La dolce (e ricca) vita degli ex presidenti Come per Clinton, Bush, Carter e gli altri, per Obama si apre una stagione da “grande saggio” fatta di conferenze remunerate e partecipazioni

Storie

Osservate bene le foto ufficiali scattate nello Studio Ovale della Casa Bianca prima dell’incontro che durerà 90 minuti tra il presidente Barack Obama e il successore - appena eletto - Donald Trump. I due si sopportano a mala pena. Trump è visibilmente imbronciato: vorrebbe probabilmente essere altrove. Il cinquantacinquenne Obama è formale, l’espressione rassegnata dell’inquilino che ha appena ricevuto l’avviso di sfratto dal padrone di casa. Pure lui sembra stia pensando ad altro. Forse a quel che gli riserva il futuro? Cosa farà Obama, quando sarà soltanto un “ex”? Sfrutterà le sue due lauree, quella in Scienze Politiche conseguita alla Columbia University nel 1983 e l’altra, ben più prestigiosa, in Giurisprudenza, alla Harvard Law School nel 1991? Tornerà ad insegnare diritto costituzionale, come alla Law School dell’università di Chicago, di cui fu docente dal 1992 al 2004? Girerà il mondo, accompagnato dal prestigio del premio Nobel per la Pace vinto nel 2009 che moltiplica i cachet e trasforma i gettoni di presenza in zecchini d’oro?

La questione è vecchia quanto l’istituzione stessa della presidenza stellestrisce. Il famoso e abilissimo avvocato John Quincy Adams, che fu il sesto presidente degli Stati Uniti, si insediò alla Casa Bianca il 4 marzo del 1825, unico nella storia dei presidenti Usa ad essere stato eletto dalla Camera dei Rappresentanti, poiché né lui né lo sfidante Andrew Jackson ottennero la maggioranza dei voti popolari e quella assoluta dei Grandi Elettori. La sua avventura presidenziale durò appena un mandato. Aveva 62 anni quando lasciò la carica e, riluttante, si ritirò nella fattoria di famiglia. Si accomiatò dichiarando, con l’amarezza del protagonista costretto a mettersi da parte: “Non c’è niente di più patetico nella vita di un ex-presidente che essere costretto a recitare il ruolo di Cincinnato...”. Infatti tornò alla politica, divenne deputato del Massachussets, influì parecchio sull’establishment e le decisioni del governo.

In verità, raramente il futuro di un ex presidente è macchiato d’incertezze. Anzi, quasi tutti gli ex della Casa Bianca hanno sfruttato l’abbondante tempo libero costruendo carriere assai lucrative ed incrementando i conti bancari come oratori, come invitati d’eccezione, come presidenti di fondazioni, oppure impegnandosi per cause varie, anche quelle filantropiche. C’è stato persino chi si è messo a dipingere, scimmiottando l’esempio di Winston Churchill, che prediligeva i panorami del lago di Como. Infatti il pensionato George W. Bush, oltre ad occuparsi degli affari petroliferi di famiglia, delle varie fondazioni texane a suo nome (e quello del padre George, altro ex della Casa Bianca), si è scoperto la passione per i pennelli e la tavolozza. Qualcuno l’aveva definito il peggiore presidente di sempre; forse, guardando le sue opere, aggiungerà che pure in questo suo pur lodevole hobby, conferma le doti espresse da presidente. Oltre a dipingere cani e gattini, George W. Bush si è spericolatamente gettato nella ritrattistica. Nel 2014 ha allestito una mostra, presso la biblioteca che porta il suo nome (obviously...), intitolata “l’arte della leadership: la diplomazia personale del presidente”. Ecco un autoritratto che tende al celeste. Un Putin dall’espressione furina. Un Gorbaciov solare, quasi sorridente. C’è il “complice” Tony Blair (l’ex premier britannico guadagna somme favolose ogni volta che parla davanti ad un uditorio), che sprizza soddisfazione. In fondo, i due, hanno ingannato il mondo con le bugie sull’arsenale delle “armi di distruzione di massa” attribuite a Saddam Hussein. Diciamolo francamente: stile dilettante allo sbaraglio.

Obama ha rivelato, lo scorso luglio, che comunque resterà a Washington fino a quando la figlia minore, Sasha (quella che “mi ridicolizzava su snapshat...”) andrà al college. Ha promesso che non assumerà più ruoli politici. Vita privata. Come Truman. Come il primo di tutti, George Washington. Mark Updegrove, direttore della Lyndon B. Johnson Library, autore del saggio Second acts: presidential lives and legacies after the White House (“Atto secondo: vite e lasciti dei presidenti dopo la Casa Bianca”), una bibbia per chi vuole affrontare l’argomento, spiega che ci fu un grande cambiamento nel modo di percepire il ruolo e le attività degli ex presidenti dopo la fine dell’era Nixon, colui “che inaugurò l’era moderna della post-presidenza. Si servì infatti del suo status per autonominanrsi quasi segretario di Stato. Girò incontrando i grandi leader politici e si rese conto di come l’America fosse considerata nel mondo. Promosse il suo retaggio tanto bene che quando venne commemorato fu ricordato più come venerabile esperto statista che come ex presidente in disgrazia”.

L’utile Updegrove cita anche Jimmy carter, perfetto esempio di successo post presidenziale: dopo aver perso le elezioni contro Ronald Reagan, fondò nel 1982 il Carter Center per la promozione dei diritti umani. La sua associazione no-profit collaborò alla risoluzione di alcuni conflitti politici in Corea del Nord e ad Haiti, evitando l’intervento armato, tanto da meritarsi il premio Nobel per la Pace del 2002, il primo assegnato ad un ex presidente. Insomma, gloria ed onore. Gli oneri sono una pensione di circa 200mila dollari all’anno, stabilita nel Former presidents act del 1958. A questa si aggiungono i profitti dei cosiddetti speaking-tours, o i formidabili anticipi per le memorie. Bill Clinton incassò ben 15 milioni di dollari per My Life. Secondo la Cnn, il marito della sconfitta Hillary avrebbe già guadagnato più di 100 milioni di dollari con lezioni e conferenze dalla fine del suo mandato, nel 1999. Il “mercato” degli ex Casa Bianca ha effetti collaterali che si riflettono sul gradimento dell’opinione pubblica. Gli ex presidenti sono più apprezzati di quanto non lo fossero nell’esercizio delle loro funzioni: diventano i Grandi Saggi, il loro parere è seguito, riproposto. Un po’ come succede per Mikhail Gorbaciov, l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, prima che crollasse. Il fautore della perestrojika è stato il primo capo di Stato dell’Est ad imitare il modello americano degli “ex”: prezioso testimone ed attore di un evento epocale che ha cambiato la storia del mondo, consentendo il crollo del Muro di Berlino senza spargimenti di sangue, è diventato infatti un’icona (assai popolare in Occidente, meno in Russia) della democrazia, un difensore dei diritti umani e della libertà, che in Russia, al tempo di Putin, è al lumicino. Ha guadagnato milioni di dollari con le sue conferenze e soprattutto con le sue consulenze. Con questi soldi è diventato uno degli azionisti del giornale Novaja gazeta, dove lavorò la povera Anna Politkovskaja e dove si cerca di raccontare quel che succede, senza inchinarsi a Putin, nei limiti concessi dall’occhiuto Cremlino.

Il ruolo di grillo parlante piace molto agli ex presidenti. Mikheil Saakshvili ha lasciato la Georgia ed è diventato governatore della regione ucraina di Odessa, ora sta mettendo in piedi un nuovo partito. Anche da noi c’è chi non si rassegna: Giorgio Napolitano continua imperterrito a fare da “consiliori” renziano e da testimonial per il sì referendario...Obama, invece, ha altre più nobili ambizioni. Vuole restare nella storia non solo come il primo presidente afro-americano, ma anche come il grande riformatore. Della giustizia penale. Dell’immigrazione. Delle relazioni razziali. Del controllo delle armi. Della non proliferazione degli arsenali nucleari: “La grande cosa dell’essere ex presidente è che mentre rinunci al potere formale, mantieni il prestigio dell’incarico”, commenta Updegrove. Dunque avremo un Obama attivista, come Carter e Clinton. Un ottimo Community organizer. E poi, perché no?, vista la grande passione del baseball condivisa con Michelle, lo sfizio di presiedere il club per cui tifa, i White Sox di Chicago. A differenza di Berlusconi, che ha ceduto ai cinesi il Milan.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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