si ribellarono contro il regime totalitario e fascista per ristabilire la democrazia". A questa prima e politicamente determinante rivoluzione seguì poi la "rivoluzione" popolare. La gente sciamò nelle strade e riempì le piazze con spontanea adesione. Fu davvero un' esplosione di gioia collettiva che contagiò non solo il Portogallo ma chiunque in Europa desiderava libertà e democrazia. La dittatura era durata 48 anni, l'oppressione era stata totale, come ricordava a noi giornalisti Soares: il regime ci aveva schiacciato a livello sociale, culturale, economico. C'era stata addirittura una mutazione antropologica, mi spiegò Tabucchi, il regime aveva reso i portoghesi un popolo triste, malinconico, depresso. La paura, la vita spiata, l'angoscia della miseria diffusa aveva deformato "la natura di una gente che un tempo era allegra, salace ed espansiva". L'allegria cacciata da Salazar e dai suoi scherani straripò in quei giorni, esondò in una lunga fiumara d'allegria collettiva. A Lisbona! A Lisbona incitavano i giovani di Francia, Italia, Germania. Accorsero a frotte. Wim Wenders ci fece un bellissimo film. Seguì la decolonizzazione, e il ritorno in patria dei coloni - la gente dell'Ultramar, li chiamavano. Gli sconfitti di un passato che in patria ormai volevano resettare. Le guerriglie in Angola e Mozambico avevano decimato due generazioni, non a caso la ribellione maturò fra i quadri militari delle colonie. Ecco, Soares riuscì a dare un assetto di Paese pronto per un futuro dignitoso e democratico, guadagnandosi la stima del resto d'Europa.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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