Leonard Cohen Addio Cohen. Adesso il nostro mondo è davvero “darker”

Storie

“Buongiorno. Sono Coen. Leonardo Coen”.

“Me too. Anch’io”.

Il poeta che cantava i suoi versi sorrise, un poco stranito. Infatti replicò subito: “Non capita tutti i giorni di incontrare un omonimo”.

Con un cenno mi invitò ad entrare nella sua suite. Era una bella giornata di primavera del 1975. Ci trovavamo all’hotel Gallia, davanti alla Stazione Centrale di Milano. Cohen doveva presentare “Il gioco favorito”, un romanzo che aveva pubblicato in Canada nel 1963, la Longanesi era il suo editore italiano. Fu un’intervista bellissima, straordinaria. Passai più di due ore con lui. Mi disse che credeva alle coincidenze, ai giochi incrociati del destino, “alle alchimie dell’esistenza”. Confessò che leggeva i Salmi della Bibbia per rilassarsi prima di dormire, “una cura davvero magica. Così ho scritto una poesia e l’ho intitolata proprio ‘una cura magica’”.

Venne subito al dunque. L’omonimia l’aveva colpito profondamente. Aveva una sua teoria: “Tutti gli uomini hanno un loro doppio. Vive contemporaneamente a noi, però non sappiamo dove. Tocca a noi saper cercare”. C’era un fotografo. Ci invitò a posare uno di fronte all’altro. Ci riprese di profilo. La somiglianza, osservò Cohen, pareva confermare la sua stravagante tesi.

Parlammo della famiglia ebrea di Montreal (suo padre aveva un’azienda tessile), che tuttavia non ostentava alcun segno esteriore di ricchezza, ma teneva particolarmente ad “incarnare un certo spirito sacerdotale, poiché il nostro cognome significa appunto sacerdote, e tra gli ebrei i kohen sono una sorta di aristocrazia”. Si iscrisse all’università McGill, nel 1951, per studiare lettere, ma divagò anche studiando matematica, legge, scienze politiche: “Non avevo alcun obiettivo preciso; pensavo alle ragazze, al vino, alle canzoni. Giocavo al bigliardo. Il mio amico più caro si chiamava Mike, abitava nella mia stessa via. Leggevamo le poesie: per noi erano pagine di Scrittura Santa. La Legge...in verità, con la poesia e il vino speravamo di trovare delle ragazze più facilmente...Volevamo vivere una vita come quella che, in qualche modo, era raccontata nei versi: libertà, amore, ebbrezza...adoravo Garcia Lorca...”. Si accese una sigaretta di marca egiziana. La fumò con voluttuosa moderazione.

Come musicista, divenne famoso tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta: il suo stile sommesso, la profondità emotiva delle sue parole, la voce così riconoscibile lo hanno traghettato sino all’altro giorno, ai primi di ottobre, infatti, è uscito il suo ultimo album: You want it darker. Profetico, di questi tempi trumpianamente bui.

Visse tante vite e con tanto tormento. Da bohémien: girando con una scassata Olivetti comprata a Londra per 40 sterline. Parigi. Atene: da lì si trasferì per qualche tempo nell’isola di Hydra, dove all’inizio degli anni Sessanta acquistò una “bellissima bicocca di pietre bianche pagata 1500 dollari”. Qui, inebriato di sirtaki e retsina incontrò la dolce Marianne Ihlen, quella della canzone So long, Marianne. Partecipò al mitico festival dell’isola di Wight. Si trasferì in California dove negli anni Novanta si ritirò al monastero zen di Mount Baldy. Ebbe parecchie “pause”: talvolta avventurose, come quando raggiunse Cuba nel 1961, o un kibbutz israeliano durante la guerra dello Yom Kippur.

Gli chiesi se mi poteva accennare l’inizio di Suzanne, lo fece. Era gentile, disponibile, cortese. Intonò Suzanne - la più celebre del suo repertorio di allora - con voce profonda, un po’ roca per il fumo, e mi vennero i brividi. Come, in un’altra occasione, anni dopo, nell’ascoltare la stupenda Hallelujah.

Un altro flash- back. Luglio del 2008, Auditorium di Roma: Leonard Cohen in concerto. Che dura quasi quattro ore. Dopo non so quanti bis, Cohen si scusa con il pubblico: “Vorrei poter stare tutta la notte con voi, perché in altri tempi l’ho anche fatto. Ma ho 74 anni. Sono anziano. Davvero, vi ho dato tutto quello che potevo. Scusatemi ancora. Goodnight, my friends, goodnight”. Cohen era tornato a cantare, a ricominciare le sue tournées: era rimasto senza un soldo, per colpa della sua manager. Eppure, nonostante l’infortunio finanziario, produce musica e poesia con una creatività stupefacente. Gli ultimi album della sua vita sono uno più delizioso dell’altro. Ma già nel 1989, con I’m your man, dimostra che l’ispirazione è ancor più matura, non si è smarrita. La canzone che dà il titolo all’album scombussola i canoni musicali amorosi, l’uomo diventa l’oggetto dell’immaginario sessuale della donna che lo ama. Sempre in questo disco, c’è Tower of song: in una torre vertiginosa Cohen ascolta tossire il cantautore country Hank Williams che abita “cento piani più in alto”: quando me ne sarò andato, gli dice Cohen, “ti parlerò dolcemente da una finestra nella torre della poesia”.

Poche settimane fa, gli chiesero di commentare il Nobel di Bob Dylan (che è sempre stato un suo grande ammiratore): “E’ come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo”. Una medaglia alla memoria? “Per quel che mi riguarda, non sono ancora pronto a morire, mi piacerebbe vivere fino a 120 anni”. Ma già ad agosto aveva ammesso: “E‘ il tempo della vecchiaia, i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. So di esserti così vicino che se ti allungassi la mano, potresti raggiungere la mia”. Aveva scritto una lettera al suo grandissimo amore Marianne, che stava spegendosi, “adesso voglio augurarti buon viaggio”. Appunto, indimenticabile Leonard Cohen, buon viaggio.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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